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Qualcosa potrebbe cambiare


Ci siamo ripetuti sino alla nausea che “tutto cambierà” a causa della pandemia. E che la sfida, d’ora in poi, è quella di cambiare le cose in meglio: più salute, più giustizia, più rispetto.
C’ qualcosa, qui in Italia, che si può mettere in cantiere subito e non richiede investimenti miliardari, ma solo onesta volontà di sgombrare un bel po’ di ombre dalla vita e dalle attività del Paese.
Si tratta di riconoscere che persone e lavoratori di origine straniera ora, appunto, ridotti legalmente a ombre hanno invece volto e corpo, chiari diritti e chiari doveri. Si tratta, insomma, di dare regole e status, controlli e garanzie a chi vive e lavora nell’irregolarità. Parliamo di circa 600 mila donne e uomini (metto le donne per prime non solo e non tanto per cortesia, ma perché sono la maggioranza delle persone di cui stiamo parlando).
Qualcuno già parla di “sanatoria”, magari storcendo naso e bocca come se si stesse confezionando un regalo per personaggi che non lo meritano.
Ma stiamo parlando di braccianti agricoli necessari ai nostri campi, di autotrasportatori che portano le mostre merci, di muratori e manovali impegnati nei nostri cantieri. Stiamo parlando di un vero esercito di badanti e collaboratrici familiari, donne che abitano e servono l’intimità delle nostre famiglie.
Per davvero qualcuno ritiene che di loro si possa fare a meno?
Marco Tarquinio, Avvenire, 19 aprile 2020
P.S. Nel 2002 il Governo Berlusconi II (in carica dal 2001 al 2005), in parallelo all’approvazione della legge Bossi-Fini regolarizzò 200.000 immigrati.

Meno figli, scuole sempre più vuote

Prevedibile e previsto, il calo della popolazione scolastica torna a far parlare di sé. Da anni si fanno meno figli e le scuole si stanno svuotando.
Sarebbe però miope concentrarsi solo sugli effetti scolastici del declino demografico. Occorre invece rendersi conto che va affrontato a monte il problema della prolungata denatalità italiana.
I paesi europei che sono riusciti a mantenere i livelli livelli soddisfacenti i loro trend demografici lo hanno fatto con un mix di tre leve: politiche fiscali più amichevoli nei confronti delle famiglie con figli; servizi per l’infanzia accessibili e di qualità; politiche dell’immigrazione più o meno selettive, attente ad attrarre e a coltivare le giovani generazioni istruite.
Andrea Gavosto
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Vedi anche GF96 Imparare ad imparare.

 

L’immaginario e il reale


Provate a pensare a quanta parte della discussione pubblica, in questi mesi, si sia incentrata sul tema dell’immigrazione, dei profughi e della sicurezza, piuttosto che sulle pensioni o sul reddito di cittadinanza. Tutto ciò favorisce un circuito perverso che oggi vede il perno sulla comunicazione via social ripresa e amplificata dai quotidiani, dalle televisioni, da internet e dai talk show: in un processo che si autoalimenta, costruendo così una sorta di realtà parallela rispetto ai problemi reali della vita quotidiana. Generando una bipolarità fra immaginario e realtà.
Ma le priorità indicate dalla comunicazione (politica e mediatica) sono le medesime della popolazione? Una conferma all’esistenza della bipolarità si riscontra quando si domanda agli italiani quale sia il problema più importante là dove vive. La lista proposta va dagli immigrati, alla viabilità, dal costo della vita all’inquinamento e altri temi ancora. La questione che per tutti risulta essere in assoluto la più importante nella propria realtà è il lavoro (38,1%), seguito a distanza da altri problemi posti quasi sul medesimo piano: inquinamento (15,0%), viabilità (10,9%), costo della vita (10,9%) e qualità dei servizi socio-sanitari (10,1%). L’immigrazione (5,9%) e la criminalità (4,8%) sono collocati in fondo alla classifica, nettamente distanziati.
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Immigrazione e sicurezza


