Archivi tag: Eucaristia

Corpus Domini

A cosa serve il pane nella vita quotidiana? La risposta è facile: è un alimento.
Dunque non è da guardare, ma da mangiare.
Cristo è restato non per essere adorato, ma soprattutto per essere ricevuto.
Nella normale alimentazione, l’uomo è più forte del cibo. Nell’Eucaristia, il nutrimento, vale a dire Cristo, è più forte ed è più di noi, così che possiamo uscire da noi stessi, giungere oltre noi e divenire come Cristo.
Il senso primario della Comunione non è l’incontro del singolo con il suo Dio – per questo ci sarebbero anche altre vie – ma proprio la fusione dei singoli tra loro per mezzo di Cristo.
la Chiesa non è un partito e non è un apparato politico, ma è comunità nel Corpo del Signore.
Joseph Ratzinger, Avvenire 29 maggio 2016.
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Amoris laetitia

Il capitolo ottavo del documento papale, che tenta di leggere le diverse contraddizioni – presenti nel mondo e nella vita cristiana stessa – al disegno divino sul matrimonio, offre novità di accenti ai quali il popolo cristiano non è abituato.
Nella consapevolezza che tutti, anche i cristiani, restano peccatori per tutta la vita perché «non è il bene che vogliono fare che fanno, bensì il male che non vogliono» (come confessa per sé san Paolo nella Lettera ai Romani) la Chiesa non può far altro che annunciare la misericordia, non a basso prezzo, non svuotando la grazia, ma operando un discernimento e aiutando i cristiani a fare essi stessi discernimento attraverso la loro coscienza.
Va riconosciuto: mai in nessun documento magisteriale si era giunti a evidenziare in modo così chiaro il ruolo della coscienza, una coscienza formata, che sa ascoltare la parola di Dio e i fratelli, ma una coscienza che è istanza centrale e ultima, patrimonio di ciascuno come luogo della verità cercata sinceramente.
In questa prospettiva cade ogni muro tra giusti e ingiusti, tra peccatori manifesti e peccatori nascosti, e tutti stiamo come disobbedienti sotto il giudizio di Dio. E da questa operazione di discernimento, compiuta in modo serio, impegnato, ecclesiale, si potrà anche in casi personali particolari valutare l’eucaristia come alimento per i deboli, mendicanti dell’amore di Dio, e non premio per i giusti.
Enzo Bianchi, La Stampa, 9 aprile 2016
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Scambiarsi la pace si può?

Un parroco aveva telefonato in comunità per chiedere se qualcuno poteva celebrare l’eucaristia una domenica nella sua parrocchia, dovendo lui assentarsi. Ho dato io la disponibilità.
Raggiungo la sacristia con un certo anticipo, per chiedere istruzioni sulle usanze nella celebrazione [come si entra, quali parti si cantano, in quale momento si cita l’intenzione, chi da gli avvisi…]; quel le cose semplici che vorrebbero manifestare rispetto per lo stile di una comunità.
Il sacrestano mi rinvia sbrigativamente: «Parli col diacono, perché io non so niente». Un dèja-vu.
Dopo aver risposto ai miei quesiti sovrannumerari, il diacono mi avvicina con fare cortese, quasi cortigiano. Riconosco la costellazione di sintomi che annuncia la metamorfosi curiale. La voce si abbassa di una terzina e inserisce un registro “ad anima”.
– Lei conosce senz’altro, padre, le disposizioni contenute nella Lettera circolare della Congregazione per il culto divino…
– Si, certo. Ho letto L’espressione rituale del dono della pace nella messa.
Per «evitare definitivamente alcuni abusi», come stabilisce l’autorità, ho detto ai ragazzi che accompagnano con gli strumenti di non intonare canti durante le scambio del la pace. Veda poi lei se proprio vuole invitare a scambiarsi il segno della pace, con il rischio che i fedeli si spostino, come era usanza invalsa qui da noi, e che la Congregazione censura.
– Quel segno a me piace, perché, come dice sempre fa Congregazione, «arricchisce di significato e conferisce espressività» al rito della pace, che possiede un «profondo significato di preghiera e offerta della pace nel contesto dell’eucaristia».
– Come vuole. In ogni caso, lei scambi il segno della pace solo con me, perché non deve – secondo la norma – allontanarsi dall’altare.
Ipocritamente speravo che le “recenti disposizioni in materia” allungassero l’elenco di quelle rimaste inapplicate, ma naturalmente non posso opporre obiezioni, tanto più che non sono nella mia comunità.
Al momento della comunione, mi rivolgo sottovoce al diacono.
– Posso allontanarmi dall’altare per portare la comunione ai fedeli?
– Certamente!
– E i fedeli possono muoversi dal loro posto per venire a riceverla?
– ???!?
– I ragazzi intoneranno un canto o devo leggere l’antifona?
– Scusi, che domande sono?
Sì, domande perfide e dettate da un sentimento poco eucaristico, del quale chiederò perdono poco dopo celebrando un altro sacramento.
Se però qualche domanda in più (o in meno?) se la ponessero anche i prelati consultori…
(M. Mattè) Settimana, n.30 2014

