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Cosa c’è dopo il parto?


Nel ventre di una madre c’erano due bambini. Uno ha chiesto all’altro:
“Ci credi in una vita dopo il parto?”
L’altro ha risposto:
“È chiaro. Deve esserci qualcosa dopo il parto. Forse noi siamo qui per prepararci per quello che verrà più tardi”. “Sciocchezze”, Ha detto il primo, “non c’è vita dopo il parto. Che tipo di vita sarebbe quella?”
Il secondo ha detto:
“Io non lo so, ma ci sarà più luce di qui. Forse noi potremo camminare con le nostre gambe e mangiare con le nostre bocche. Forse avremo altri sensi che non possiamo capire ora”.
Il primo replicò:
“Questo è assurdo. Camminare è impossibile. E mangiare con la bocca!? Ridicolo! Il cordone ombelicale ci fornisce nutrizione e tutto quello di cui abbiamo bisogno. Il cordone ombelicale è molto breve. La vita dopo il parto è fuori questione”.
Il secondo ha insistito:
“Beh, io credo che ci sia qualcosa e forse diverso da quello che è qui. Forse la gente non avrà più bisogno di questo tubo fisico”.
Il primo ha contestato:
“Sciocchezze, e inoltre, se c’è davvero vita dopo il parto, allora, perché nessuno è mai tornato da lì? Il parto è la fine della vita e nel post-parto non c’è nient’altro che oscurità, silenzio e oblio. Lui non ci porterà da nessuna parte”.
“Beh, io non so”, ha detto il secondo, “ma sicuramente troveremo la mamma e lei si prenderà cura di noi”.
Il primo ha risposto:
“Mamma, tu credi davvero a mamma? Questo è ridicolo. Se la mamma c’è, allora, dov’è ora?”
Il secondo ha detto:
“Lei è intorno a noi. Siamo circondati da lei. Noi siamo in lei. È per lei che viviamo. Senza di lei questo mondo non ci sarebbe e non potrebbe esistere”.
Ha detto il primo:
“Beh, io non posso vederla, quindi, è logico che lei non esiste”.
Al che il secondo ha risposto:
“A volte, quando stai in silenzio, se ti concentri ad ascoltare veramente, si può notare la sua presenza e sentire la sua voce da lassù”.
Questo è il modo in cui uno scrittore ungherese ha spiegato l’esistenza di Dio.
Tratto dal profilo Facebook di Daniela Giuga

Se n’è andata la mamma di Bea

Penso che vi ricordiate questa copertina. E’ quella del numero 85 della rivista Gruppi Famiglia. Si tratta di una foto ‘personale’: infatti avevo richiesto l’autorizzazione al fotografo per pubblicarla, ma non avevo approfondito chi era la famiglia ritratta.
Me la sono ritrovata in cronaca di Torino su La Stampa del 7 agosto allegata ad un articolo che annunciava che la mamma della bambina era morta a 35 anni per un male incurabile.
Vi chiedo quindi una preghiera per questa mamma e per la sua famiglia.
Franco Rosada
P.S. Per saperne di più su Bea e sulla sua mamma cliccate qui e qui!

Figli di cuore

Ha il cuore molto fragile, mia madre, ma non nei miei confronti, purtroppo però non sa che io comprendo quando lei stia male e viceversa… mi ha voluta a tutti i costi infatti, insieme a mio padre, hanno speso tanti soldi, tanta fatica e soprattutto tanto amore! Ogni volta che io le preparo un disegno, lei se lo conserva come se fosse un carissimo dono. Mia madre conserva anche i miei piccoli scarabocchi, perché per lei ogni cosa che io faccio è importantissima… sa ascoltarmi, comprendermi e perdonarmi, quando io soffro, pure lei soffre con me...
Da queste parole, le più belle e profonde che mi siano state dedicate da quando sono nata mamma, emerge in modo semplice e candido una grande, sacrosanta verità. Di cui avevo molto sentito parlare, senza averne ancora percepito la vera essenza. L’empatia che si crea tra genitori e figli a lungo desiderati e poi finalmente adottati, ad un certo punto del percorso di accettazione reciproca, riposa nella capacità di sentire, come fosse la propria, gli uni la sofferenza degli altri.
Francesca Sivo
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Festa della mamma

