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L’affido familiare


L’affido è un atto di pura generosità. Anche più dell’adozione, perché è temporaneo.
Questo tipo di comportamento sociale, di mutuo sostegno, è il fondamento di ogni comunità, di ogni società civile. E in una società civile è il male a destare sospetto, non il bene.
Ma noi stiamo invertendo il paradigma. La solidarietà, l’accoglienza hanno cominciato ad essere considerate illecite, riprovevoli.
Di fronte ad un comportamento virtuoso le nostre antenne vibrano, cercando malizia.
Chi fa qualcosa per gli altri senza ricevere niente in cambio non è più pregiudizialmente buono, ma pregiudizialmente sospetto. Per quale ragione lo fa, se a lui non ne viene vantaggio?
Stiamo procedendo spediti sulla strada aperta dalle fake news. Siamo nella seconda fase, quella in cui si inverte la polarità etica. E questo è molto pericoloso.
Elena Stancanelli, La Stampa, mercoledì 24 luglio.
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La coscienza del male


A detta della psicanalista francese Catherine Ternynck la rimozione della coscienza del male è una delle cause di maggior sofferenza della psiche contemporanea.
Nell’Uomo di sabbia Ternynck riporta le parole di una sua giovane paziente, in terapia dopo un aborto volontario: «Sono in analisi perché mi sento colpevole, non del mio gesto in sé, ma piuttosto colpevole di sentirmi colpevole: il gesto era legale. Lo desideravo e non lo rimetto in discussione. Da dove viene allora questa cattiva coscienza che non mi abbandona più? Cosa devo fare?».
Molti pazienti, come questa donna, le chiedono di eliminare la coscienza della moralità delle proprie azioni, per questo l’autrice descrive l’uomo contemporaneo come uomo «de-moralizzato», triste perché privo di un pensiero morale, una coscienza del bene e del male: se il «gesto è legale» come è possibile che mi senta in colpa? Se tutti fanno questa cosa perché io ne ho rimorso? L’uomo de-moralizzato vuole una coscienza levigata, senza ferite.
Alessandro D’Avenia, Corsera 20 maggio 2019
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La banalità del male


Quando Salvini ha rifiutato l’attracco ad un porto italiano alla nave Aquarius molti si sono rallegrati per la sua fermezza, altri si sono indignati, altri ancora  hanno rimpianto le politiche adottate da Minniti.
Ci siamo indignati per la separazione forzata dei figli degli emigranti sud americani dai loro genitori ma solo dopo aver visto le foto e sentito gli audio dei pianti dei bambini.
Però in generale preferiamo non vedere, non sapere cosa avviene sulla sponda sud del Mediterraneo e nelle acque libiche o al confine tra Messico e USA perché se vediamo ci indigniamo, altrimenti i pochi che denunciano ciò che accade solo voci che “gridano nel deserto”.
Di fronte a questi atteggiamenti Massimo Cacciari ha ricordato,  citando  Hannah Arendt, la “banalità del male”, il pensare in un modo e agire in un altro, il mettere la testa sotto la sabbia per non veder e non sentire, l’incapacità di confessare i peccati di omissione, ecc.
Franco Rosada

I 5 anni di papa Francesco


Il pontificato di Francesco ha nel discernimento il cuore della sua proiezione nella storia.
Che questo discernimento sia in atto lo dimostra il fatto che attorno al Papa si creano campi di energie di attrazione e repulsione, negative e positive, in cui Francesco si fa catalizzatore di quelle positive, che esse siano dentro o fuori della Chiesa. Pensiamo alla mobilitazione per la pace in Siria o all’effetto dell’enciclica Laudato si’. Aggrega il bene e costringe il male a svelarsi. E questo si manifesta fuori, ma anche dentro la Chiesa.
Quindi, essere uomini di discernimento significa per il Papa essere uomini dal «pensiero incompleto», dal «pensiero aperto». La sua visione interiore non s’impone sulla storia cercando di organizzarla secondo le proprie coordinate, ma dialoga con la realtà, s’inserisce nella storia degli uomini, si svolge nel tempo.
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I genocidi del ‘900

