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La vocazione cristiana


Loreto, 25 marzo 2019
La chiamata alla fede, ha detto papa Francesco,  e a un «coerente cammino di vita cristiana o di speciale consacrazione è un irrompere discreto ma forte di Dio nella vita di un giovane, per offrirgli in dono il suo amore». Bisogna essere «pronti e disponibili ad ascoltare ed accogliere la voce di Dio, che non si riconosce nel frastuono e nell’agitazione. Il suo disegno sulla nostra vita personale e sociale non si percepisce rimanendo in superficie, ma scendendo a un livello più profondo, dove agiscono le forze morali e spirituali». È lì che «Maria invita i giovani a scendere e a sintonizzarsi con l’azione di Dio».
Il secondo passaggio tipico «di ogni vocazione è il discernimento, espresso nelle parole di Maria: “Come avverrà questo?”. Maria non dubita; la sua domanda non è una mancanza di fede, anzi, esprime proprio il suo desiderio di scoprire le “sorprese” di Dio». È il comportamento proprio «del discepolo: ogni collaborazione umana all’iniziativa gratuita di Dio si deve ispirare a un approfondimento delle proprie capacità e attitudini, coniugato con la consapevolezza che è sempre Dio a donare, ad agire».
La decisione è il terzo «step» che «caratterizza ogni vocazione cristiana, ed è esplicitato dalla risposta di Maria all’angelo: “Avvenga per me secondo la tua parola”. Il suo “sì” al progetto di salvezza di Dio, attuato per mezzo dell’Incarnazione, è la consegna a Lui di tutta la propria vita. È il “sì” della fiducia piena e della disponibilità totale alla volontà di Dio».
Donmenico Agasso jr
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Ultime notizie ANSA

ANSA – 25 dicembre
L’allarme è scattato nelle prime ore del mattino, grazie alla segnalazione di un comune cittadino che ha notato strani movimenti nei pressi di una stalla.
Arrivati sul posto, gli agenti di polizia accompagnati da assistenti sociali, hanno trovato un bambino in precarie condizioni igieniche e tra gli escrementi di una mucca e di un asino, avvolto in uno scialle e depositato su una mangiatoia con vicino una bambina la quale dichiarava di essere la madre, tale Maria di Nazareth, appena quattordicenne.
Al tentativo della polizia e degli operatori sociali di far salire ragazza e bambino sui mezzi di soccorso, un uomo adulto successivamente identificato come Giuseppe di Nazareth, falegname precario, asseriva di essere il padre adottivo del bimbo, spalleggiato da alcuni pastori e da tre stranieri opponeva resistenza. Tutti i presenti sono stati identificati, mentre Giuseppe ed i tre stranieri risultati sprovvisti di documenti e di permessi di soggiorno, sono stati fermati.
Il Ministero dell’Interno e la Guardia di Finanza stanno indagando per scoprire il Paese di provenienza dei tre clandestini, nulla esclude che possano essere spacciatori internazionali, dato che erano in possesso di un ingente quantitativo d’oro e di sostanze sconosciute. Nel corso del primo interrogatorio, i tre si sono dichiarati diplomatici ed agire in nome di Dio, per cui non si escludono legami con Al-Qaeda o l’ ISIS.
Si prevedono indagini lunghe e difficili.
Un breve comunicato stampa dei servizi sociali, diffuso nella mattinata, si limita a rilevare che il presunto padre adottivo del neonato è un adulto di mezza età, mentre la presunta madre è adolescente. Gli inquirenti si sono messi in contatto con le autorità di Nazareth per scoprire quale sia il rapporto tra i due e se esistono a carico dell’uomo precedenti denunce per adescamento di minore o pedofilia. Nel frattempo Maria è stata ricoverata presso l’ospedale di Betlemme e sottoposta a visite sia cliniche che psichiatriche, dato che dopo aver dichiarato di aver avuto un figlio, afferma di essere ancora vergine. Il fatto poi che sul posto siano state rinvenute sostanze sconosciute non migliora certo il quadro. Pochi minuti fa’ si è sparsa la voce che anche i pastori presenti nella stalla potrebbero essere consumatori abituali di droghe. Pare, infatti, che affermino di essere stati costretti da un uomo con una lunga veste bianca e due ali sulla schiena, a seguire una cometa per recarsi nella stalla.
Il PM ha così commentato: “Non possiamo anticipare nulla, ma questa è senz’altro una inchiesta che punta molto in alto e che andrà avanti molto!”….
Fonte sconosciuta, circolante su whatsapp

NATALE: alla prova dell’accoglienza

Cosa c’è all’origine della Santa Famiglia? Quando viene proposto a Maria di diventare madre di Gesù, c’è una accoglienza piena, pur nel timore e con difficoltà di non poco conto.
Anche Giuseppe deve superare la prova dell’accoglienza: ha davanti a sé una promessa sposa in attesa di un Figlio di cui non sa nulla. Insomma, in casa di Giuseppe e Maria mi pare che l’accoglienza sia generata dall’abbandono alla volontà di Dio. Un Dio che accompagna e interviene concretamente nella vita, allora come oggi, in questo momento, purché noi lo lasciamo agire.
Valter Boero
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Salve Regina!

