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Metamorfosi


«Non capisco più il mondo»: è l’affermazione su cui si troverebbe d’accordo la maggioranza delle persone di ogni parte del globo. E con ragione. Il nostro mondo è attraversato da un vero e proprio processo di metamorfosi: non è cambiamento sociale, non è trasformazione, non è evoluzione, non è rivoluzione, non è crisi. La metamorfosi è una modalità di cambiamento della natura dell’esistenza umana. Chiama in causa il nostro modo di essere nel mondo.
È innegabile che viviamo in un mondo sempre più difficile da decodificare. Non sta semplicemente cambiando: è in metamorfosi. Ciò che prima veniva escluso a priori, perché totalmente inconcepibile, accade. Sono eventi globali che passano generalmente inosservati e si affermano, al di là della sfera della politica e della democrazia, come effetti secondari di una radicale modernizzazione tecnica ed economica. Basta pensare alla serie di avvenimenti accaduti negli ultimi decenni: la caduta del Muro di Berlino, gli attentati dell’11 settembre, il catastrofico mutamento climatico in tutto il mondo, il disastro del reattore di Fukushima, fino alle crisi della finanza e dell’euro e alle minacce alla libertà create, come ci ha rivelato Edward Snowden, dalla sorveglianza totalitaria nell’era della comunicazione digitale.
Dalla presentazione del libro di: Ulrich Beck, La metamorfosi del mondo, Laterza Editore, Bari.Roma 2018

Giustizia economica


Afferma Paola Severino, già ministro della giustizia nel governo Monti, che giustizia ed economia, insieme possono creare una società più equa.
Una giustizia incapace di contrastare l’evasione fiscale non consente una ridistribuzione equa tra le classi e tra le generazioni, e quindi blocca la crescita.
Per contenere l’evasione non bastano severe sanzioni e investigazioni approfondite ma bisogna creare, a monte, un conflitto di interessi tra venditore ed acquirente.
Aumentare il numero delle spese detraibili significa disinnescare il sistema per cui l’elettricista preferisce essere pagato in nero e il cliente non ha alcun interesse ad impedirglielo. In questo modo giustizia ed economia possono innescare circoli virtuosi.
Per raggiungere la giustizia economica è anche necessario combattere la corruzione.
Un’impresa che corrompe danneggia l’impresa che concorre in modo leale, così come un cittadino che ha diritto a ottenere un certo posto o un certo impiego viene danneggiato da chi lo ottiene in cambio di un favore o di una tangente. Per risolvere questo problema occorre una rivoluzione culturale. E’ necessario insegnare a pensare fin da giovanissimi che chi corrompe non è più furbo, non è migliore.
Fonte: La Stampa, 28 luglio 2018

L’economia circolare

L’economia circolare è un sistema in cui tutte le attività, a partire dall’estrazione e dalla produzione, sono organizzate in modo che i rifiuti di qualcuno diventino risorse per qualcun’altro. Nell’economia lineare, invece, terminato il consumo termina anche il ciclo del prodotto che diventa rifiuto, costringendo la catena economica a riprendere continuamente lo stesso schema: estrazione, produzione, consumo, smaltimento.
Nei sistemi di economia circolare i prodotti mantengono il loro valore aggiunto il più a lungo possibile e non ci sono rifiuti. Quando un prodotto raggiunge la fine del ciclo di vita, le risorse restano all’interno del sistema economico, in modo da poter essere riutilizzate più volte a fini produttivi e creare così nuovo valore.
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Profitto ed etica


“Il profitto è utile se, in quanto mezzo, è orientato ad un fine che gli fornisca un senso tanto sul come produrlo quanto sul come utilizzarlo. L’esclusivo obiettivo del profitto, se mal prodotto e senza il bene comune come fine ultimo, rischia di distruggere ricchezza e creare povertà”.
Benedetto XVI, Caritas in veritate
Non è tanto il profitto di per sé che fa problema ma il come lo si ottiene e a chi lo si deve dare. L’equivoco che è sorto a partire dalla metà degli anni ’70 – ed è diventato una sorta di mantra – è stato quello di dare per scontato che i profitti spettino tutti agli azionisti.
Invece il profitto è frutto del concorso di una pluralità di fattori. Gli azionisti che hanno messo a disposizione il capitale sono una categoria. Ma ce ne sono molte altre: quella dei laboratori, quella dei clienti, quella della comunità. Tutti questi attori, che vengono chiamati stakeholders, portatori di interesse, concorrono alla generazione dei profitti.
Di questo equivoco hanno preso atto duecento grandi aziende americane.
Attraverso la loro dichiarazione sarà possibile, nel prossimo futuro, spingere tanti altri imprenditori a fare altrettanto e a quel punto le aziende non potranno più agire, come sempre hanno fatto finora, sui parlamenti e sui governi perché non venisse cambiata la legislazione.
Una di queste leggi è quella che riguarda i fondi di investimento. Finora sono stati loro a mantenere la vecchia impostazione mettendo il capitale nelle imprese che scelgono come prioritarie e imponendo al management la massimizzazione del profitto.
Allo stesso tempo questa presa di posizione rappresenta la più forte e potente denuncia nei confronti della politica che finora si è lasciata manipolare e non ha saputo reagire a testa alta nei confronti di un modello di capitalismo che invece di generare valore lo estrae, e sostituisce al profitto la rendita.
Stefano Zamagni (sintesi della redazione)
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Mal d’Africa