Dalla basilica di San Pietro, dove ieri ha celebrato la messa per il centenario del “martirio” (Metz Yeghern) armeno, il ricordo del Papa è andato anche ad “altri stermini di massa, come quelli in Cambogia, in Ruanda, in Burundi, in Bosnia”. Non prima di aver parlato del “grido soffocato e trascurato di tanti nostri fratelli e sorelle inermi, che a causa della loro fede in Cristo o della loro appartenenza etnica vengono pubblicamente e atrocemente uccisi – decapitati, crocifissi, bruciati vivi -, oppure costretti ad abbandonare la loro terra. Anche oggi stiamo vivendo una sorta di genocidio causato dall’indifferenza generale e collettiva, dal silenzio complice di Caino che esclama: ‘A me che importa?’”. Per il Pontefice ricordare genocidi e stermini di massa “è necessario, anzi, doveroso, perché laddove non sussiste la memoria significa che il male tiene ancora aperta la ferita; nascondere o negare il male è come lasciare che una ferita continui a sanguinare senza medicarla!”.
Daniele Rocchi, SIR, 13 aprile 2015
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Adamo, dove sei?

Uomo, chi sei? Non ti riconosco più.
Chi sei, uomo? Chi sei diventato?
Di quale orrore sei stato capace?
Che cosa ti ha fatto cadere così in basso?
Non è la polvere del suolo, da cui sei tratto. La polvere del suolo è cosa buona, opera delle mie mani.
Non è l’alito di vita che ho soffiato nelle tue narici. Quel soffio viene da me, è cosa molto buona (cfr Gen 2,7).
No, questo abisso non può essere solo opera tua, delle tue mani, del tuo cuore… Chi ti ha corrotto? Chi ti ha sfigurato?
Chi ti ha contagiato la presunzione di impadronirti del bene e del male?
Chi ti ha convinto che eri dio? Non solo hai torturato e ucciso i tuoi fratelli, ma li hai offerti in sacrificio  a te stesso, perché ti sei eretto a dio. Oggi torniamo ad ascoltare qui la voce di Dio: “Adamo, dove sei?”.
papa Francesco, visita al memoriale di Yad Vashem
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Vegliare nella notte

La giornata del Sabato santo è aliturgica (senza Eucaristia) come il Venerdì santo. La chiesa spoglia, col suo silenzio e con l’assenza di qualsiasi rito liturgico, pare che sia discesa con Gesù, suo sposo, nel sepolcro. La sua vedovanza durerà poco.
L’atmosfera sta in una trepida attesa, in una speranza che presto si trasmuterà in gioia, la gioia della Risurrezione. La riforma liturgica ha messo in luce questa certezza con la restaurazione della Veglia pasquale.
Così come la viviamo oggi, essa è sorta per celebrare la risurrezione di Gesù e per portare a termine il cammino dei catecumeni con la ricezione dei sacramenti dell’iniziazione cristiana.
Il cero pasquale, dalla cui luce tutte le altre si accendono e prendono splendore, è simbolo di Cristo che risorge glorioso, che vince e disperde le tenebre del male.
La veglia pasquale deve quindi segnare per ogni cristiano una vera rinascita spirituale; bisogna passare dall’uomo vecchio all’uomo nuovo che in Cristo trova la sua perfezione.
Don Joseph Ndoum

