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L’Islam velato


Porto lo hijab per molte ragioni. Per me la più importante è che mi permette, al lavoro, per strada, ovunque io sia, di essere considerata (e giudicata) per la mia personalità, per la mia spiritualità, per la mia mente, e non per la mia apparenza fisica.
Un altro motivo è che la bellezza che Dio mi ha dato come donna è un dono che non voglio condividere con chiunque, ma solo con chi ho scelto io. Secondo l’Islam, quando prego, devo essere coperta, anche se sono sola nella mia stanza e non ci sono uomini intorno. Questo è il modo con cui Dio mi ama e io amo Dio.
Una terza ragione per l’hijab è che aiuta la famiglia: cosa succede se un uomo per strada vede un’altra donna molto più bella della moglie? Quanta forza deve avere un uomo per rimanere con sua moglie? Con l’hijab noi aiutiamo la stabilità della famiglia, che altrimenti può essere distrutta.
Per me essere sposata ha significato avere molte opportunità nella vita, avendo accanto a me un uomo che condivide i miei ideali e mi incoraggia negli studi.
Mohammad, mio marito, è sempre stato il più forte sostenitore dei miei studi, della mia realizzazione professionale, della mia partecipazione alla vita della società, anche quando dovevo magari trascurare per qualche giorno i figli e la famiglia. Facciamo tantissime cose e le facciamo insieme.
Mahnaz Heydarpoor
Fonte: Dossier Alleanza uomo-donna, Città Nuova Editrice, Roma 2018

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I Rohingya e Myanmar

Noi siamo coi Rohingya, così come con qualsiasi minoranza perseguitata nel mondo.
Nel levarci in solidarietà a questa popolazione, colpita da una violenza genocida condannata dalle Nazioni Unite e dalla comunità internazionale, lo facciamo mano nella mano con le principali autorità buddhiste del mondo – da Thich Nhat Hanh al Dalai Lama – che hanno lanciato un appello internazionale per denunciare tali persecuzioni, e per invitare la popolazione buddhista del Mynamar ad astenersi dalle violenze e ad operare per la loro cessazione, nel nome dello stesso Dharma buddhista e dei suoi nobili insegnamenti.
Tale appello è stato sottoscritto dall’Unione Buddhista Italiana, e successivamente diffuso e valorizzato da esponenti delle stesse comunità islamiche italiane, solitamente invitate a loro volta a dissociarsi da episodi di violenza legati all’Islam. Esso si iscrive in un più ampio orizzonte di autorevoli pronunciamenti, che da Papa Francesco all’Imam di al-Azhar hanno visto in prima fila proprio le autorità delle principali tradizioni spirituali: se il male del settarismo e del fanatismo integralista costituisce un pericolo per ognuna di esse, è proprio al loro interno che possiamo rintracciare oggi i primi e migliori antidoti a tali malattie.
Nell’auspicare un’immediata cessazione delle violenze e una pronta riconciliazione delle nobile popolazione birmana in tutti suoi elementi, uniamo dunque la nostra voce a questi autorevoli appelli, chiedendo alle nostre istituzioni di non tacere e di agire concretamente rispetto a quanto sta accadendo. Nella comune lotta civile e spirituale all’ignoranza, all’odio e ad una distruttiva avidità, i valori condivisi della conoscenza e della compassione costituiscono per noi la solida base del dialogo e della riconciliazione, tanto in Myanmar quanto nelle nostre città e nel mondo intero.
Ibrahim Gabriele Iungo, musulmano
Vedi anche Ai fratelli e alle sorelle buddhiste del Myanmar

Maria nel Corano

Il terzo capitolo del Corano si chiama Al Imran, ovvero “la famiglia di Imran”, dal nome del padre di Maria. È in questo capitolo che la storia di Maria appare per la prima volta nel testo coranico. La narrazione dell’infanzia di Maria inizia con la moglie di Imran, che prega e promette a Dio che il bambino nel suo grembo verrà consacrato a Lui. Nata la bambina, la chiama Maryam e prega Dio perché protegga lei e la sua discendenza da Satana.
Il Corano narra poi che il Signore accolse Maria «di accoglienza bella, e la fece crescere della migliore crescita», che ella sperimentò miracoli del favore divino mentre cresceva nel santuario sotto la tutela di Zaccaria. La seconda parte del racconto mariano ci narra l’Annunciazione: gli angeli la informano che Dio l’ha scelta, l’ha resa pura, e l’ha eletta tra tutte le donne del mondo. Viene poi istruita dagli angeli a essere devotamente obbediente al suo Signore, a prostrarsi e a inchinarsi «con coloro che si inchinano».
Quindi riceve la lieta notizia di un figlio che sarà eminente in questo mondo e nell’altro, «uno dei più vicini» a Dio e tra i giusti. È sorpresa nell’apprendere che partorirà un figlio anche se nessun uomo l’ha mai toccata, ma la risposta divina giunge con grande chiarezza: «È così che Allah crea ciò che vuole: “Quando decide una cosa dice solo ‘sii’, ed essa è”».
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Il Corano può essere interpretato?

