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Corruzione: che faresti?

Se assistesse o fosse destinatario di un tentativo di corruzione, pensa che lo denuncerebbe alle forze dell’ordine?
Risposte di un campione rappresentativo dei cittadini italiani tra 18 e 40 anni:
Ricerca curata dall’Istituto Demopolis per Riparte il futuro.
Al di là dei numeri, il 75% degli under 40 italiani valuta la lotta alla corruzione come impegno fondamentale per il futuro del Paese ma, nello stesso tempo, ritiene che in Italia non esistano strumenti efficaci per contrastare e ridurre la corruzione. Ed è netta, nella percezione dell’opinione pubblica, l’esigenza di nuove leggi, che incidano soprattutto su certezza della pena e trasparenza.
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Ne parleremo su una dei prossimi numeri della rivista Gruppi Famiglia

 

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Ero straniero…

Controcorrente e al di fuori di ogni convenienza politica, la campagna “Ero straniero” è una proposta di legge popolare per cambiare, in senso inclusivo, le politiche dell’immigrazione in Italia.
L’obiettivo è quello di raggiungere 50 mila firme entro 6 mesi dal 1° maggio da parte dei promotori: Centro Astalli, Radicali italiani, Casa della carità Milano, Acli, Arci, Asgi (Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione), Cnca (Coordinamento nazionale comunità accoglienza), A buon diritto, Cild (Coalizione italiana libertà e diritti civili).
L’iniziativa ha ricevuto il sostegno pubblico di papa Francesco oltre a molti sindaci e organizzazioni come Caritas Italiana e Fondazione Migrantes.
L’obiettivo politico esplicito è quello di superare la legge Bossi Fini sull’immigrazione.
Abbiamo chiesto a Donatella Parisi del Centro Astalli, sede italiana del Servizio dei gesuiti per i rifugiati, una presentazione della proposta rimandando per approfondimenti ai siti web dei promotori e alla pagina Facebook della campagna.
«Promuovere questa campagna è l’occasione per ribadire che accompagnare i rifugiati non significa solo essere testimoni della vita di tante persone che incontriamo e del loro carico di sofferenza e speranza, ma vuol dire soprattutto essere promotori di una nuova umanità, quell’umanità che fa bene e fa il bene. È per noi la declinazione di un impegno quotidiano nel creare percorsi di inclusione e coesione sociale a vantaggio di tutti. Questa proposta è frutto di un cammino che stanno compiendo insieme personalità e organizzazioni molto diverse tra loro, accomunate dalla necessità di un ribaltamento culturale. La paura del diverso va affrontata, il racconto dell’immigrazione va cambiato, le buone prassi che ci sono vanno fatte conoscere, affinché si diffondano e diventino strutturali. Riteniamo sia importante che il cambiamento culturale vada a stimolare anche un cambiamento legislativo. Ecco perché mettersi insieme per un’iniziativa di legge popolare».
La proposta di legge dal titolo “Nuove norme per la promozione del regolare permesso di soggiorno e dell’inclusione sociale e lavorativa di cittadini stranieri non comunitari”, si compone di 8 articoli che prevedono:
• l’introduzione di un permesso di soggiorno temporaneo per la ricerca di occupazione e attività d’intermediazione tra datori di lavoro italiani e lavoratori stranieri non comunitari;
• la reintroduzione del sistema dello sponsor;
• la regolarizzazione su base individuale degli stranieri “radicati”;
• nuovi standard per riconoscere le qualifiche professionali; misure per l’inclusione attraverso il lavoro dei richiedenti asilo;
• il godimento dei diritti previdenziali e di sicurezza sociale maturati;
• l’uguaglianza nelle prestazioni di sicurezza sociale; maggiori garanzie per un reale diritto alla salute dei cittadini stranieri;
• l’effettiva partecipazione alla vita democratica col voto amministrativo;
• l’abolizione del reato di clandestinità».
Fonte: Città Nuova, agosto 2017