Domenica 7 luglio un summit di ministri e capi di stato dell’Unione Africana – 54 nazioni su 55 (manca l’Eritrea) ha lanciato ufficialmente la Zona di libero scambio continentale africana.
Dietro l’ottimismo che pervade i corridoi del Radisson Blu a Niamey ci sono ancora da affrontare negoziati complessi e la realtà di un continente in trasformazione rapidissima ma ancora marginale nell’economia mondiale, con una crescente classe media e sacche persistenti di povertà estrema.
Il commissario agli affari economici dell’Unione, Victor Harison, ha puntato il dito sulla necessità di creare impiego: “12 milioni di persone entrano nel mercato del lavoro africano ogni anno, ma solo in quattro trovano un’occupazione”. Servono investimenti in agricoltura, infrastrutture e industria per ridurre la dipendenza dall’export di un continente che ha “il 60 per cento di terre arabili non trasformate e il 30 per cento delle risorse mondiali, ma non riesce a capitalizzarle”.
L’Africa deve superare i paradossi di un sistema commerciale che privilegia i partner esterni su quelli interni. Si va dal riso importato dall’Asia alla pasta di cacao lavorata per la produzione dolciaria in Egitto e Sud Africa e proveniente dalla Svizzera, nonostante la materia prima sia coltivata in Costa d’Avorio e Ghana, fino allo zucchero brasiliano, venduto in passato come prodotto del Malawi, per aggirare barriere interne.
La Zona di libero scambio – anche con l’aiuto di una cooperazione internazionale “intelligente” – sarà in prospettiva in grado di fermare le migrazioni e di fornire a centinaia di milioni di persone la possibilità di una vita serena e tranquilla.
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Bene pubblico o ricchezza privata?


Qualcosa non funziona nella nostra economia: chi si trova all’apice della piramide distributiva continua a godere in maniera sproporzionata dei benefici della crescita economica, mentre centinaia di migliaia di persone vivono in condizioni di estrema povertà.
Negli anni successivi alla crisi finanziaria il numero dei miliardari è raddoppiato e i loro patrimoni aumentano di 2,5 miliardi di dollari al giorno; nonostante ciò i superricchi e le grandi imprese sono soggetti ad aliquote fiscali più basse registrate da decenni.
I costi umani di tale fenomeno sono enormi: scuole senza insegnanti, ospedali senza medicine. I servizi privati penalizzano i poveri e privilegiano le élite.
I soggetti che risentono maggiormente di tale situazione sono le donne, su cui grava l’onere di colmare le lacune dei servizi pubblici con molte ore di lavoro di cura non retribuito.
Dobbiamo trasformare le nostre economie in modo da offrire assistenza sanitaria, istruzione e altri servizi pubblici a livello universale, e per giungere a questo traguardo è necessario che i ricchi e le imprese paghino la loro giusta quota di imposte, contribuendo a ridurre drasticamente il divario tra ricchi e poveri e tra uomini e donne.
Oxfam Italia
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Progresso, sviluppo, innovazione


Da alcuni decenni a questa parte il desiderio di cambiamento si è cristallizzato nell’idea di crescita economica o di sviluppo tecnologico; due prospettive che non hanno alcuna parentela con l’ideale morale e politico che ha fondato il desiderio di emancipazione dell’umanità in età moderna.
Lo sviluppo fa riferimento a un incremento di carattere soprattutto economico e quantitativo, mentre l’innovazione riguarda in particolare i mutamenti tecnologici che caratterizzano le nostre società contemporanee.
In entrambi i casi, però, stiamo parlando di cambiamenti che non parlano della dimensione civile e politica della nostra esistenza, che è invece la caratteristica del progresso.
Di un’innovazione tecnologica è infatti impossibile dire se essa sarà al servizio di un miglioramento della condizione umana o se sarà utilizzata per un più intensivo sfruttamento della natura e dell’individuo. E mirare allo sviluppo del PIL non ci garantisce che quello stesso sviluppo sia equamente ripartito tra tutti i cittadini.
Per i filosofi dell’età moderna, invece, era impossibile pensare a un progresso scientifico e tecnologico senza un progresso morale e politico, e viceversa. Per i sostenitori del progresso la libertà di conoscenza faceva tutt’uno con la libertà politica: l’emancipazione dell’uomo riguardava sia la liberazione dai bisogni materiali (fame, malattie ecc.) sia l’affrancamento dai poteri autoritari, sia la costruzione di una società del benessere sia la realizzazione dei diritti politici e sociali.
Carlo Altini, Le maschere del progresso, Marietti 1820, Bologna 2018