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Famiglia e comunicazione

«Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: “Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo!”» (vv. 41-42).
Anzitutto, questo episodio ci mostra la comunicazione come un dialogo che si intreccia con il linguaggio del corpo. La prima risposta al saluto di Maria la dà infatti il bambino, sussultando gioiosamente nel grembo di Elisabetta. Esultare per la gioia dell’incontro è in un certo senso l’archetipo e il simbolo di ogni altra comunicazione, che impariamo ancora prima di venire al mondo.
Il grembo che ci ospita è la prima “scuola” di comunicazione, fatta di ascolto e di contatto corporeo, dove cominciamo a familiarizzare col mondo esterno in un ambiente protetto e al suono rassicurante del battito del cuore della mamma. Questo incontro tra due esseri insieme così intimi e ancora così estranei l’uno all’altra, un incontro pieno di promesse, è la nostra prima esperienza di comunicazione. Ed è un’esperienza che ci accomuna tutti, perché ciascuno di noi è nato da una madre.
Anche dopo essere venuti al mondo restiamo in un certo senso in un “grembo”, che è la famiglia. Un grembo fatto di persone diverse, in relazione: la famiglia è il «luogo dove si impara a convivere nella differenza» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 66). Differenze di generi e di generazioni, che comunicano prima di tutto perché si accolgono a vicenda, perché tra loro esiste un vincolo. E più largo è il ventaglio di queste relazioni, più sono diverse le età, e più ricco è il nostro ambiente di vita. È il legame che sta a fondamento della parola, che a sua volta rinsalda il legame.
Le parole non le inventiamo: le possiamo usare perché le abbiamo ricevute. E’ in famiglia che si impara a parlare nella “lingua materna”, cioè la lingua dei nostri antenati (cfr 2 Mac 7,25.27). In famiglia si percepisce che altri ci hanno preceduto, ci hanno messo nella condizione di esistere e di potere a nostra volta generare vita e fare qualcosa di buono e di bello. Possiamo dare perché abbiamo ricevuto, e questo circuito virtuoso sta al cuore della capacità della famiglia di comunicarsi e di comunicare; e, più in generale, è il paradigma di ogni comunicazione.
Papa Francesco
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Non tirarsi indietro

Quante volte, alla fine del week-end, ci sentiamo più stanchi del venerdì sera? A noi capita quasi tutte le domeniche. Il sabato mattina la scuola dei bambini ha organizzato l’incontro con le famiglie, la vendemmia, il giorno della caldarrosta o la recita di Natale; il sabato pomeriggio ci sono le feste di compleanno di qualcuno dei compagnetti di classe dei nostri tre bimbi o di qualche cuginetto e il concomitante impegno settimanale in parrocchia; a seguire, se ci stiamo con i tempi, la santa messa, che altrimenti seguiremo l’indomani mattina, quando i bambini sono ancora “freschi” e meno irrequieti. La cena del sabato è l’occasione per incontrarsi con gli amici che spesso trascuriamo; così, escluso il momento della celebrazione eucaristica, anche la domenica è dedicata agli “obblighi sociali”. Vediamo i nonni, incontriamo gli amici che hanno avuto dei bimbi, facciamo le visite di condoglianza, siamo a pranzo o a cena da questo o quell’amico che non vediamo da molto. Da qualche tempo si è aggiunta la necessità di condividere il dolore e la solitudine di un crescente numero di amici che sta patendo la sofferenza della separazione coniugale. La sera del giorno del Signore arriva senza che abbiamo avuto il tempo di concederci il tanto agognato riposo fisico.
Ci domandiamo spesso se questo sia giusto o se, forse, sarebbe meglio chiudersi in casa, staccare il telefono, spegnere il computer e goderci casa e bimbi (oltre che riposare). Ma, ogni volta che ci interroghiamo sul punto, giungiamo sempre alla medesima conclusione: ci sembra giusto fare ciò che facciamo.
Come esempio abbiamo Maria: Lei non si è tirata indietro…
Dorotea e Alberto Pistone