I salmi imprecatori

La scelta operata, con la riforma liturgica scaturita dal Vaticano II, di togliere i salmi imprecatori dalla preghiera liturgica, fino a quel momento recitati in latino, era dettata «dal desiderio di superare le difficoltà della loro lettura per un credente che non fosse ancora giunto alla piena maturità della fede» (*). Come era possibile restare fedeli alla legge dell’amore di Gesù e, allo stesso tempo, pregare invocando il male e chiedendo la distruzione dei nemici?
Quella scelta non aiutava a comprendere pienamente il significato di quei testi, trascurava di sottolineare che in quelle parole risuona il grido dei “violentati” della storia, degli oppressi le stesse grida che risuonano nei conflitti armati odierni, ma che non vengono sufficientemente raccolte dalla nostra indifferenza e assuefazione.
La lotta tra il bene e il male, tra la violenza subita e il desiderio di farsi giustizia, abita da sempre l’umanità e quindi è presente anche nel corpo vivo dei credenti che devono lottare contro il “diavolo”: i salmi imprecatori «fanno entrare nella nostra preghiera questa lotta e ci rivelano che essa è costitutiva della vita cristiana, segnata dalla lotta contro il seduttore di tutta la terra» (*)…
Le invettive rappresentano uno strumento di preghiera dei poveri, dei giusti perseguitati e degli oppressi che, con le loro grida, chiedono a Dio di intervenire per fare giustizia e castigare il malvagio: nell’universo sociale e religioso di chi ha raccolto quei testi la maledizione era l’unica arma da opporre ad una giustizia corrotta e agli abusi dei potenti.
Nei salmi c’è l’uomo nella sua essenza e i suoi sentimenti, quindi anche la sofferenza di chi prega. Essi sanciscono il principio in base al quale il credente non cede alla  tentazione di farsi giustizia e di rispondere al male con il male, ma lascia fare alla giustizia di Dio e rimette a lui ogni iniziativa.
Luciano Grandi, Settimana, n.12 2014
* Enzo Bianchi; La violenza e Dio, ed. Vita & Pensiero, Milano 2013, pp. 108, e 12,00.

 

 

Bene e male

«Ma lei davvero crede ancora nell’esistenza del bene e del male?» mi chiese un giornalista, una quindicina di anni fa. La domanda mi sconvolse, perché fino a quel momento avevo sempre considerato l’esistenza di questi due poli come un lapalissiano fondamento della realtà. Invece improvvisamente scoprivo che non era così, che quello che io credevo fondamento, non era altro che il residuo di una credenza arcaica. Nel mondo esaltato dai media, infatti, il bene e il male non hanno più alcun senso di esistere. Il «mi piace» e il «non mi piace» sono diventati il confine etico del mondo. Ma l’essere umano trova veramente la sua realizzazione nel «mi piace» o «non mi piace»? O si tratta piuttosto di una pietosa anestesia per impedire di alzare lo sguardo e correre il rischio di farsi domande più grandi?
Aver cancellato la linea di demarcazione tra il bene e il male, trasformando quest’imprescindibile scelta in qualcosa di voluttuosamente relativo, ha contribuito fortemente a trascinare le giovani generazioni in questo stato di desolante degrado, privo di orizzonti. L’essere umano, per diventare veramente tale, ha bisogno di sfide. E la prima sfida è quella di sapere cos’è il giusto e cos’è l’ingiusto, per poter poi scegliere da che parte schierarsi.
Susanna Tamaro
Tratto da Corsera, 14 febbraio 2014

Insegnanti e studenti

Un libro li definisce «sdraiati». I ragazzi di oggi. Una generazione che non sa tenere la schiena dritta, ma spalma sulla vita la propria spina dorsale liquida.
Gli sdraiati invece li vedo tendersi quando offri loro qualcosa di cui non possono fare a meno e che abbiamo sostituito con surrogati tecnologici, assenza di «no» e limiti, ma soprattutto di mete non autoreferenziali e narcisistiche.
Raddrizzano la schiena quando al moralismo sostituisci la morale: facendo loro toccare cosa è bene e cosa è male, non a parole; quando alla nostalgia del tempo andato sostituisci la nostalgia del futuro, sudando lo stesso loro sudore, non metaforico; quando al paternalismo sostituisci la paternità, difendendoli dalle paure ma sfidando le loro risorse migliori, dedicando loro tempo al di fuori di quello stabilito.
La spina dorsale cresce dritta a chi è teso verso la luce, come quelle piante a cui mia nonna metteva accanto un bastone fissato con uno spago…
Alessandro D’Avenia, La Stampa 6 dicembre 2013
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