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Avere un figlio: chi me lo fa fare?


Nel primo “Studio nazionale fertilità” promosso dal ministero della Salute, tra gli altri temi, emerge quello del desiderio di paternità: 8 intervistati su 10, ovvero l’80%, tra i 15 e i 25 anni affermano di desiderare un figlio, una percentuale che si dimezza, però, nell’età adulta. E inoltre il 7% degli adolescenti pensa di non avere figli nel suo futuro.
Secondo me, i ragazzi percepiscono la bellezza dell’essere genitori. Ma il desiderio andando avanti con gli anni cala perché ci si rende conto che l’esperienza genitoriale comporta fatica e sacrificio, impegni che oggi si tendono a cancellare. È l’esito di un clima culturale, più che economico: ogni cosa che costa fatica diventa un’obiezione alla felicità. Perché il figlio è una scelta che vincola, significa essere al servizio di qualcuno, implica una totale donazione. Ecco allora la classica domanda: “chi me lo fa fare?”.
Per superare questa tendenza serve una sfida culturale. Se nel passaggio dalle scuole superiori all’università il progetto generativo di un giovane crolla vuol dire che c’è fragilità, che esiste un debito di speranza. C’è troppa solitudine. Ma il tema della denatalità non è un fatto privato e va affrontato anche a livello politico. È necessario dare più rilievo, per esempio, al lavoro che stanno facendo i consultori familiari, anche con le scuole. Esistono delle buone pratiche, bisogna seguirle.
Francesco Belletti
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Sempre meno bambini!


E così, anche quest’anno l’ISTAT ci segnala che nel 2018 sono nati 449mila bambini; novemila nati in meno rispetto al 2017, che pure era già “anno record” (negativo!) per la natalità. Diminuiscono sia i nati da italiani che i nati da stranieri.  Aumenta l’età media delle madri alla nascita, e cresce il numero di donne oltre i 40 che hanno un figlio.
Insomma, l’intera agenda della fertilità delle nostre famiglie si sposta il più avanti possibile,  e anche per questo si riduce il numero di figli: 1,32 figli per donna, quasi in tutto il territorio nazionale.
Francesco Belletti
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I bambini li porta la cicogna?

La bella pensata della campagna “Che fine ha fatto la cicogna”: chiedere direttamente ai bambini cosa sanno di come nasce un figlio e quali sono i problemi legati alla genitorialità.
Un video che fa ridere e pensare – anche se il video è commissionato (ed esplicitamente intestato) da Merck, azienda farmaceutica evidentemente interessata alla promozione di prodotti/interventi sull’argomento.
Però la freschezza dei bambini, interpellati con una modalità rispettosa e appropriata, è davvero sorprendente, e ci dice anche di quanto sia importante “saper parlare e informare” le nuove generazioni su temi così delicati.
Si merita 4 minuti di attenzione.
Francesco Belletti

Discernimento per coppie dal futuro incerto

Un’esperimento, realizzato in un Tribunale negli Stati Uniti con l’accordo degli avvocati divorzisti locali, alle coppie che chiedevano di portare in tribunale la pratica di divorzio è stato proposto di partecipare ad un percorso di “discernimento”, che prevedeva colloqui con terapeuti per capire meglio se davvero il divorzio era ciò che si desiderava (da uno a cinque incontri), ed eventualmente proseguire con il divorzio, oppure avviare un percorso di terapia familiare, o un periodo di prova di sei mesi, in cui entrambi i partner decidono di verificare davvero se il legame di coppia e il matrimonio fossero davvero finiti.
I risultati sono stati stimolanti: circa il 40% delle coppie ha deciso di NON separarsi.
Per le coppie in crisi la soluzione potrebbe essere: non rendere i divorzi più difficili, ma rendere migliori i matrimoni.
Francesco Belletti, Famiglia cristiana
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Famiglie abbandonate

Il fatto che sempre più bambini nascano al di fuori di un progetto familiare definito e a lungo termine… ci dice che una parte del Paese ha ancora voglia di figli, grazie al Cielo. E che la condizione giuridica di una famiglia non è più considerata essenziale per accogliere una vita. O, per essere più chiari, che il desiderio di avere un figlio prescinde sempre di più da un inquadramento istituzionale del progetto famiglia.
Questo perché, al di là delle difficoltà economiche e della crisi, la forma istituzionale di famiglia sembra non saper aggiunge più niente al progetto famiglia.
Essere sposati non viene più considerato una forma di protezione e di tutela dei bambini. Siamo innanzi alla sconfitta della rilevanza pubblica del fare famiglia e questa è indubbiamente la gravissima responsabilità da attribuire alla mancanza di investimenti sociali e di politiche per la famiglia nel nostro Paese.
In Italia le famiglie sono state lasciate sole a risolvere i propri problemi e li risolvono affidandosi a se stesse, individualmente e privatamente.
Francesco Belletti
Fonte: https://www.avvenire.it/attualita/pagine/le-famiglie-abbandonate-si-tradisce-la-costituzione

Fertility Day

E così il primo Fertility Day è passato, e sono ancora stupito che, comunque, sia stato possibile organizzare nel nostro Paese un appuntamento su un tema così bistrattato, ma anche così decisivo: la capacità di mettere al mondo i figli. E che lo abbia organizzato il Governo mi ha sorpreso ancora di più…
Purtroppo i riflettori dei media si sono accesi soprattutto su una serie di sciagurati errori di comunicazione, che hanno raggiunto anche estremi quasi comici, se il tema non fosse di così drammatica urgenza…
Nel caso specifico, il doppio autogol ministeriale… ha fatto sì che si innalzasse un polverone gigantesco su “come” è stato comunicato il Fertility Day, lasciando così nell’ombra il “Perché” si fosse lanciato un Fertility Day.
Così si è fatto il gioco di chi, per i più svariati motivi, non ha il minimo interesse a far sì che in Italia la natalità possa riprendere in modo decoroso, o almeno sufficiente a sbloccare un’era glaciale demografica che sta diventando sempre più fredda. Ci vorranno decenni, non solo anni, ma si deve pur cominciare…
Francesco Belletti
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Asili nido a tempo pieno?

Ho avuto l’opportunità di partecipare ad un interessante convegno internazionale sulla famiglia, tre giorni pieni di incontri e discussioni, una grande occasione di confronto. Quello che però mi ha colpito, in negativo, è stata una forte tendenza, da parte dei ricercatori, ad applicare uno schema ideologico sulla realtà, che catalogava le opinioni espresse come “progressive” o “traditionalist”, giudicandole così buone o cattive non tenendo conto delle scelte delle persone interpellate.
Tipico è il caso della “freedom of choice”, della libertà di scelta, davanti al modo in cui conciliare famiglia e lavoro per le giovani coppie (e le giovani donne). In molti contesti nazionali emergeva che molte famiglie vogliono stare più tempo con i propri bambini piccoli, e i genitori preferiscono congedi, o un uso forte del part-time, proprio per poter fare meglio i genitori, anziché più servizi per tornare al lavoro prima possibile.
Ma questa “libertà di scelta” veniva stigmatizzata, dai ricercatori, come espressione di un modello liberista, mentre invece sarebbe stato più “giusto” (parole dei ricercatori, sia chiaro…) che subito i bambini (tutti i bambini) venissero inseriti in asili nido a tempo pieno. Ad esempio in Finlandia si parlava anche di asili nido con pernottamento. Ma proprio la Finlandia, tra gli altri Paesi del welfare scandinavo, è la nazione dove ci sono meno famiglie che mandano i figli al nido, perché preferiscono stare con i propri figli più a lungo.
Francesco Belletti
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