Archivi tag: guerra

Coltivare la pace


La fratellanza umana esige da noi, rappresentanti delle religioni, il dovere di bandire ogni sfumatura di approvazione dalla parola guerra. Restituiamola alla sua miserevole crudezza.
Sotto i nostri occhi sono le sue nefaste conseguenze. Penso in particolare allo Yemen, alla Siria, all’Iraq e alla Libia. Insieme, fratelli nell’unica famiglia umana voluta da Dio, impegniamoci contro la logica della potenza armata, contro la monetizzazione delle relazioni, l’armamento dei confini, l’innalzamento di muri, l’imbavagliamento dei poveri; a tutto questo opponiamo la forza dolce della preghiera e l’impegno quotidiano nel dialogo. Il nostro essere insieme oggi sia un messaggio di fiducia, un incoraggiamento a tutti gli uomini di buona volontà, perché non si arrendano ai diluvi della violenza e alla desertificazione dell’altruismo. Dio sta con l’uomo che cerca la pace. E dal cielo benedice ogni passo che, su questa strada, si compie sulla terra.
Papa Francesco
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Come manipolare la gente


La gente non vuole la guerra. Perché mai un contadino dovrebbe rischiare la vita in guerra quando il massimo che ne può ottenere è tornare alla sua fattoria tutto intero? […] Ma, dopo tutto, sono i capi della nazione a determinarne la politica, ed è sempre piuttosto semplice trascinare la gente dove si vuole, sia all’interno di una democrazia, sia in una dittatura fascista o in un parlamento o in una dittatura comunista. […] La gente può sempre essere condotta ad ubbidire ai capi. È facile. Si deve solo dirgli che sono attaccati e accusare i pacifisti di mancanza di patriottismo e di esporre il Paese al pericolo. Funziona allo stesso modo in qualunque Paese.
Hermann Göring

La verità nascosta

Il film: The Post racconta lo “svelamento” effettuato dalla stampa americana  delle verità nascoste dalla presidenza USA sulla guerra in Vietnam: un film da vedere.
Dopo la sua visione mi è tornato alla memoria un ricordo personale.
Negli anni sessanta ero abbonato ad Aggiornamenti sociali, una rivista dei gesuiti che viene pubblicata ancora oggi.
Mi ero abbonato perché la leggeva il vice-parroco, responsabile dell’oratorio, e mi aveva incuriosito.
Nel 1966 o ’67, non ricordo bene, uscì un articolo sulla guerra del Vietman che diceva, senza mezzi termini, che l’estensione della guerra al Nord del Paese si basava su un incidente creato ad arte dagli USA.
C’era già da tempo, anche in Italia, un movimento di opposizione alla guerra e decisi, un po’ incautamente, di organizzare per gli adolescenti dell’oratorio un confronto tra favorevoli e contrari, scegliendo i due antagonisti tra i giovani adulti. Sul più bello dell’incontro irruppe il viceparroco che sciolse d’autorità il confronto, accusandomi di comunismo.
Ci rimasi molto male: la mia fonte doveva essere anche la sua, ma evidentemente certe verità non gli piacevano!
Franco Rosada

Una potenza “impotente”

In questo tempo, in cui gli scenari di guerra sono improvvisamente diventati palpabili, in cui il terrorismo continua a colpire a caso cittadini innocenti e in cui le tragedie umanitarie sono diventate così numerose da creare un sottile strato di indifferenza, papa Francesco è tornato a sollecitare con forza la Chiesa – e con essa l’intera cristianità – a recuperare la consapevolezza della propria originalità. Il genio del cristianesimo è stato quello di aver tracciato una relazione originalissima tra azione, potenza e impotenza. A partire da due assunti teologici che, per quanto spesso contraddetti, qualificano strutturalmente la religione cristiana.
Il primo è quello dell’incarnazione, cioè del Dio che sceglie di farsi uomo. Il secondo è quello della croce come via e condizione di salvezza. Certo, Cristo è poi vittorioso attraverso la resurrezione. Che rimane tuttavia un fatto nascosto, svuotato di ogni trionfalismo e affidato alla flebile voce del discepolo-testimone. Il messaggio di salvezza, per quanto inaudito (la resurrezione) si trasmette solo perché sussurrato da un orecchio all’altro. In questo modo, il cristianesimo ha introdotto, nell’intera vicenda occidentale, un elemento anomalo rispetto al ruolo delle religioni nel mondo sociale…
Mauro Magatti, Avvenire 18 aprile 2017
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L’Islam è il nemico?

