Archivi tag: donna lavoratrice

Famiglia: un fatto sociale


Le istituzioni pubbliche non possono fare finta che la famiglia sia solo un fatto privato: ciò che avviene tra i coniugi e con i figli è un fatto sociale; e ogni essere umano che viene ferito negli affetti familiari, in un modo o nell’altro, diventerà un problema per tutti. Non si resti, quindi, sordi alle domande di sostegno in campo educativo, formativo e relazionale, che salgono dalle famiglie. Il cuore di ciascuna di esse è l’amore delle persone che la compongono e che, in virtù di questo amore, stringono alleanza davanti agli uomini e – per noi credenti – nel Signore.
Se non vogliamo rassegnarci al declino demografico, ripartiamo da un’attenzione reale alla natalità; prendiamoci cura delle mamme lavoratrici, imparando a riconoscere la loro funzione sociale; confrontiamoci con quanto già esiste negli altri Paesi del Continente per assumere in maniera convinta opportune misure economiche e fiscali per quei coniugi che accolgono la vita. Vanno in questa direzione diverse proposte avanzate anche dal Forum delle Associazioni Familiari.
La famiglia è il termometro più sensibile dei cambiamenti sociali: senza venir meno ai principi – visto che la famiglia non è un menù da cui scegliere ciò che si vuole – aiutiamoci a mettere a punto un pensiero sulla famiglia per questo tempo. Chi fosse sinceramente disponibile a questo passo – che è condizione per una società migliore – ci troverà sempre al suo fianco, forti come siamo di una ricca tradizione di cultura della famiglia.
Gualtiero Bassetti, presidente della CEI
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Un paese che penalizza i genitori

Troppo poco si è fatto per mettere in condizione i giovani di costruirsi una vita indipendente. Troppo poco si è fatto per rimuovere quel clima sociale sfavorevole alla maternità e alla paternità che è stato dominante nel nostro Paese, già da molto prima dell’ultima crisi.
Un clima che è il frutto di un’offerta scarsa di servizi sociali per l’infanzia, di un’organizzazione del lavoro rigida, specie nel settore privato, di un part time che cresce solo per le donne che non vogliono farlo e non per chi vuole utilizzarlo per conciliare i tempi di vita, di un lavoro non retribuito ancora schiacciante per la maggior parte delle donne e di una asimmetria nella coppia che si riduce troppo lentamente. Il nostro è un Paese a permanente, cronica, bassa fecondità, dove persino gli immigrati tendono rapidamente ad adottare i nostri modelli riproduttivi.
Linda Laura Sabbadini, La Stampa, 29 settembre 2017
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Grazie a tutte le donne

Grazie a te, DONNA MADRE,
che ti fai grembo dell’essere umano
nella gioia e nel travaglio di un’esperienza unica,
che ti rende sorriso di Dio per il bimbo che viene alla luce.
Grazie a te, DONNA SPOSA,
che unisci il tuo destino a quello di un uomo,
in un rapporto di reciproco dono,
a servizio della comunione e della vita.
Grazie a te, DONNA FIGLIA e DONNA SORELLA,
che porti nel nucleo familiare e nella vita sociale
le ricchezze della tua sensibilità e della tua intuizione,
della tua generosità e della tua costanza.
Grazie a te, DONNA LAVORATRICE,
impegnata in tutti gli ambiti della vita sociale,
per l’indispensabile contributo che dai all’elaborazione di una cultura
capace di coniugare ragione e sentimento,
per edificare un mondo più ricco di umanità.
Grazie a te, DONNA CONSACRATA,
che sull’esempio della più grande delle donne, la Madre di Cristo,
ti apri con docilità e fedeltà all’amore di Dio,
aiutando la Chiesa a vivere una risposta d’amore.
Grazie a te, DONNA, per il fatto stesso che sei donna!
Con la percezione che è propria della tua femminilità
tu arricchisci la comprensione del mondo
e contribuisci alla piena verità dei rapporti umani.
Giovanni Paolo II, Lettera alle donne
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Ovulo in carriera