Il Corano, che costituisce per i musulmani la «parola di Dio», deve, proprio in quanto si presenta in una forma sintetica e miracolosa, essere soggetto a esegesi e a interpretazione: da una parte, infatti, il testo deve essere inteso nei suoi molteplici significati, dall’altra deve essere contestualizzato, collocato nell’Arabia del settimo secolo. Ciò che è in gioco è l’articolazione del messaggio universale del testo e un esempio di adattamento particolare dei suoi contenuti universali al contesto della rivelazione, la cronaca della predicazione nella società pagana della Mecca, seguita dalla costituzione della prima società musulmana a Medina. Poiché «non abbiamo omesso nulla dal libro» (Cor. 6:38), il Corano contiene naturalmente l’universale, unitamente a un particolare, che non può essere universalizzato senza cessare di essere un particolare.
In questo particolare si trova il racconto degli avvenimenti dell’epoca della rivelazione. Questi avvenimenti sono stati in parte militari, e dunque violenti. Non si tratta di sopprimerli dal testo – è assurdo voler «riformare» il Corano, come qualcuno ha proposto – ma di considerarli nella prospettiva appena illustrata, rifacendosi alla quale non possono divenire delle norme, se non delle norme simboliche, quelle del combattimento contro se stessi per migliorarsi, quello che il Profeta chiamava «la guerra santa contro l’anima» (jihad an-nafs).
Fonte: CO.RE.IS
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L’Islam è il nemico?

“Mi fece riflettere il fatto che gli stessi musulmani, spesso guardati con diffidenza dai cristiani, vedevano questi ultimi come sodali degli occupatori europei dei loro paesi. Nei periodi storici di crisi, le persone tendono a sfogare la rabbia contro nemici identificati con religioni diverse dalla propria, ad essi opposta. Quel che dopo il 1929 condusse all’Olocausto degli ebrei si sta ripetendo oggi con l’avanzata dell’Isis. Ma l’Islam non è questo. Io collaboro con l’AECNA (Amicizia Ebriaico-Cristiana di Napoli) per dimostrare che ciò che sta succedendo al di là delle nostre coste può succedere anche qui. Se l’uomo diventa aggressivo e avido ci sarà la guerra, mentre noi dobbiamo cercare la pace”.
Nasser Hidouri, imam di San Marcellino (CE)
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L’Islam e il Natale

Caro direttore, è forse un mistero se e come i musulmani festeggino il Santo Natale di Gesù? In realtà, bisognerebbe ricordare loro che la nascita di Gesù è espressamente menzionata nel Corano e rappresenta veramente un mistero e un miracolo che inizia dalla straordinaria purezza di sua madre Maryam, la cui nascita è immacolata anche secondo la tradizione islamica. Così, in molti Paesi del mondo arabo e asiatico, cittadini cristiani e musulmani condividono la sensibilità per dei momenti ‘santi’ che ogni dottrina insegna e festeggia in modo differente ma che, nel caso della nascita di Gesù, dovrebbe essere un’occasione di rinnovata fratellanza tra cristiani e musulmani anche in Occidente. Forse basterebbe tutto questo per sensibilizzare persino alcuni dirigenti scolastici che in Italia abusano del pretesto delle differenze religiose per creare un ‘Natale attenuato’ con la ‘integrazione’ di elementi e note di colore che annacquano l’identità autentica di questo evento e avvento storico e spirituale, scambiando così il culto con il ‘multiculturalismo’ e il valore universale con un artificioso ‘universalismo’ laicista…
Yahya Pallavicini, Avvenire, 23 dicembre 2015
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C’è solo il Corano

… Ed è allora che interviene Amina dalle ultime file. Una ragazza minuta, con un visibile velo blu in testa. «Chi l’ha detto che sciiti e sunniti si scontrano sulla successione? Per l’Islam non ci può essere successore di Maometto. E comunque è tutto spiegato nel Corano. Non servono altri libri, il Corano spiega tutto, dice tutto».
Il tono è perentorio, non ammette repliche: c’è un’unica verità rivelata, impossibile metterla in dubbio. «Se io voglio conoscere la fede dei cristiani vado a chiedere a un ministro della fede cristiana. Non certo a mio papà musulmano. Ma così deve avvenire anche per i musulmani. Ci si rivolge al gran muftì della moschea di Al Azhar al Cairo. La sua definizione di sciiti e sunniti è quella giusta», aggiunge.
Proviamo comunque a rispondere. «La moschea di Al Azhar ospita un’autorità sunnita, importante quanto si vuole, ma non è affatto detto che piaccia agli sciiti», replichiamo. E ancora: «Lo scontro tra sciiti e sunniti esplode dopo la morte di Maometto. Il Corano, rivelato prima, evidentemente non ne può parlare».
Ma un coro di applausi e urla di sostegno accompagna le parole della ragazza.
«Sono una quarantina di studenti musulmani che la appoggiano sempre quando parla. Per noi è davvero difficile replicare. In genere gli studenti italiani restano zitti, non sanno bene cosa dire, non hanno argomenti».
Lorenzo Cremonesi, Corsera, 5 dicembre 2015
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