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Il coraggio di educare


Nel campo dell’educazione, in Italia, c’è stato un prima e un dopo, una linea di demarcazione non poi così difficile da individuare. un solco profondo che ha trasformato non soltanto apparentemente il panorama del nostro paese anche dal punto di vista educativo: il boom economico.
Fino ad allora, crescere i figli significava svolgere un lavoro duro, ma naturale; l’educazione era, anche sul piano economico, l’unica garanzia che una famiglia potesse darsi Per assicurare continuità e prosperità alle generazioni a venire.
Con il boom economico tutto cambiò, compresa buona parte del nostro secolare senso di insicurezza. Quasi miracolosamente iniziò a svanire la fragilità correlata alla caducità dell’esistenza, connotato primario delle nostre relazioni; anzi si stemperò a tal punto da permettere di interpretare con minor fermezza e maggior flessibilità quelle stesse regole educative amministrate fino all’ora con autoritarismo.
Un cambiamento così drastico delle basi materiali dell’educazione non poteva non avere conseguenze sulla formazione delle future generazioni.
Paolo Crepet, Il coraggio. Vivere, amare, educare. Mondadori 2017
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Amoris laetitia e fragilità

La famiglia, una volta soggetto stabile, è diventata in questo tempo sempre più provvisoria, intercambiabile, a propria dimensione. Questa è una concezione talmente individualista da non prevedere effetti nemmeno per quanti potrebbero trovare danni da eventuali interruzioni e separazioni.
Religiosamente non ci sono vie d’uscita. La famiglia, così come concepita dalla Chiesa, è una e indissolubile, composta da un uomo e una donna, orientata alla prole e al bene reciproco dei coniugi.
È stata invocata la severità – nuovo richiamo alla verità –, nella speranza di mettere freno a fenomeni prodotti da sconvolgimenti culturali prima che religiosi. È la via più semplice e anche la meno impegnativa.
Lo schema semplificato consiste nel dire: questa è la verità; chi l’accetta è un buon cristiano; chi la rifiuta è in peccato. Sembra la visione perfetta; in realtà, è la meno impegnativa. Non si preoccupa della salute delle anime, ma conferma la verità che nessuno ha messo in dubbio. Ha prevalso la paura di mettere mano là dove la verità sembra non essere presente.
L’esortazione apostolica Amoris laetitia ha avuto il coraggio di narrare. Non ha indicato modi concreti di riportare a verità ciò che ne era lontano. Ha raccomandato di raccogliere le briciole di fede e di speranza che, nella vita delle persone, sono pure presenti.
La famiglia cristiana è diventata la meta a cui giungere. A volte è possibile; a volte no. Solo Dio potrà dare il giudizio su situazioni che sembrano compromesse.
Vinicio Albanesi, Settimana news
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Donne e maternità

maternita

Credo che dietro all’avversione a una certa idea di donna ci sia qualcosa di più profondo ancora. È l’idea stessa di essere umano in questione. Noi cattolici non crediamo al mito illuminista del buon selvaggio, ma pensiamo che nell’uomo stesso ci sia qualcosa che non va, una ferita, qualcosa da guarire, da aggiustare.
La specifica ferita femminile sta nella sua grande fragilità: che tenerezza gli elenchi dei buoni propositi sui giornali femminili “da oggi penso a me stessa”, “imparo a dire di no”, “mi compro una borsa”. (Bisognerebbe in effetti rammentare che quelli sono giornali fatti per far vendere roba).
E la tentazione femminile per eccellenza è quella di usare il suo enorme potere sul maschio in modo seduttivo, per manipolarlo e controllarlo, e quindi per averlo accanto a sé, per il suo bisogno di essere amata che nessuna quota rosa potrà mai cancellare. (Ne ho conosciute tante di donne affermate agli occhi del mondo, e mai nessuna di loro mi ha dato l’idea di essere priva di questa fragilità, del bisogno dello sguardo e del riconoscimento).
Le donne di oggi, che vivono la sessualità liberamente, che rifiutano o almeno rimandano la maternità, sono tendenzialmente infelici e dopo una certa età anche parecchio scombinate, perché quello che desidera ogni donna è una relazione gratificante, stabile ed esclusiva con un uomo, e dei figli, che soddisfino il suo bisogno di dare e che la guariscano dalle sue ferite.
Siamo rimaste sole, con pochi figli e spesso nessun uomo perché abbiamo smesso di essere accoglienti, nutrite come siamo di film e libri e giornali che invitano a una falsa indipendenza (nessuno di noi è indipendente, ed è così bello ammettere di dipendere dall’amore degli altri, o per gli uomini dal riconoscimento del proprio saper fare). Se il fatto che si dica questa cosa, che si ricordi alle donne il loro bisogno, dà tanto fastidio, è perché è la verità.
Costanza Miriano
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Noi liberi e fragili, loro vitali

