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Il matrimonio gay

Il matrimonio gay, approvato recentemente in Irlanda, non è contrario solo ai valori della comunità cristiana, ma è contrario alla realtà della coppia.
E conferire ai gay un diritto che non hanno è che non possono realizzare, perché dal rapporto tra due uomini o tra due donne non nasce un figlio e quindi una famiglia. Per cui è ingiusto conferire gli stessi diritti a coppie che non possono diventare famiglia e a coppie che invece nel loro rapporto è presente la capacità di fare famiglia. Come non si può estendere il diritto alla patente a persone che per svariati motivi non possono guidare, così non si può estendere il diritto al matrimonio a persone che non possono realizzarlo. I gay possono fare coppia, ma non famiglia.
L’ingiustizia non avviene solo quando si negano alle persone diritti che hanno, ma anche quando si concedono uguali diritti a stati di vita diversi.
Qualunque sia il termine con cui si vuole definire il risultato del referendum irlandese (delitto, sconfitta, o altro), dobbiamo constatare che conferire il diritto al matrimonio alle coppie gay è una ingiustizia, perché si attribuisce un diritto e i vantaggi che ne conseguono a persone che non sono in grado di esercitarlo. Se i gay vogliono un riconoscimento al loro desiderio di amarsi per tutta la vita, dovranno trovare una parola che corrisponde alla verità del loro vero amore, e rivendicare quei particolari diritti che nascono da questo amore, che è un amore che presenta caratteristiche e effetti personali e sociali diversi dall’amore di una coppia eterosessuale. Si dice: l’amore non guarda l’anagrafe.
Invece la guarda, perché l’amore eterosessuale da origine ad una storia di vita con prospettive, responsabilità, oneri, e risultati per le persone e la società ben diversi da quelli dell’amore omosessuale: diversità che non nasce dall’appartenenza ad una comunità religiosa, ma dalla natura stessa del rapporto.
Giordano Muraro, Il nostro tempo, Torino 7 giugno 2015

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