Archivi tag: lavoro

Reddito di cittadinanza


Il 28% dei lavoratori in Italia guadagna meno di quanto previsto dal reddito di cittadinanza. Infatti, se consideriamo che il reddito di cittadinanza consente di arrivare a 780 euro al mese, per un anno si raggiungono i 9.360 euro netti, che corrispondono a un importo lordo di poco superiore ai 10mila euro.
Forse, più che il reddito di cittadinanza, sarebbe meglio alzare il livello del salario minimo!
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L’immaginario e il reale


Provate a pensare a quanta parte della discussione pubblica, in questi mesi, si sia incentrata sul tema dell’immigrazione, dei profughi e della sicurezza, piuttosto che sulle pensioni o sul reddito di cittadinanza. Tutto ciò favorisce un circuito perverso che oggi vede il perno sulla comunicazione via social ripresa e amplificata dai quotidiani, dalle televisioni, da internet e dai talk show: in un processo che si autoalimenta, costruendo così una sorta di realtà parallela rispetto ai problemi reali della vita quotidiana. Generando una bipolarità fra immaginario e realtà.
Ma le priorità indicate dalla comunicazione (politica e mediatica) sono le medesime della popolazione? Una conferma all’esistenza della bipolarità si riscontra quando si domanda agli italiani quale sia il problema più importante là dove vive. La lista proposta va dagli immigrati, alla viabilità, dal costo della vita all’inquinamento e altri temi ancora. La questione che per tutti risulta essere in assoluto la più importante nella propria realtà è il lavoro (38,1%), seguito a distanza da altri problemi posti quasi sul medesimo piano: inquinamento (15,0%), viabilità (10,9%), costo della vita (10,9%) e qualità dei servizi socio-sanitari (10,1%). L’immigrazione (5,9%) e la criminalità (4,8%) sono collocati in fondo alla classifica, nettamente distanziati.
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Lavorare meno, lavorare meglio

In Nuova Zelanda stanno sperimentando la settimana lavorativa di 4 giorni (ma pagata 5) e il risultato è un netto aumento della produttività.
Va bene che per noi la Nuova Zelanda è agli antipodi, ma chissà che l’esperimento non abbia qualcosa da insegnare anche all’Italia.
Il business della Perpetual Guardian, la società che ha avviato questa rivoluzione, consiste nell’offrire servizi alle persone: servizi di ogni tipo, da quelli finanziari e assicurativi all’assistenza sanitaria privata. La prima verifica dice che i lavoratori avendo più tempo per ricaricarsi si presentano più freschi e soprattutto più capaci di prendere iniziative, più creativi; magari in un settore diverso, dove la capacità d’iniziativa conta meno ed è più apprezzata la quantità lorda del contributo lavorativo, gli esiti dell’esperimento neozelandese non verrebbero valutati in termini altrettanto positivi, però il caso della Perpetual non è unico al mondo, qualche altro sporadico tentativo si è fatto (1).
Luigi Grassia, La Stampa, 30 luglio 208
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(1) In Francia, da quasi vent’anni, l’orario di lavoro è di 35 ore, lo stesso vale per il Belgio. In Danimarca e Norvegia si lavora 33 ore a settimana, in Olanda si scende a 29.
(tratto da GF99, in uscita a settembre 2018)

 

I limiti dello sviluppo


Vicini alla felice conclusione della vecchia lotta dell’uomo contro la povertà, le malattie e la schiavitù del lavoro, serpeggiano la disillusione e il dubbio. Cominciamo a percepire che nella nostra società tecnologica ogni passo avanti rende l’uomo insieme più impotente e più forte, che ogni nuovo potere acquisito sulla natura sembra essere un potere contro l’uomo stesso.