Qual è il valore e il significato della preghiera Salve Regina per il nostro tempo? Per il linguaggio e l’atteggiamento cultuale, per l’ambiente sociale che riflette e la concezione teologica cui si riferisce, la Salve Regina è un’espressione tipica del Medioevo. Di quel periodo esprime valori religiosi perenni: la coscienza del bisogno di misericordia; la consapevolezza di essere in terra di esilio; il vivere in un mondo quale luogo di edificazione del Regno; l’anelito a contemplare il volto di Cristo; il ricorso fiducioso alla Madre della Misericordia, cui Dio ha affidato una particolare missione di grazia e di intercessione in favore del suo popolo.
Sollecitati da Papa Francesco, soprattutto in quest’Anno straordinario della Misericordia, poniamoci allora una semplice domanda: cosa significa per noi essere misericordiosi? Letteralmente vuol dire avere un cuore sensibile alle miserie altrui, essere pronti a soccorrere.
Consapevoli che nel cammino di conformazione a Cristo siamo soggetti a cadute ed errori, imploriamo aiuto da colei che – come nessun altro – ha sperimentato la misericordia di Dio: si è sentita guardata con amore e amata da lui (Lc 1,48), proclamando nel Magnificat che la sua misericordia si «estende di generazione in generazione» (Lc 1,50).
Maria Marcellina Pedico, Settimana News, 1° maggio 2016
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L’Islam e il Natale

Caro direttore, è forse un mistero se e come i musulmani festeggino il Santo Natale di Gesù? In realtà, bisognerebbe ricordare loro che la nascita di Gesù è espressamente menzionata nel Corano e rappresenta veramente un mistero e un miracolo che inizia dalla straordinaria purezza di sua madre Maryam, la cui nascita è immacolata anche secondo la tradizione islamica. Così, in molti Paesi del mondo arabo e asiatico, cittadini cristiani e musulmani condividono la sensibilità per dei momenti ‘santi’ che ogni dottrina insegna e festeggia in modo differente ma che, nel caso della nascita di Gesù, dovrebbe essere un’occasione di rinnovata fratellanza tra cristiani e musulmani anche in Occidente. Forse basterebbe tutto questo per sensibilizzare persino alcuni dirigenti scolastici che in Italia abusano del pretesto delle differenze religiose per creare un ‘Natale attenuato’ con la ‘integrazione’ di elementi e note di colore che annacquano l’identità autentica di questo evento e avvento storico e spirituale, scambiando così il culto con il ‘multiculturalismo’ e il valore universale con un artificioso ‘universalismo’ laicista…
Yahya Pallavicini, Avvenire, 23 dicembre 2015
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Le nozze di Laura (Cana)

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Il film TV “Le nozze di Laura” ha trasportato lo spettatore in un altrove poetico, in una sorta di paradosso contemporaneo girato da Pupi Avati, un regista che dichiara “non mi vergogno di essere cattolico”.
Il film che ha realizzato, di cui è anche soggettista e sceneggiatore, è una sorta di parabola cristologica, divisa tra mito e vita, santa follia e miracolo di Cana: Grande madre (una asciuttissima e bravissima Lina Sastri), demoni tentatori (Neri Marcorè) e attualità: la raccolta degli agrumi in Sicilia, il Moro, la vittima sacrificale, una coraggiosa Marta Iagatti, in bilico tra idiozia e visione.
Alessandra Comazzi, La Stampa, 13 dicembre 2015
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Famiglia e comunicazione

«Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: “Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo!”» (vv. 41-42).
Anzitutto, questo episodio ci mostra la comunicazione come un dialogo che si intreccia con il linguaggio del corpo. La prima risposta al saluto di Maria la dà infatti il bambino, sussultando gioiosamente nel grembo di Elisabetta. Esultare per la gioia dell’incontro è in un certo senso l’archetipo e il simbolo di ogni altra comunicazione, che impariamo ancora prima di venire al mondo.
Il grembo che ci ospita è la prima “scuola” di comunicazione, fatta di ascolto e di contatto corporeo, dove cominciamo a familiarizzare col mondo esterno in un ambiente protetto e al suono rassicurante del battito del cuore della mamma. Questo incontro tra due esseri insieme così intimi e ancora così estranei l’uno all’altra, un incontro pieno di promesse, è la nostra prima esperienza di comunicazione. Ed è un’esperienza che ci accomuna tutti, perché ciascuno di noi è nato da una madre.
Anche dopo essere venuti al mondo restiamo in un certo senso in un “grembo”, che è la famiglia. Un grembo fatto di persone diverse, in relazione: la famiglia è il «luogo dove si impara a convivere nella differenza» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 66). Differenze di generi e di generazioni, che comunicano prima di tutto perché si accolgono a vicenda, perché tra loro esiste un vincolo. E più largo è il ventaglio di queste relazioni, più sono diverse le età, e più ricco è il nostro ambiente di vita. È il legame che sta a fondamento della parola, che a sua volta rinsalda il legame.
Le parole non le inventiamo: le possiamo usare perché le abbiamo ricevute. E’ in famiglia che si impara a parlare nella “lingua materna”, cioè la lingua dei nostri antenati (cfr 2 Mac 7,25.27). In famiglia si percepisce che altri ci hanno preceduto, ci hanno messo nella condizione di esistere e di potere a nostra volta generare vita e fare qualcosa di buono e di bello. Possiamo dare perché abbiamo ricevuto, e questo circuito virtuoso sta al cuore della capacità della famiglia di comunicarsi e di comunicare; e, più in generale, è il paradigma di ogni comunicazione.
Papa Francesco
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