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Lasciarsi commuovere


“Il prossimo è una persona, un volto che incontriamo nel cammino, e dal quale ci lasciamo muovere, ci lasciamo commuovere: muovere dai nostri schemi e priorità e commuovere intimamente da ciò che vive quella persona, per farle posto e spazio nel nostro andare.
Così lo intese il buon Samaritano davanti all’uomo che era stato lasciato mezzo morto al bordo della strada non solo da alcuni banditi, ma anche dall’indifferenza di un sacerdote e di un levita che non ebbero il coraggio di aiutarlo, e come sapete, anche l’indifferenza uccide, ferisce e uccide.
Gli uni per qualche misera moneta, gli altri per paura di contaminarsi, per disprezzo o disgusto sociale, senza problemi avevano lasciato quell’uomo per terra lungo la strada. […] Il prossimo è un volto che scomoda felicemente la vita perché ci ricorda e ci mette sulla strada di ciò che è veramente importante e ci libera dal banalizzare e rendere superflua la nostra sequela del Signore.”
Papa Francesco, Panama 27 gennaio 2019
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Per un’ecologia integrale

Sul tema ecologico “dovremmo evitare di cadere in quattro atteggiamenti perversi, che certo non aiutano alla ricerca onesta e al dialogo sincero e produttivo sulla costruzione del futuro del nostro pianeta: negazione, indifferenza, rassegnazione e fiducia in soluzioni inadeguate.
D’altronde, non ci si può limitare alla sola dimensione economica e tecnologica: le soluzioni tecniche sono necessarie ma non sufficienti; è essenziale e doveroso tenere attentamente in considerazione anche gli aspetti e gli impatti etici e sociali del nuovo paradigma di sviluppo e di progresso nel breve, medio e lungo periodo.
In tale prospettiva, appare sempre più necessario prestare attenzione all’educazione e agli stili di vita improntati a un’ecologia integrale, capace di assumere una visione di ricerca onesta e di dialogo aperto dove si intrecciano tra di loro le varie dimensioni dell’Accordo di Parigi. Esso, è bene ricordarlo, ci «richiama alla grave responsabilità […] ad agire senza indugio, in maniera quanto più libera possibile da pressioni politiche ed economiche, superando gli interessi e i comportamenti particolari»”.
Papa Francesco
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I genocidi del ‘900

Dalla basilica di San Pietro, dove ieri ha celebrato la messa per il centenario del “martirio” (Metz Yeghern) armeno, il ricordo del Papa è andato anche ad “altri stermini di massa, come quelli in Cambogia, in Ruanda, in Burundi, in Bosnia”. Non prima di aver parlato del “grido soffocato e trascurato di tanti nostri fratelli e sorelle inermi, che a causa della loro fede in Cristo o della loro appartenenza etnica vengono pubblicamente e atrocemente uccisi – decapitati, crocifissi, bruciati vivi -, oppure costretti ad abbandonare la loro terra. Anche oggi stiamo vivendo una sorta di genocidio causato dall’indifferenza generale e collettiva, dal silenzio complice di Caino che esclama: ‘A me che importa?’”. Per il Pontefice ricordare genocidi e stermini di massa “è necessario, anzi, doveroso, perché laddove non sussiste la memoria significa che il male tiene ancora aperta la ferita; nascondere o negare il male è come lasciare che una ferita continui a sanguinare senza medicarla!”.
Daniele Rocchi, SIR, 13 aprile 2015
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Il feto imperfetto

Emanuele, affetto da Trisomia 13, è nato con travaglio spontaneo, è stato battezzato, abbracciato e accolto dai suoi genitori, ed è morto dopo mezz’ora.
Solo mezz’ora: ma quanta pace nel cuore dei genitori.
In un periodo in cui si respira sempre di più l’aria della sindrome da feto perfetto, impegnando energie e risorse economiche della scienza prenatale solo sulla diagnosi delle malattie e non altrettanto vigore sulle possibilità di cura e di terapia, si consegna alle coppie una medicina senza speranza, aumentando il carico di solitudine e di individualismo.
Mentre tutto questo avviene 13 medici discutono per due ore sulla nascita di un bambino con Trisomia 13, sulla nascita di un feto imperfetto sul piano cromosomico e quindi incompatibile con la vita ma non così per Dio: «Ti ho fatto come un prodigio, e prima che le tue viscere fossero formate io già ti conoscevo».
Riscoprire la preziosità della vita umana è una difesa ineludibile per ogni coscienza. Ho pensato alla frase di san Giovanni Paolo II: «Se vuoi scoprire la sorgente, devi andare contro corrente».
L’impegno di noi medici è andare contro corrente, la corrente dell’indifferenza e della solitudine del cuore, per permettere la vita – anche solo per mezz’ora – a un bambino incompatibile con essa, e donare la pace ai suoi genitori. Questo servizio non è inutile: è solo una goccia, sicuramente, ma come dice Madre Teresa «metti la tua goccia per fare arrivare l’oceano di Dio». No, nessuna vita è inutile.
Giuseppe Noia, presidente Aigoc, Associazione ginecologi ostetrici cattolici
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Narcisismo e denatalità