La scienza e la tecnologia ci hanno portato sia l’incubo dell’incenerimento termonucleare, sia la ricchezza e la prosperità; l’aumento della popolazione e lo sviluppo delle città hanno portato nuovi e degradanti tipi di povertà e di imprigionamento in uno squallido urbanesimo, spesso culturalmente sterile, rumoroso e degradante; l’elettricità e la forza motrice hanno diminuito la fatica del lavoro non manuale, ma lo hanno spogliato della soddisfazione che dava; l’automobile dà libertà di movimento, ma è diventata un feticcio e avvelena le città (da: I limiti dello sviluppo, 1972).
Di questo e di tanto altro parleremo nel numero di settembre della rivista Gruppi Famiglia dedicata a “Un mondo migliore”.
Franco Rosada

L’ascensore sociale è rotto

Come si può aumentare la mobilità sociale nel nostro paese? La risposta tradizionale a questa domanda è che l’istruzione è il grande ascensore sociale, e non c’è dubbio che in passato in parte lo sia stato.
La proposta tradizionale per aumentare la mobilità sociale è, quindi, favorire la prosecuzione negli studi degli studenti volenterosi e con un buon rendimento scolastico provenienti da famiglie di basso status socioeconomico. Politiche rivolte in questo senso sono sicuramente auspicabili di per sé, ma la visione della scuola come istituzione chiave per favorire la mobilità sociale ha almeno due problemi.
Vari studi hanno mostrato che la maggiore disuguaglianza educativa in funzione dell’origine sociale si osserva non tanto fra gli studenti bravi ma fra gli studenti mediocri, cioè fra gli studenti con voti sotto la media. Mentre gli studenti con brutti voti e di classe sociale bassa interrompono presto gli studi, quelli con brutti voti ma di classe alta tendono a proseguire.
Il secondo coglie un altro meccanismo alla base della disuguaglianza intergenerazionale. Si tratta di quello che potremmo definire effetto  “spintarella”. Vari studi recenti mostrano che lo stesso titolo di studio rende di più, in termini di reddito, a coloro che provengono da una famiglia di status socio-economico elevato.
Questi due meccanismi, la compensazione di risultati scolastici mediocri e la successiva spintarella sul mercato del lavoro, mettono in discussione l’idea che la scuola possa da sola accrescere la mobilità sociale.
Fonte: http://www.neodemos.info/articoli/la-pericolosa-curva-del-grande-gatsby-cosa-succede-se-la-famiglia-di-origine-conta-piu-dello-studio/?print=pdf

Quale lavoro?


Oggi rischiamo di veder prevalere la dimensione quantitativa del lavoro (disoccupazione), perdendo di vista un secondo ma altrettanto fondamentale aspetto: la dimensione qualitativa. Come oggi le persone vivono il proprio rapporto con il lavoro? È un’esperienza liberante o opprimente? I lavoratori
hanno possibilità di sviluppare nuove forme di partecipazione nei luoghi di lavoro o sono costretti a moderne schiavitù? Come e quanto incide nell’organizzazione della vita personale e familiare? Senza una seria riflessione su questi termini si corre il rischio di perdere di vista la dimensione soggettiva e i valori che il mondo del lavoro produce per la persona umana.
Cesare Nosiglia, arcivescovo di Torino
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Lavoretti

Il lavoro “nutriente” capace di sostenere e far progredire nella società diventa sempre più difficile da trovare e aumenta sempre di più la quantità di lavoro malpagato, precario, frammentato, anonimo.
Il capitalismo delle piattaforme interpella la dicotomia presente/futuro anche da un altro punto di vista. Con paghe misere e diritti all’osso impoverisce i lavoratori oggi, compromettendone la capacità di spesa e la solidità esistenziale. Ma mette a repentaglio anche il loro domani perché, in assenza di contributi versati e in presenza di un sistema per minimizzare le tasse che non ha precedenti, spinge lo stato sociale verso un punto di rottura. Chi pagherà per le cure di cui avranno bisogno da vecchi visto che i loro datori di lavoro, che mettono mano alla pistola se solo provi a chiamarli così, avranno versato un’inezia di tasse e perlopiù altrove? La gig economy presuppone una perma-giovinezza, l’energia inesausta di accettare una corsa dopo l’altra e non essere nemmeno sfiorati dal sospetto che un giorno quei ritmi presenteranno il conto. Significa affrontare ogni lavoro come se fosse l’ultimo. Come se non ci fosse un domani, che da metafora rischia di diventare cronaca.
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