Immigrazione e sicurezza sono due ambiti complementari? Così parrebbe esaminando il decreto del Governo su sicurezza e immigrazione. Questo è un modo di inquadrare il problema ma non è l’unico.
Il tema dell’immigrazione, anche se indubbiamente pone questioni di sicurezza, può essere visto anche dalla prospettiva dell’integrazione di chi si è in grado di accogliere: dall’organizzazione delle città per fare sì che questa integrazione si realizzi veramente, al potenziamento delle strutture con compiti di integrazione e formazione; nella tutela degli individui rispetto alle comunità di appartenenza quando questi portano valori per noi lesivi della dignità della persona; nella tutela degli immigrati rispetto a forme di sfruttamento e della repressione di quello sfruttamento.
La scelta del Governo è stata invece quella di inviare il messaggio che l’emigrazione va tenuta sotto controllo per i danni che provoca ai cittadini italiani.
Prima gli italiani: questo è il grande spot. Ma questo è marketing, non è governare.
Sofia Ventura
Sintesi da la Stampa, 25 settembre 2018
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Perché non volete che diventi italiana?

Mi chiamo Vydia, ho 16 anni e sono nata a Roma, originaria dell’India. Ma del mio Paese, della mia piccola città nel Kerala, non ricordo niente perché non ci torno da tanti anni. Capisco l’indiano ma lo so scrivere male e quando sogno lo faccio nella vostra lingua. Mi addolora scrivere «vostra» perché io la sento anche mia. Frequento il liceo scientifico, ma la mia materia preferita è proprio l’italiano. Quando faccio arrabbiare mia madre lei mi dice «sei diventata italiana» e io le rispondo che sono italiana. Anche se formalmente non mi permettete di esserlo. Ci avevo sperato nella legge sullo Ius soli, mi sembrava il più bel regalo di Natale possibile, per me e per i ragazzi che anche se non sono nati in Italia, qui sono cresciuti e qui vogliono vivere. Io chiederò la cittadinanza appena compiuti 18 anni e non credo che avrò difficoltà ad averla, ma una legge avrebbe reso tutto più facile e accogliente. Perché non mi volete?
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Jus soli

Lo jus soli non è, come qualcuno continua a dire, un “regalo” ingiustificato e immeritato. Basta leggere il disposto di legge, per rendersene conto.
Ma …leggere e informarsi costa!
Più che politiche di contrasto, il fenomeno dell’immigrazione chiede politiche di inclusione sociale e di dialogo che aiutino a non far leggere l’incontro e il rapporto con persone e popoli nuovi ingenuamente e semplicemente con “orgoglio e rabbia”, ma con attenzione alla verità dei fatti.
Mi sento di fare un appello a tutti i cittadini. Riappropriamoci del diritto di informarci, di giudicare e decidere sulla base di informazioni veritiere. Sottraiamoci al tifo da stadio che continuano a inculcarci presunte rubriche di informazione, soprattutto televisiva.
Non lasciamoci rubare il diritto e scippare la gioia di impegnarci e di decidere per il “bene comune”.
Il “bene comune” è molto di più dell’interesse dei singoli che, guarda caso, è il tornaconto dei soliti noti, anche se sotto etichette differenti!
Sì! La gioia e la fatica di lasciarci guidare dalla consapevolezza di spenderci per il “bene comune”, che è il bene anche di chi proprio non ce la fa!
+ Nunzio Galantino
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Tutti italiani, non ancora cittadini

Come in tanti altri ambiti della vita del nostro Paese, ma forse in questo in maniera particolare, si avverte sempre più forte l’incidenza sulla società italiana di campagne di disinformazione e di tentativi di manipolazione della realtà che per ragioni ideologiche – o, peggio, per scopi tristemente strumentali – sfruttano la paura e il senso di smarrimento che è legittimo provare di fronte ai grandi cambiamenti della nostra epoca. E così diventa facile confondere le acque, mischiando notizie di cronaca nera e numeri sugli sbarchi, appelli all’identità nazionale e accuse di buonismo perbenista, eruditi discorsi sul concetto di cittadinanza e primordiali affermazioni sul diritto all’egoismo.
Quando invece, anche se sembra paradossale dirlo, per poter capire cosa c’è in ballo quando parliamo di ius culturae e di ius soli temperato basterebbe che ci aiutassimo tutti insieme a fare una cosa semplice: guardare la realtà che abbiamo attorno, cercando di leggerla con semplicità, profondità e sincerità. Sono tre caratteristiche, queste ultime, che come tutti sappiamo appartengono in maniera esemplare ai bambini, e che troppo spesso perdiamo diventando adulti.
Matteo Truffelli, Avvenire, martedì 19 settembre 2017
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