Guardando le immagini delle torme di bambini che marciano per settimane insieme ai loro genitori nelle condizioni più estreme, mi sono resa visivamente conto della fragilità in cui versa la nostra società che spinge ormai i suoi figli in carrozzina fino quasi alle soglie dell’eta scolare e alla stessa epoca, in sempre più casi, li disabitua all’uso del pannolino.
Sono sempre stata colpita da questo prolungamento della prima infanzia, da questa impossibilità di marcare i tempi e di crescere facendo continuamente procrastinare l’ingresso nell’età adulta. Fin dai primi istanti, i nostri piccoli vivono sotto la costante cappa di controllo degli adulti che tendono a proteggerli in maniera ossessiva da qualsiasi cosa possa turbarli o ferirli. Il frutto di tutto ciò è una generazione di bambini fragili o fin troppo sicuri, bambini già immersi nella foschia della depressione o vittime di una sovraeccitazione difficile da controllare senza l’aiuto dei farmaci.
Di questo disagio, di questo straniamento, nella nostra società prostrata davanti all’altare dell’esasperato narcisismo si parla poco, perché parlarne vorrebbe dire affrontare altri livelli di discorso, prima tra tutti quello della distruzione sistematica di tutti i valori che hanno permesso al nostro Paese – e agli altri Paesi europei – di avere radici profonde e di produrre una cultura ammirata ed esportata in tutto il mondo.
Così quest’esodo biblico – che tanto, e per tante ragioni, ci turba – appare in primo luogo come un’improvvisa e imprevista iniezione di vitalità. Questi bambini che marciano silenziosi sono abituati a sopravvivere, ad affrontare il disagio, la fatica e la morte, trovando sempre comunque la forza di andare avanti, sorretti dai loro genitori.
Susanna Tamaro, Corsera 28 settembre 2015
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Divorzio fai-da-te

Nel silenzio ovattato del periodo festivo i vari Comuni si stanno attrezzando per dare attuazione alla legge 162 dello scorso anno sulla de-giurisdizionalizzazione o, come si dice comunemente, sulla separazione e divorzio fai-da-te. Ed è in corso una vera e propria gara al record.
A Roma gli uffici del Pubblico ministero puntano sulla velocità: in soli quattro giorni (lavorativi, sia ben chiaro) è stata rilasciata l’autorizzazione numero 1/2015. A Brescia preferiscono invece l’economicità: la prima coppia ha ottenuto il divorzio in pochi giorni (dopo i tre anni di pausa che restano in vigore in attesa della nuova legge che dovrebbe tagliarli) e soprattutto con una spesa di soli 16 euro.
Mette un po’ tristezza, poi, vedere alcuni titoli di giornale sul “divorzio facile” … come se i problemi connessi alla rottura di una coppia siano solo i vincoli burocratici, e tutti siano contenti, adesso che “tutto è più facile”…
Peccato che restino le ferite delle relazioni deluse, delle promesse tradite, dei progetti abbandonati, soprattutto quando ci sono in mezzo dei figli. e su questo ben pochi aprono sportelli o potenziano servizi, ad esempio consultoriali.
Anzi, indigna il drammatico contrasto tra la rapidità con cui questi provvedimenti sono stati adottati da molti comuni, se confrontata con la pachidermica lentezza con cui vengono offerti servizi di aiuto alle coppie, sostegni alle relazioni educative, aiuto alle situazioni di fragilità. Ma si sa, aiutare una famiglia in difficoltà significa farsene carico, con costi e impegno: invece, aprire uno sportello per registrare la rottura di una coppia non costa molto, al Comune. Alla coppia, invece, sì. Ma nessuno ha il coraggio di dirglielo: tanto oggi “è facile”.
Forum Nazionale Famiglie