La famiglia in Francia

La natalità è attorno al 2,01 figli per donna; gli investimenti sulla famiglia sono pari al 3,5% del Pil (erano al 4% fino al 2013); l’occupazione femminile è al 60%.
Benvenuti in Francia, paese che si può ben definire, a tutt’oggi, il “granaio demografico” europeo. Come ci sono arrivati? Attraverso un mix di aiuti economici alle famiglie (progressivi rispetto al numero di figli), di strutture di assistenza all’infanzia, di armonizzazione dei congedi tra padri e madri.
«La Francia è partita nel 2004 con un “pacchetto natalità” denominato PAJE-Prestation d’accueil du jeune enfant», spiega Pietro Boffi, del Cisf. «È un meccanismo a due livelli, composto da un sussidio di base e un sussidio di libera scelta. Il primo fa sì che al settimo mese di gravidanza si riceva un contributo fisso pari a 800 euro, il classico bonus nascita. Ma non c’è solo quello, perché quando si fa un intervento di politica per le nascite, il bonus da solo non serve a niente. C’è anche un contributo mensile pari a 160 euro, che dura dalla nascita fino al terzo anno, di carattere universalistico (erano esclusi solo i redditi superiori a 4.575 euro mensili, sostanzialmente viene erogato a quasi tutte le famiglie interessate)».
Il secondo sussidio, quello denominato “di libera scelta”, ha permesso alle famiglie di scegliere la modalità di accudimento preferita dei figli fino ai sei anni. È stato così possibile scegliere liberamente tra l’asilo nido e un’assistente all’infanzia qualificata, con contributi, a seconda della fascia di reddito, dai 400 ai 600 euro mensili.
«Infine, sono stati presi in considerazione anche quei genitori che dicono: “io preferisco stare a casa per curare mio figlio, almeno per un periodo”, prosegue Boffi. Di conseguenza, in caso di interruzione dell’attività professionale è stato previsto un sussidio di 340 euro per i 6 mesi successivi al congedo di maternità, cumulabile con i 160 mensili del sussidio di base. Chi intendesse ritornare al lavoro, ma scegliendo il part time, riceve lo stesso sussidio (denominato non a caso di libera scelta d’attività) in misura proporzionalmente ridotta».
La forza di questo intervento? «È stato lungimirante: nel 2004 la Francia aveva un tasso di 1,88 figli per donna, eppure è stato lanciato un allarme e realizzata una misura articolata e globale che ha consentito, negli anni successivi, di raggiungere e mantenere la “soglia di sostituzione” della popolazione, ovvero né una crescita abnorme, né un fardello enorme di anziani».
Nel gennaio 2014, infine, il governo francese ha approvato un’estensione del congedo parentale ai papà: viene riconosciuto un periodo aggiuntivo di sei mesi per un totale complessivo di un anno per i due genitori. Il periodo sale a tre anni (sei mesi al padre) dai due figli in su. E in Italia? Si continua a discutere su un giorno in più o in meno di congedo obbligatorio da concedere ai papà, come se davvero facesse la differenza.
Benedetta Verrini, Noi, famiglia & vita, 25 giugno 2017
Fonte: http://www.forumfamiglie.org/wp-content/uploads/2017/06/NFV.pdf

Le cinque Italie del dopo-crisi

La lunga recessione ha spezzato ancor più lo Stivale. Ma il dualismo economico Nord-Sud che da un secolo e mezzo disunisce ciò che l’Italia ha unito non basta più a descrivere quale Paese siamo oggi. L’effetto combinato tra la crisi (specialmente dell’industria) e la spinta alla modernizzazione ha prodotto nuove fratture che percorrono trasversalmente le dorsali italiane. Oggi il Paese può essere suddiviso in cinque aree diverse. Sono le «Cinque Italie» che ci lascia in eredità la crisi, aree non sempre contigue ma omogenee al loro interno per il reddito pro-capite, gli indicatori economici e del disagio sociale.
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Il lusso di avere figli

