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Nascite in calo e libere unioni


Nascite in calo. Oltre 100 mila in meno rispetto al 2008, 12 mila in meno rispetto al 2015. Dati durissimi. Dati annunciati. Crescono solo i nati fuori dal matrimonio e sono quasi un terzo del totale.
Intanto, i matrimoni sono crollati dal 2008 al 2014: 53.000 in meno.
Ma se le nascite nel matrimonio diminuiscono, continuano a crescere quelle fuori dal matrimonio. Una crescita incessante, anno dopo anno che evidenzia che le libere unioni nel nostro Paese non sono più come in passato solo il modello di convivenza prematrimoniale, periodo di prova dell’unione, ma si stanno anche consolidando come forma di vita familiare che si affianca al matrimonio. Prima se si voleva avere i figli ci si sposava dopo aver convissuto.
Ora è normale averli anche all’interno della libera unione. È il segno di cambiamenti culturali e di costume.
Quali sono i motivi del calo? Il problema non è che non si vogliono avere figli. Solo l’1,8% delle donne da 18 a 49 anni che non hanno figli ha dichiarato di non avere come progetto di vita l’avere un figlio, praticamente nessuna. Il che vuol dire che ci sono ostacoli al trasformare i desiderio di avere figli in realtà. È l’effetto della crisi che ha colpito soprattutto i giovani che rimandano la formazione di una famiglia e la costruzione di una vita indipendente. È anche l’effetto del lungo calo delle nascite che ha caratterizzato il nostro Paese, che ha toccato il minimo nel 1995.
Linda Laura Sabbadini, La Stampa, 29 novembre 2017
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Il lusso di avere figli

Perché in Italia nascono ogni anno così pochi bambini?
Perché almeno fino a dieci anni fa da noi chi parlava di incentivare la natalità veniva guardato male: restava ancora la antica memoria del “donare figli alla Patria” del fascismo, e la cosa non piaceva.
Inoltre, almeno la mia generazione è cresciuta in un comandamento non esplicitamente detto, che diceva: il mondo è già sovrappopolato, non è giusto fare tanti figli. E per me e le mie coetanee, poi, l’imperativo era lavorare e essere autonome, non certo fare tanti bambini. I risultati sono quelli che vediamo.
Oggi in Italia avere un figlio è un atto di coraggio, e un investimento oneroso. Soprattutto se i genitori hanno un lavoro precario, altro fattore che per la natalità è rovinoso. Se sai d’avere lavoro per un anno, dove trovi il coraggio di fare un bambino, che dovrai crescere per almeno vent’anni?
Marina Corradi, Avvenire 12 aprile 2017
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Narcisismo e denatalità

…Se viene meno l’interesse del passato e quello del futuro, come anche una capacità effettiva di relazioni con l’altro e il diverso, una della prime conseguenze è l’appannarsi e lo scomparire della spinta a generare.
«È interessante osservare che il venir meno della propensione alla generatività costituisce proprio un aspetto tipico del narcisista. Egli, infatti, non sente il dovere di essere grato nei confronti di chi lo ha generato e, in quanto concentrato sul presente, non sente il bisogno di proiettarsi nel futuro tramite la prole» (Cesareo).
Nella cultura occidentale, ormai prevalente, «il legame monogamico in un breve lasso di tempo storico è diventato residuale, mentre si sono diffusi i legami in serie (le coppie ricostruite) e quelli delle coppie di fatto che, in nome dell’autodeterminazione, rifiutano il riconoscimento e la testimonianza sociale.
È però il divorzio a fare della cultura dell’Occidente un unicum; le varie culture lo riconoscono come possibilità, ma nessuna di esse ne conosce una simile diffusione, tanto che potremo parlare di epidemia sociale, o di “società del divorzio”» (Cigoli – Facchin).
Cresce l’angoscia e la paura per gli anni che avanzano, non a causa del culto della giovinezza, ma a causa del culto di sé.
Vi è indifferenza se non disprezzo «nei confronti degli anziani ormai incapaci di nascondere gli anni e la loro fragilità, come pure nei confronti delle generazioni future» (Belardinelli).
L’esercizio della sessualità (“fare sesso”) diventa espressione suprema dell’emancipazione e implode nella costatazione assai comune: «in fondo non succede nulla».
La denatalità non vista e non risolta in Europa non è solo un problema sociale, ma propriamente una tragedia simbolica, il segnale dell’incapacità di una concezione forte di storia, di un mito politico propulsivo, di un progetto capace di coinvolgere gli animi e le menti in un’impresa comune.
«Il risultato complessivo di questo deficit di elaborazione simbolica è sotto gli occhi di tutti: una tonalità piatta e grigia che ottunde tutte le distinzioni di valore, genera quella sfiducia, quel senso paralizzante di impotenza nei confronti del futuro, quella depressione, che definiscono la tonalità psico-affettiva dell’europeo-tipo contemporaneo» (Vaccarini).
Lorenzo Prezzi, Settimana, n.24 2014