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I 5 anni di papa Francesco


La fatica più grande cui ci chiama Francesco non è su un contenuto o su un obiettivo, ma sulla nostra immagine di battezzati.
Avete presente quel «balzo innanzi, verso una formazione delle coscienze» profetizzato da Giovanni XXIII e deciso a Vaticano II? E stato annunciato, è stato studiato, ora tocca praticarlo. Francesco fa la sua parte. II problema è che così ci smaschera tutti.
Quando il cattolicesimo si sentì minacciato nella sua esistenza, il Papa «infallibile» divenne una pietra cui reggersi, uno scudo alle intemperie. Il cattolico sapeva di essere prima di qualsiasi altra definizione «l’obbediente al Papa» e pazienza se il prezzo era diventare nemici della libertà (di religione, di stampa…) oltre che del mondo.
In un’epoca come l’attuale che costringe a ripensare ciò che sembrava immutabile, un Papa severo con idee chiare disincaglierebbe i suoi dalle lentezze dei dubbi e offrirebbe obiettivi chiari cui uniformare la vita: alla sua ombra si riceverebbe un’identità sicura e pazienza se si sacrificherebbe la complessità del reale, ad esempio nelle sfere della sessualità o della politica.
Francesco, Invece, ha ribadito che non è compito del magistero decidere tutto (Amoris laetitia 3) e che la Chiesa si dà in un poliedro, non in un’uniformità (Evangelii gaudium 236). Ora, se il Papa non ha tutte lo risposte, tocca cercarle insieme e reggere la fatica di trovarne plurali.
Siamo pur sempre battezzati! Per questo Francesco tratta i collaboratori come adulti con cui scontrarsi e decidere, non come bambini cui dire «bravo» o dare bacchettate.
Così facendo, però, ci costringe a guardare cosa ci aspettiamo dai nostri fratelli, come viviamo i conflitti, come ci vestiamo e salutiamo, di cosa siamo capaci di scusarci. La fatica cui ci chiama Francesco è quella della conversione. E faticoso, certo, ma perché invece il Vangelo no?
Marco Ronconi, Jesus, marzo 2018

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Paolo VI, un nuovo beato

Quest’anno, alle canonizzazioni di Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II, si aggiungerà, il prossimo 19 ottobre, anche la celebrazione della beatificazione di Paolo VI.
Ciò rende questo 2014 un vero “anno santo” che non può che evocare non solo sentimenti di gioia, ma anche di fede e consolazione.
La santità di coloro che hanno ruoli di guida nella comunità è forse la più difficile da accertare e da proporre.
Si tratta di persone le cui scelte umane e spirituali s’intrecciano inevitabilmente con responsabilità storiche enormi che toccano, come nel caso dei successori di Pietro, il destino del mondo intero.
Che si affermi, quindi, che tre Papi del Novecento (il secolo delle guerre mondiali, delle ideologie e dei genocidi) sono santi o beati è veramente un segno di speranza per tutta l’umanità.
Significa dire che, nonostante il male, non siamo stati soli. Che è stato possibile, anche nel mondo d’oggi, toccare e conoscere il bene che si è reso visibile nella testimonianza di uomini che l’hanno perseguito attraversando con coraggio passaggi storici spesso drammatici e vivendo in modo eroico il Vangelo.
Sono testimoni che forse abbiamo incontrato nella vita, ma che oggi siamo chiamati a riscoprire sotto una luce che ci aiuti a ricomprenderci come comunità dei credenti in cammino verso la santità.
Adriano Bianchi, SIR, 12 maggio 1014
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Giovanni XXIII e le donne

Sono particolarmente affezionato alla figura di papa Roncalli, sia per quanto ha fatto per la Chiesa, sia perché è stato il primo papa di cui ho un ricordo personale e intenso.
Nel numero 78 della rivista Gruppi Famiglia in cui si parlava delle questione femminile la fonte a cui avevo attinto affermava: “mentre l’elogio della donna madre, sposa e consacrata ha sempre rappresentato una costante della Chiesa e dei Papi, l’elogio della donna lavoratrice costituisce una fondamentale novità. Ma c’è di più. Giovanni paolo II, nella sua “lettera alla donne” del 1995, parlando di donne lavoratrici, non si riferisce solo a quelle nubili e senza figli, ma anche, con tutta evidenza, alle donne sposate e madri” (Chiara Rossi).
Ora sono in grado di affermare che già Giovanni XXIII aveva ben presente il tema come si può leggere nel testo dell’udienza generale del 7 dicembre 1960: “È stato ed è in discussione questo o quell’aspetto della opportunità, o meno, della applicazione della donna a un dato lavoro e professione. Ma è necessario guardare alla realtà dei fatti, che dimostra come sia sempre più vasto il movimento della donna verso fonti di occupazione e di lavoro, e sempre più diffusa la sua aspirazione ad una attività, che possa renderla economicamente indipendente e libera dal bisogno…”.
Franco Rosada
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Quattro papi insieme

