Archivi tag: insegnamento

I giovani e la scuola


Negli ultimi tempi, noi stessi abbiamo mancato di rigore e di slancio, in contrasto con la grande tradizione europea, e anche italiana, di insegnanti cristiani di personalità solida, passione educativa e competenza impeccabile. La scuola è l’unico segmento istituzionale di iniziazione ad un umanesimo condiviso che sia rimasto. Tutto il resto è “fai da te”, peer group, media-video. È un nodo strategico e i ragazzi, sfiduciati e sfilacciati come sono, si aspettano moltissimo: non appena compare un insegnante come si deve, la polarizzazione è altissima, imprevedibile, commovente. […] Nella scuola dobbiamo mandarci i migliori che abbiamo: non venditori o rappresentanti di immaginette e slogan, ma gente che domina il sapere e ha passione per servire lo spirito. E dobbiamo sostenere questi. E sostenere questo. Non sono la predichetta furba o il giovanilismo mistico che fanno la differenza. Un insegnante, di qualsiasi disciplina, ti può cambiare la vita spiegandoti il corso di un fiume. Non è l’apologetica della religione, il punto. È l’apologetica del sapere, del pensare, del lavoro della mente e del coinvolgimento delle passioni dello spirito che ti cambia la vita. I ragazzi lo sanno, infallibilmente, per istinto. Gli adulti ci credono poco. E al fatto che possa accadere ai ragazzi, non credono per niente. Questo li indebolisce: la parte pavida e parassita dell’adolescenza è incoraggiata a prendere il sopravvento. I ragazzi, aizzati dagli adulti all’opportunismo più redditizio possibile, cedono ad essa. Ma ci disprezzano per questo».
P. SEQUERI, Intorno a Dio. Intervista di Isabella Guanzini, La Scuola, Brescia 2010, 26-27.
Fonte: http://www.notedipastoralegiovanile.it/index.php?option=com_content&view=article&id=14084:il-sinodo-i-giovani-la-scuola&catid=499:npg-annata2018&Itemid=209

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La classe capovolta


Oggi gli studenti vengono sommersi da un’enorme quantità di informazioni che loro dovrebbero “imparare”, come se fossero anatre all’ingozzo.
Ma, mentre pretende che gli studenti “imparino”, la scuola di norma non fornisce loro nessuno strumento e nessun sostegno per “imparare”, cioè per gestire in modo sano e produttivo le informazioni che elargisce in maniera intensiva e incessante.
Tutto ciò appare paradossale, specie se si ricorda che insegnare viene dal latino, e significa imprimere un segno nella mente. Chi “insegna” non può, dunque, limitarsi a trasmettere informazioni. Deve cambiare la mente dei suoi allievi, migliorando il loro modo di ragionare e di confrontarsi con la realtà.
Se l’obiettivo è attivare i cervelli, la classe capovolta appare una soluzione possibile, efficace e naturale. L’idea di base è semplice: nella classe capovolta (flipped classroom) viene ribaltato lo schema tradizionale di insegnamento e apprendimento. In aula si discute, si lavora e si impara insieme sotto la guida dell’insegnante. Insomma, si costruisce un’esperienza condivisa, che favorisce il coinvolgimento, la comprensione e il ricordo. A casa, da soli o insieme, ci si documenta grazie a materiali didattici multimediali che oggi sono facilmente disponibili e accessibili. E si è molto più motivati a prepararsi: lo si è proprio perché a scuola si è coinvolti ogni giorno e non saltuariamente, come succede con le interrogazioni e i compiti in classe. Guardate come un’insegnante racconta ai suoi allievi l’intero processo.
Nella flipped classroom si pratica, insomma, il learning by doing. Se tutto ciò ci sembra molto americano, è solo perché abbiamo trascurato e osteggiato le intuizioni di alcuni nostri grandi educatori del passato e ci siamo (colpevolmente) dimenticati di Maria Montessori, che agli inizi del secolo scorso già parlava di apprendimento attraverso l’attività, o di don Milani, o di Giuseppina Pizzigoni.
Anna Maria Testa
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Emergenza educazione

tamaro

L’educazione è la vera e grande emergenza nazionale. Non essere gravemente allarmati e non fare nulla per risolverla vuol dire condannare il nostro Paese ad una sempre maggior involuzione economica e sociale. Che adulti, che cittadini, che lavoratori saranno infatti i ragazzi di queste generazioni abbandonate alla complessità dei tempi senza che sia stato loro fornito il sostegno dei fondamenti? Sono stati cresciuti con il mito della facilità, del tirare a campare, ma la vita, ad un certo punto, per la sua stessa natura pretenderà qualcosa da loro e gli eventi stessi inevitabilmente li porranno davanti a delle realtà che di facile non avranno nulla. Allora, forse, rimpiangeranno di non vere avuto insegnanti capaci di prepararli, di educarli.
Susanna Tamaro, Corsera 8 gennaio 2017
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Il pensiero computazionale

Il pensiero computazionale è un processo mentale che conduce a specificare procedure che un esecutore può realizzare autonomamente.
Nel pensiero computazionale ci sono quindi alcuni aspetti essenziali e che si influenzano reciprocamente.
Primo aspetto: quanti anni ha tuo figlio, cosa è in grado di capire, cosa è in grado di eseguire? Devi adeguare il tuo linguaggio e le tue istruzioni alle sue capacità. Sa come si cucina la pasta? Come si friggono le patate? In altre parole, la tua procedura di risoluzione deve tenere presente la “potenza computazionale” dell’esecutore.
Secondo aspetto: come gli spieghi le cose? A che livello di dettaglio si deve spingere il tuo linguaggio? Basta dire “Riempi la pentola d’acqua”, oppure è necessario chiarire “Prendi la pentola grande e riempila a metà”, oppure…
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Chiesa e misericordia

Ci vengano riferite le voci di alcuni che, sebbene accesi di zelo per la religione, valutano però i fatti senza sufficiente obiettività né prudente giudizio. Nelle attuali condizioni della società umana essi non sono capaci di vedere altro che rovine e guai; vanno dicendo che i nostri tempi, se si confrontano con i secoli passati, risultano del tutto peggiori; e arrivano fino al punto di comportarsi come se non avessero nulla da imparare dalla storia, che è maestra di vita, e come se ai tempi dei precedenti Concili tutto procedesse felicemente quanto alla dottrina cristiana, alla morale, alla giusta libertà della Chiesa. A Noi sembra di dover risolutamente dissentire da codesti profeti di sventura, che annunziano sempre il peggio, quasi incombesse la fine del mondo […] Quanto al tempo presente, la Sposa di Cristo preferisce usare la medicina della misericordia invece di imbracciare le armi del rigore; pensa che si debba andare incontro alle necessità odierne, esponendo più chiaramente il valore del suo insegnamento piuttosto che condannando.
Giovanni XXIII (Gaudet Mater Ecclesia, 11 ottobre 1962)
Fonte: Agenzia Zenit, 28 ottobre 2013, Verso il Sinodo sulla famiglia 2014