Celebrazione della messa in carcere la domenica, festa della Mamma. Al momento della preghiera dei fedeli, le intenzioni spontanee rivelano spontaneamente quanto il detto «Mamma ce n’è una sola» regga necessariamente l’interrogativo.
«Per la madre che mi ha generato e poi abbandonato. Dio faccia per lei quello che io non sono ancora riuscito a fare: perdonarla».
«Per la mia zia Carla, che ho imparato a chiamare mamma. Mi ha tirato su insieme ai suoi tre figli già grandi e, benché io sia stato il più disgraziato, fa ancora sacrifici per venirmi a trovare».
«Per la madre dei miei figli, che si vergogna di me e non vuole portarmeli a colloquio».
«Per la mia Giusy, che tutte le sere racconta al nostro piccolo Mimmo una storia dove io sono lontano per aiutare altri bambini».
«Per le mamme dei miei figli. Non facciano loro quello che hanno fatto a me: abbandonarli».
«Per tutte le donne che sono diventate mamme in seguito a violenza e per tutte quelle che subiscono violenza e vengono umiliate perché la natura ha impedito loro di diventare mamme».
«Per la mia mamma, che è malata e io non posso fare niente per assisterla».
Il ricordo si fa corale. Mentre si susseguono ricordi affettuosi, nostalgici, pentiti, orgogliosi… mi ritrovo col pensiero a Salvatore. Aveva riguadagnato da poco la libertà, ma, al momento, era il suo unico guadagno. Stava accompagnando la sua compagna ad abortire, perché pensavano di non poter mantenere quel figlio. Un brutto incidente li fa arrivare in ospedale su un’ambulanza, in condizioni molto gravi. Sono salvi tutti e tre: è un mezzo miracolo. L’assicurazione riconosce loro un indennizzo provvidenziale. Decidono di tenere quel figlio, che ora è la ragione della loro vita.
«Ascoltaci, Signore». E passo lo sguardo su Giovanni, fuggevole per non imbarazzarlo. Indovino i pensieri che lasciano i lividi nella sua mente dietro quegli occhi bassi. Si trova qui perché lui la vita l’ha tolta a chi gliela aveva data. E non ha più trovato pace.
Marcello Matté, Settimana, n.19 2015

Viva le mamme!

«Un mondo fondamentalmente maschile nel quale la donna non ha alcuna funzione è sempre più un mondo senza Dio, poiché senza madre Dio non può nascervi».
Sfogliando le pagine della letteratura è facile imbattersi nell’ironia e persino nel disprezzo che fluisce da penne di uomini convinti del loro primato arrogante, così come non mancano donne che si sono allineate a questo stile intriso di spavalderia e prevaricazione, imitando il maschio. E non è probabilmente un caso che la sessualità sbrigativa e consumistica delle attuali relazioni spenga la raffinatezza dei legami personali. Anche nei rapporti sociali più generali, d’altra parte, è la grossolanità a dominare: alla gentilezza si sostituisce la rozzezza e persino nella religiosità si è inclini a guardare con sospetto la devozione semplice e spontanea. Per fortuna, però, il mondo non è solo questo. È anche autenticamente – pur se per molti versi inconsapevolmente – femminile. E proprio per questo il mondo non è senza Dio.
Teniamocele strette, le madri, e festeggiamole per come meritano. A loro, come scriveva anche Enzo Biagi, dobbiamo tutto: «Le verità che contano, i grandi principi, alla fine, restano due o tre. Sono quelli che ti ha insegnato tua madre da bambino».
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Mamma e papà

Dio non poteva essere dappertutto, dice un proverbio ebraico, così ha creato le mamme. Ma, per farsi capire ovunque, le ha chiamate tutte con lo stesso nome. Ma-ma. Due sillabe che risuonano identiche in tutte le lingue. Più o meno come quelle di papà. Che, pur se in seconda battuta, ne condivide la diffusione universale.
Fatto sta che il nome della madre e quello del padre sono uguali dappertutto. Basta un rapido confronto fra le diverse lingue, per accorgersi che i termini per dire mamma e papà sono sostanzialmente identici sopra e sotto l’equatore.
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Utero in affitto

Un appello contro la pratica dell’utero in affitto. La richiesta all’Europa di metterla al bando. Il desiderio di rompere quello che viene definito «un silenzio conformista su qualcosa che ci riguarda da vicino». A promuoverlo sono le donne di Senonoraquando libere. A firmare, un mondo vasto che va dal cinema alla letteratura, dal campo universitario a quello delle associazioni per i diritti…
Sotto un testo che recita: «Noi rifiutiamo di considerare la “maternità surrogata” un atto di libertà o di amore. In Italia è vietata, ma nel mondo in cui viviamo l’altrove è qui: “committenti” italiani possono trovare in altri Paesi una donna che “porti” un figlio per loro. Non possiamo accettare, solo perché la tecnica lo rende possibile, e in nome di presunti diritti individuali, che le donne tornino a essere oggetti a disposizione»…
Dice la regista Cristina Comencini: «Una madre non è un forno. Abbiamo sempre detto che il rapporto tra il bambino e la mamma è una relazione che si crea. Concepire che il diritto di avere un figlio possa portarti all’uso del corpo di donne che spesso non hanno i mezzi, che per questo vendono i loro bambini, riconduce la donna e la maternità a un rapporto non culturale, non profondo».
Repubblica, 4 dicembre 2015
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