In questi giorni TV e giornali sono pieni di notizie riguardanti la canonizzazione di Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II.

Ma tutta questa visibilità mediatica accresce la fede, oppure soddisfa solo il bisogno di “religioso” della gente?

Come credenti quale atteggiamento siamo chiamati ad assumere verso chi dubita? C’è spazio per possibili perplessità?

Vorrei rifarmi, a questo proposito, ad un teologo del Novecento, allievo di Carl Rahner, Johann Baptist Metz, e al suo concetto di “riserva escatologica”.

Solo Dio sa se questi due grandi papi, come noi li possiamo cogliere in questo momento storico, sono stati davvero santi perché tutta la Storia sta sotto la «riserva escatologica» di Dio.

Di fronte a questa doppia canonizzazione l’atteggiamento della «riserva escatologica» non ci induce a rifiutare “in toto” quanto la Chiesa ha promulgato, ma ci raccomanda di tener presente che le azioni e le scelte degli uomini non sono l’ultima realtà. La realtà ultima è solo nelle mani di Dio!

Al contrario, ci autorizza ad avere uno sguardo attento, critico e liberatorio su questi avvenimenti, accettando anche le posizioni di coloro che guardano a questa festa della Chiesa con occhio scettico o perplesso.

Franco Rosada

Chiesa e misericordia

Ci vengano riferite le voci di alcuni che, sebbene accesi di zelo per la religione, valutano però i fatti senza sufficiente obiettività né prudente giudizio. Nelle attuali condizioni della società umana essi non sono capaci di vedere altro che rovine e guai; vanno dicendo che i nostri tempi, se si confrontano con i secoli passati, risultano del tutto peggiori; e arrivano fino al punto di comportarsi come se non avessero nulla da imparare dalla storia, che è maestra di vita, e come se ai tempi dei precedenti Concili tutto procedesse felicemente quanto alla dottrina cristiana, alla morale, alla giusta libertà della Chiesa. A Noi sembra di dover risolutamente dissentire da codesti profeti di sventura, che annunziano sempre il peggio, quasi incombesse la fine del mondo […] Quanto al tempo presente, la Sposa di Cristo preferisce usare la medicina della misericordia invece di imbracciare le armi del rigore; pensa che si debba andare incontro alle necessità odierne, esponendo più chiaramente il valore del suo insegnamento piuttosto che condannando.
Giovanni XXIII (Gaudet Mater Ecclesia, 11 ottobre 1962)
Fonte: Agenzia Zenit, 28 ottobre 2013, Verso il Sinodo sulla famiglia 2014

Mater et magistra

La quarta parte della «Mater et magistra» riguarda il ruolo della dottrina sociale della Chiesa. «L’errore più radicale nell’epoca moderna», spiega Giovanni XXIII, consiste nel «ritenere l’esigenza religiosa dello spirito umano come espressione del sentimento o della fantasia», così che non avrebbe nulla da dire in campo politico ed economico. Al contrario, politica ed economia richiedono un «ordine morale». Ma «l’ordine morale non si regge che in Dio: scisso da Dio si disintegra». Si tratta di una verità sgradita a molti, ma che Papa Giovanni ribadisce con vigore: «L’uomo staccato da Dio diventa disumano con se stesso e con i suoi simili» e «l’aspetto più sinistramente tipico dell’epoca moderna sta nell’assurdo tentativo di voler ricomporre un ordine temporale solido e fecondo prescindendo da Dio, unico fondamento sul quale soltanto può reggere». E così la modernità – Giovanni XXIII cita il radiomessaggio per il Natale 1953 del suo predecessore, Pio XII – ha compiuto il «suo mostruoso capolavoro nel trasformare l’uomo in un gigante del mondo fisico a spese del suo spirito, ridotto a pigmeo nel mondo soprannaturale ed eterno».
Giovanni Girolametti