…Se viene meno l’interesse del passato e quello del futuro, come anche una capacità effettiva di relazioni con l’altro e il diverso, una della prime conseguenze è l’appannarsi e lo scomparire della spinta a generare.
«È interessante osservare che il venir meno della propensione alla generatività costituisce proprio un aspetto tipico del narcisista. Egli, infatti, non sente il dovere di essere grato nei confronti di chi lo ha generato e, in quanto concentrato sul presente, non sente il bisogno di proiettarsi nel futuro tramite la prole» (Cesareo).
Nella cultura occidentale, ormai prevalente, «il legame monogamico in un breve lasso di tempo storico è diventato residuale, mentre si sono diffusi i legami in serie (le coppie ricostruite) e quelli delle coppie di fatto che, in nome dell’autodeterminazione, rifiutano il riconoscimento e la testimonianza sociale.
È però il divorzio a fare della cultura dell’Occidente un unicum; le varie culture lo riconoscono come possibilità, ma nessuna di esse ne conosce una simile diffusione, tanto che potremo parlare di epidemia sociale, o di “società del divorzio”» (Cigoli – Facchin).
Cresce l’angoscia e la paura per gli anni che avanzano, non a causa del culto della giovinezza, ma a causa del culto di sé.
Vi è indifferenza se non disprezzo «nei confronti degli anziani ormai incapaci di nascondere gli anni e la loro fragilità, come pure nei confronti delle generazioni future» (Belardinelli).
L’esercizio della sessualità (“fare sesso”) diventa espressione suprema dell’emancipazione e implode nella costatazione assai comune: «in fondo non succede nulla».
La denatalità non vista e non risolta in Europa non è solo un problema sociale, ma propriamente una tragedia simbolica, il segnale dell’incapacità di una concezione forte di storia, di un mito politico propulsivo, di un progetto capace di coinvolgere gli animi e le menti in un’impresa comune.
«Il risultato complessivo di questo deficit di elaborazione simbolica è sotto gli occhi di tutti: una tonalità piatta e grigia che ottunde tutte le distinzioni di valore, genera quella sfiducia, quel senso paralizzante di impotenza nei confronti del futuro, quella depressione, che definiscono la tonalità psico-affettiva dell’europeo-tipo contemporaneo» (Vaccarini).
Lorenzo Prezzi, Settimana, n.24 2014

La fame nel mondo

«Con il cibo che avanziamo e buttiamo potremmo dar da mangiare a tantissimi. Se riuscissimo a non sprecare, a riciclare il cibo, la fame nel mondo diminuirebbe di molto. Mi ha impressionato leggere una statistica che parla di 10 mila bambini morti di fame ogni giorno nel mondo. Ci sono tanti bambini che piangono perché hanno fame. L’altro giorno all’udienza del mercoledì, dietro una transenna, c’era una giovane mamma col suo bambino di pochi mesi. Quando sono passato, il bambino piangeva tanto. La madre lo accarezzava. Le ho detto: signora, credo che il piccolo abbia fame. Lei ha risposto: sì sarebbe l’ora… Ho replicato: ma gli dia da mangiare, per favore! Lei aveva pudore, non voleva allattarlo in pubblico, mentre passava il Papa. Ecco, vorrei dire lo stesso all’umanità: date da mangiare! Quella donna aveva il latte per il suo bambino, nel mondo abbiamo sufficiente cibo per sfamare tutti. Se lavoriamo con le organizzazioni umanitarie e riusciamo a essere tutti d’accordo nel non sprecare il cibo, facendolo arrivare a chi ne ha bisogno, daremo un grande contributo per risolvere la tragedia della fame nel mondo. Vorrei ripetere all’umanità ciò che ho detto a quella mamma: date da mangiare a chi ha fame! La speranza e la tenerezza del Natale del Signore ci scuotano dall’indifferenza».
Papa Francesco, intervista ad Andrea Tornielli, La Stampa, 15 dicembre 2013
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L’indifferenza

Fra tutti i problemi che mi sono trovato a esaminare e combattere negli anni di lavoro, sicuramente l’indifferenza ha rappresentato lo scoglio più insidioso.
In una omelia ascoltata tanti anni fa dal mio parroco, amico d’infanzia e che ora è Vescovo nella diocesi di Pescia, ricordo di aver sentito una breve, ma significativa esegesi sulla espressione di Giovanni (1,29) “Ecco Colui che toglie (il tollit latino però significa più propriamente che prende su di se) il peccato del mondo”. Nella preghiera proposta dalla Liturgia prima della Comunione, così ci diceva il mio parroco, si invoca certo il perdono sui tanti peccati che si commettono nel mondo (il malum in mundo}, ma il Battista, parlando del peccato, si riferiva a qualcosa capace di far male al mondo, il peccato irredimibile, il malum mundi. E così, rivolgendosi ai ragazzi li aveva esortati a cercare il male più grosso, il peccato alla base di tutti i peccati. Poi, quando i pareri si stavano esaurendo, un ragazzo aveva detto: “Penso che il male più grosso sia quando si fa del male e non ci si fa più caso.” Allora, con l’entusiasmo che è proprio dei ragazzi, tutti, resisi conto che il loro amico aveva detto una cosa bella e importante, avevano cercato di contribuire a questo concetto valorizzandolo e decorandolo con considerazioni che comprendevano la solidarietà, l’accoglienza, la condivisione e con molti propositi di prestare da quel momento più attenzione ai meno fortunati.
Giovanni Scalera, psicologo e psicoterapeuta
tratto da: Famiglia domani, quaderni CPM, n.4 2011