Famiglia e “benessere”

C’è un legame tra famiglia e “benessere”, basta pensare a tutte le ricerche sulla cosiddetta ‘curva della felicità’. È questo è il motivo per cui prevedo che la famiglia nel prossimo futuro tornerà al centro dell’attenzione: oggi le statistiche dicono che la famiglia è un generatore di felicità.
A parità di condizioni, chi vive in famiglia dichiara un livello di felicità superiore a chi vive da solo.
Il vecchio slogan, che si ripete stancamente dagli anni Ottanta, per cui ‘la famiglia è finita’, oggi non ha più senso.
La fragilità e le difficoltà delle famiglie risalgono a tempi ben anteriori allo scoppio dell’attuale crisi economica e finanziaria e derivano dal fatto che non esiste in Italia una politica per la famiglia.
Ci sono solo provvedimenti sulle famiglie, che riguardano singole situazioni familiari, ma finora una politica per la famiglia non è mai esistita: esistono provvedimenti per gli asili, per le persone non autosufficienti, per i portatori di handicap, ma sono sempre interventi di tipo individuali e non rivolti al nucleo familiare nel suo insieme.
Le politiche familiari devono prendere la famiglia come riferimento, per poi orchestrare le diverse misure a suo favore: finora, invece, si è fatto sempre il contrario, basandosi sui bisogni singoli e prescindendo dai legami nel contesto familiare. Un esempio per tutti: l’Isee e la Tares. Quando si tratta di dare allo Stato, il terzo figlio pesa moltissimo, quando invece si deve ricevere dallo Stato, pesa pochissimo. Eppure la famiglia è sempre la stessa…
Stefano Zamagni, SIR, 16 settembre 2013

Unire le fragilità

La pagina della Genesi che racconta con linguaggio poetico la creazione della coppia umana ci rivela, a leggerla bene, un aspetto inquietante.
La retorica cattolica ha esaltato il racconto della creazione della donna.
Non è così: il testo rivela uno degli errori più comuni fra gli innamorati.
L’umano è infelice: non gli basta conoscere la realtà (questo il significato del dare il nome agli animali). Dio ammette il proprio sbaglio (splendido!) e decide di ricorrere ai ripari: farà all’umano un altro da sé, che lo contrapponga (nel termine ebraico è sottesa una vena di conflittualità). L’umano dorme, Dio crea la donna, non dalla costola, come erroneamente tradotto, ma dividendolo a metà.
Il termine usato indica lo stipite della porta: l’umano ermafrodita è scisso in due parti, in due stipiti che sorreggono l’architrave.
E che fanno entrare nella dimensione di Dio, aggiungo io.
Ma l’uomo, destatosi, non ammette la diversità: non ammette che la donna arriva da Dio, pensa di conoscerla, la chiama “questa qui” e dice che è un pezzo di sé, una proiezione del suo ego. Terribile.
Non è forse il dipinto dell’amore di fusione così decantato dai media e inseguito dalle nostre fragili generazioni di adolescenti? Credere che l’altro sia il mio specchio? Esaltare l’intesa che, alla fine dei conti, è una sottomissione mascherata? Eliminare la diversità del maschile e del femminile?
La soluzione al pasticcio la offre il redattore del testo: perciò l’uomo lascerà la sua famiglia e diventeranno una carne sola.
Per costruire veramente una relazione occorre abbandonare la propria idea di famiglia e unire la carne. Nulla a che vedere col sesso: la “carne”, nell’antropologia biblica, indica la parte debole.
Solo unendo le fragilità possiamo diventare coppia, cercando non in noi ma in un Altro il senso della nostra vita. Siamo compagni di viaggio.
Paolo Curtaz www.tiraccontolaparola.it