Paolo VI: nuovo beato

Appena la polvere si posa lo spettacolo che gli si presenta davanti è quello di una moltitudine di campesinos avvolta neiponcho e nelle ruana...
Paolo VI passa in mezzo a loro a lungo, stando in piedi su una jeep bianca…
A questa umanità Paolo VI propone un filo rosso decisamente forte. Perché nel suo discorso pone l’Eucaristia – ciò che il Congresso di Bogotà sta celebrando – in relazione diretta con la loro condizione. «Voi siete un segno, voi un’immagine, voi un mistero della presenza di Cristo – dice Montini ai campesinos -. Il sacramento dell’Eucaristia ci offre la sua nascosta presenza viva e reale; mai voi pure siete un sacramento, cioè un’immagine sacra del Signore fra noi, come un riflesso rappresentativo, ma non nascosto, della sua faccia umana e divina. (..) Voi – aggiunge ancora – siete Cristo per noi. Noi vi amiamo con un’affezione preferenziale; e con noi vi ama, ricordatelo bene, ricordatelo sempre, la santa Chiesa cattolica».
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I doni dello Spirito

La “carne” ha ormai le sue vetrine ovunque, ci assedia dentro e fuori casa. Non bastano più le piccole difese, occorrono mezzi grandi, “risolutivi”. Io vedo indicato uno di questi mezzi risolutivi nelle parole dell’Apostolo: “O non sapete che chi si unisce alla prostituta forma con essa un corpo solo? Ma chi si unisce al Signore forma con lui un solo Spirito” (1 Cor 6, 16-17).
C’è una segreta forza in quest’ultima frase. Non la si ripete mai dentro di sé nei momenti di difficoltà senza sperimentarne l’efficacia. Dio ha disposto per la nostra proclività verso la materia e i corpi, un rimedio degno della sua sapienza: il corpo risorto del Signore. Esso è il luogo dove è stata definitivamente superata la tensione tra carne e spirito, dove il corpo ha già raggiunto quella “liberazione dalla schiavitù della corruzione”, cui l’intera creazione anela.
Esso è come un’ancora di salvezza, gettata oltre il campo di battaglia. E tuttavia è un vero corpo, anche se “spirituale”; con esso possiamo unirci, intenzionalmente, con la fede e, realmente, nell’Eucaristia. Egli ci comunica la sua stessa purezza. Gli ebrei, morsi nel deserto dai serpenti, guarivano guardando il serpente di bronzo; noi guariamo dai morsi della sensualità correndo a guardare colui che, proprio a questo scopo, fu elevato per noi sulla croce (cf. Gv 3, 14-15).
Per questa via non c’è bisogno di disprezzare la bellezza dei corpi o avvilire la sessualità umana, perché la via è piuttosto “dalla bellezza alla Bellezza”. Diceva un antico Padre: “Sappia l’uomo che il suo cuore è giunto alla purezza, quando vede ogni bellezza e nulla gli appare più impuro”. Una risoluzione pratica che si potrebbe prendere, dopo aver meditato sul dono dell’intelletto, è quello di consacrare la nostra mente al Paraclito. Consacrare significa affidare, cedere, riservare. Decidere di non voler usare, d’ora in poi, la nostra mente se non per la conoscenza del vero e per la gloria di Dio. Nonostante tutto, essa resta quello che abbiamo di migliore e di più nobile, il riflesso più vicino dell’intelligenza divina, la cosa a cui Dio tiene di più al mondo.
È utile ripetere questa consacrazione di primo mattino. Un antico Padre diceva che la nostra mente è come un mulino: il primo grano che vi viene messo dentro al mattino, è quello che continuerà a macinare per tutto il giorno. Bisogna affrettarsi a mettervi subito il buon grano di Dio -pensieri buoni, parole di Dio-, altrimenti il demonio vi metterà la sua zizzania. A me piace farlo ripetendo la prima strofa del Veni creator: “Veni, creator Spiritus, mentes tuorum visita; imple superna gratia quae tu creasti pectora”: Vieni, o Spirito creatore, visita le nostre menti; riempi di grazia celeste i cuori che hai creato”.
P. Raniero Cantalamessa

Eucaristia e Parola di Dio

Noi leggiamo le sante Scritture. Io penso che il Vangelo è il corpo di Cristo; io penso che le sante Scritture sono il suo insegnamento. E quando egli dice: Chi non mangerà la mia carne e berrà il mio sangue (Gv 6,53), benché queste parole si possano intendere anche del mistero [eucaristico], tuttavia il corpo di Cristo e il suo sangue è veramente la parola della Scrittura, è l’insegnamento di Dio. Quando ci rechiamo al mistero eucaristico, se ne cade una briciola, ci sentiamo perduti. E quando stiamo ascoltando la parola di Dio, e ci viene versata nelle orecchie la parola di Dio e la carne di Cristo e il suo sangue, e noi pensiamo ad altro, in quale grande pericolo non incappiamo?
San Girolamo