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Working poor


Working poor, si dice in inglese. Gente cioè con un lavoro ma senza una vita, perché il lavoro si mangia la vita. Persone che accettano un impiego così perché hanno famiglia, ma che spesso perdono la famiglia perché fanno un lavoro
I nuovi negrieri li attraggono con la più moderna delle seduzioni: un lavoro autonomo, in cui sono padroni del mezzo, e non hanno il limite di un orario o di un salario, possono guadagnare bene se corrono molto, se consegnano in tempo, se il cliente è soddisfatto.
Un’apparente libertà rispetto al posto fisso, o al lavoro manuale di un tempo, che può anche giustificare sogni di ascesa sociale, di un decoro piccolo-borghese, comprare un giorno una casa col mutuo, dare una scuola migliore ai figli. Ma è una finzione.
La trappola sta proprio in quel rapporto di lavoro non dipendente, che libera il datore di lavoro da ogni responsabilità e vincola invece il lavoratore a ritmi da schiavo, segnati da penali, multe, mancati guadagni, rate del mezzo da pagare.
L’operaio della società industriale, nella fabbrica o nel cantiere, vendeva la sua forza-lavoro. I nuovi proletari vendono il loro tempo, ed è peggio. Non per caso la prima battaglia del movimento operaio fu sul tempo di lavoro: il primo maggio del 1886 fu indetto uno sciopero generale in tutti gli Stati Uniti per la giornata di otto ore.
Finì con il massacro di Haymarket, a Chicago. Tre anni dopo la Seconda Internazionale fece di quella data, il Primo Maggio, la festa dei lavoratori. I vecchi proletari si ribellavano perché non avevano da perdere che le loro catene; i nuovi non hanno da perdere che il loro tempo di vita, e con esso le famiglie, gli affetti, ogni gioia.
Antonio Polito, Corsera 13 gennaio 2020

Lavoretti

Il lavoro “nutriente” capace di sostenere e far progredire nella società diventa sempre più difficile da trovare e aumenta sempre di più la quantità di lavoro malpagato, precario, frammentato, anonimo.
Il capitalismo delle piattaforme interpella la dicotomia presente/futuro anche da un altro punto di vista. Con paghe misere e diritti all’osso impoverisce i lavoratori oggi, compromettendone la capacità di spesa e la solidità esistenziale. Ma mette a repentaglio anche il loro domani perché, in assenza di contributi versati e in presenza di un sistema per minimizzare le tasse che non ha precedenti, spinge lo stato sociale verso un punto di rottura. Chi pagherà per le cure di cui avranno bisogno da vecchi visto che i loro datori di lavoro, che mettono mano alla pistola se solo provi a chiamarli così, avranno versato un’inezia di tasse e perlopiù altrove? La gig economy presuppone una perma-giovinezza, l’energia inesausta di accettare una corsa dopo l’altra e non essere nemmeno sfiorati dal sospetto che un giorno quei ritmi presenteranno il conto. Significa affrontare ogni lavoro come se fosse l’ultimo. Come se non ci fosse un domani, che da metafora rischia di diventare cronaca.
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