Perché in Italia nascono ogni anno così pochi bambini?
Perché almeno fino a dieci anni fa da noi chi parlava di incentivare la natalità veniva guardato male: restava ancora la antica memoria del “donare figli alla Patria” del fascismo, e la cosa non piaceva.
Inoltre, almeno la mia generazione è cresciuta in un comandamento non esplicitamente detto, che diceva: il mondo è già sovrappopolato, non è giusto fare tanti figli. E per me e le mie coetanee, poi, l’imperativo era lavorare e essere autonome, non certo fare tanti bambini. I risultati sono quelli che vediamo.
Oggi in Italia avere un figlio è un atto di coraggio, e un investimento oneroso. Soprattutto se i genitori hanno un lavoro precario, altro fattore che per la natalità è rovinoso. Se sai d’avere lavoro per un anno, dove trovi il coraggio di fare un bambino, che dovrai crescere per almeno vent’anni?
Marina Corradi, Avvenire 12 aprile 2017
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Non è un paese per donne

Questo non è un Paese per donne. Una su due non lavora (in Sicilia questo dato scende al 27%). L’Italia è uno dei peggiori Paesi per essere una donna lavoratrice. E non ci voleva una ricerca (Ocse) per capirlo. Basta chiedere alle tante italiane che devono conciliare lavoro, amore, cura della famiglia. È un problema di cultura ma anche di politica.
In sostanza ti dicono: hai voluto la bicicletta, adesso pedala. E bisogna pedalare tanto di più di un uomo per avvicinarsi a quel tetto di cristallo che ancora impedisce le pari opportunità. E mentre pedali con fatica devi affrontare salite ripide, come quella dell’amore. Perché ancora pochi uomini sono disposti a fare il tifo per una campionessa. Scatta la competizione che mina la freschezza di un rapporto e anche l’egoismo e l’educazione che impediscono a lui di accettare una equa distribuzione della fatica in questa corsa a due.
In pratica mentre tu pedali in salita lui non rinuncia al motorino. È sempre l’Osce che rivela come le donne in Italia dedichino 36 ore la settimana ai lavori domestici, mentre gli uomini non vanno oltre le 14, il divario maggiore tra tutti i Paesi industrializzati.
Maria Corbi, La Stampa 29 gennaio 2017
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Il secolo dei nonni

Quello in cui viviamo è il secolo dei nonni, associato invece al novecento che ha visto lo sviluppo, se non addirittura la nascita, della cultura dell’infanzia. Anche se i dati a disposizione non sono univoci, per i diversi metodi e procedure di raccolta e analisi impiegati, si può calcolare, con una certa attendibilità, che la qualifica di nonno possa oggi essere attribuita a circa dodici milioni di italiani di cui ben l’ottanta per cento si occupa abitualmente di sette milioni di bambini, con un risparmio, si calcola, per le famiglie, di ventiquattro miliardi di euro l’anno. Il parametro dell’ “occuparsi abitualmente” non si riferisce solo a nonni che esercitano a tempo pieno questo compito, ma anche a chi è a “part time”, con un impegno certo intenso e quasi quotidiano che permette, però, comunque, di mantenere un significativo spazio per altre attività e interessi personali. Ma l’importanza dei nonni oggi non è solo a livello quantitativo. I nonni dell’ottanta per cento (quasi dieci milioni), rispondono ad almeno tre funzioni, oggi particolarmente importanti. La prima è quella di aiuto nell’accudimento, in un contesto in cui i genitori lavorano di più e in situazioni più disagiate e, a volte, anche di sostegno economico. La seconda è quella di far vivere una affettività e relazionalità diversa e integrativa da quella dei genitori, ma anche esercitare un ruolo educativo nelle aree della conoscenza, della moralità e dei valori. La terza è quella di rappresentare la “radice” e la “memoria” della storia famigliare, della propria e precedente loro generazione.
Gruppo Abele, progetto genitori&figli