“Mi fece riflettere il fatto che gli stessi musulmani, spesso guardati con diffidenza dai cristiani, vedevano questi ultimi come sodali degli occupatori europei dei loro paesi. Nei periodi storici di crisi, le persone tendono a sfogare la rabbia contro nemici identificati con religioni diverse dalla propria, ad essi opposta. Quel che dopo il 1929 condusse all’Olocausto degli ebrei si sta ripetendo oggi con l’avanzata dell’Isis. Ma l’Islam non è questo. Io collaboro con l’AECNA (Amicizia Ebriaico-Cristiana di Napoli) per dimostrare che ciò che sta succedendo al di là delle nostre coste può succedere anche qui. Se l’uomo diventa aggressivo e avido ci sarà la guerra, mentre noi dobbiamo cercare la pace”.
Nasser Hidouri, imam di San Marcellino (CE)
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Maledetti gli operatori di guerra

Dice papa Francesco: «Cosa rimane di una guerra, di questa che noi stiamo vivendo adesso?». Rimangono «rovine, migliaia di bambini senza educazione, tanti morti innocenti: tanti!». E «tanti soldi nelle tasche dei trafficanti di armi».
È una questione cruciale. «Una volta — ha ricordato il Papa — Gesù ha detto: “Non si possono servire due padroni: o Dio o le ricchezze”». E «la guerra è proprio la scelta per le ricchezze: “Facciamo armi, così l’economia si bilancia un po’, e andiamo avanti con il nostro interesse”». A questo proposito, ha affermato Francesco, «c’è una parola brutta del Signore: “Maledetti!”», perché «lui ha detto: “Benedetti gli operatori di pace!”». Dunque coloro «che operano la guerra, che fanno le guerre, sono maledetti, sono delinquenti».
Una guerra, ha spiegato il Pontefice, «si può giustificare — fra virgolette — con tante, tante ragioni. Ma quando tutto il mondo, come è oggi, è in guerra — tutto il mondo! — è una guerra mondiale a pezzi: qui, là, là, dappertutto». E «non c’è giustificazione. E Dio piange. Gesù piange».
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Occhi per vedere

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In un giorno di settembre dell’anno 2015, le fotografie di un corpicino di bimbo restituito dal mare e raccolto dalle braccia pietose di un uomo in divisa hanno stillato di colpo in miliardi di persone questa terribile e liberatoria goccia di verità capace di ridare gli occhi ai ciechi e di ammutolire gli accecati. E ora, di colpo, il dolore è nudo, la consapevolezza della tragedia delle migrazioni di nuovo acuta, ferita aperta e insopportabile come nei giorni degli esanimi corpi neri e delle bare bianche a Lampedusa, nell’ottobre del 2013.
È bene che sia così, che il male sia visto, riconosciuto, patito, esecrato. E non è inutile che ci arrovelli e si dibatta pubblicamente e con passione sull’opportunità o meno di pubblicare certe immagini, foto e filmati che turbano e angosciano. Ma è ancora più utile che lo scandalo avvenga. Che si dica e, più ancora, si gridi che non è possibile né umano che dopo due anni ancora a questo siamo. Che si ammetta finalmente che quel bambino restituito dal mare ha cominciato a morire il giorno in cui ha dovuto lasciare di soppiatto e senza aiuti, coi suoi genitori e suo fratello, una terra che per lui era casa e per altri solo un campo di battaglia spalancato e reso più atroce dalle complicità o dall’ignavia dei “grandi” del mondo.
MarcoTarquinio, Avvenire 4 settembre 2015
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