Oggi molti quotidiani italiani commentano un benefit che due grandi aziende americane, Facebook e Apple, hanno deciso di offrire alle loro collaboratrici: la possibilità di congelare gratuitamente i propri ovuli per poterli usare al momento più opportuno (sic).
Tra i tanti commenti vi propongo quello di Massimo Gramellini

 

Giovanni XXIII e le donne

Sono particolarmente affezionato alla figura di papa Roncalli, sia per quanto ha fatto per la Chiesa, sia perché è stato il primo papa di cui ho un ricordo personale e intenso.
Nel numero 78 della rivista Gruppi Famiglia in cui si parlava delle questione femminile la fonte a cui avevo attinto affermava: “mentre l’elogio della donna madre, sposa e consacrata ha sempre rappresentato una costante della Chiesa e dei Papi, l’elogio della donna lavoratrice costituisce una fondamentale novità. Ma c’è di più. Giovanni paolo II, nella sua “lettera alla donne” del 1995, parlando di donne lavoratrici, non si riferisce solo a quelle nubili e senza figli, ma anche, con tutta evidenza, alle donne sposate e madri” (Chiara Rossi).
Ora sono in grado di affermare che già Giovanni XXIII aveva ben presente il tema come si può leggere nel testo dell’udienza generale del 7 dicembre 1960: “È stato ed è in discussione questo o quell’aspetto della opportunità, o meno, della applicazione della donna a un dato lavoro e professione. Ma è necessario guardare alla realtà dei fatti, che dimostra come sia sempre più vasto il movimento della donna verso fonti di occupazione e di lavoro, e sempre più diffusa la sua aspirazione ad una attività, che possa renderla economicamente indipendente e libera dal bisogno…”.
Franco Rosada
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Maternità e licenziamenti

In Italia ci sono leggi importanti che tutelano la maternità e proteggono la donna lavoratrice. Nel nostro Paese, come in tutti i Paesi civili, non si può licenziare chi aspetta un bambino. Molti perciò rimangono increduli, e pensano che la denuncia del fenomeno delle dimissioni in bianco, fatta da gruppi di donne sempre più numerosi e impegnati, sia esagerata. Che la pratica sia limitata e circoscritta. Non è così.
Le norme, anche le migliori, si possono aggirare. E sono state aggirate.
Il fenomeno non è così limitato.
Patronati e sindacati (dalla Cgil alle Acli) affermano che almeno una donna su quattro è costretta a subire questo abuso.
Per contrastarlo in modo definitivo, qualche anno fa era stata promulgata una legge, voluta fortemente da un gruppo di donne e votata nel 2007 trasversalmente da maggioranza e opposizione. Con questa legge l’imbroglio – perché di imbroglio si tratta – non era più possibile. Dicevano le nuove norme: la dichiarazione di dimissioni volontarie è valida solo se si utilizzano appositi moduli distribuiti esclusivamente dagli uffici provinciali del lavoro e dalle amministrazioni comunali. Questi moduli, contrassegnati da codici alfanumerici progressivi e da una data di emissione, assicuravano che i modelli non fossero stati precompilati. Non era possibile contraffarli e, quindi, potevano essere utilizzati solo se la donna effettivamente voleva lasciare il lavoro. Tutto era molto semplice. Il fatto, il reato, il ricatto si depotenziavano, si rendevano impossibili prima che potessero verificarsi. Ma questa legge (la numero 188) ebbe vita breve, anzi brevissima. Venne abolita su proposta di Maurizio Sacconi, ministro del Welfare, solo tre mesi dopo l’entrata in vigore. E tutto è tornato come prima. Le giovani donne continuano a subire il ricatto e ne conosciamo le conseguenze: spesso smettono di lavorare.
Ritanna Armeni
Tratto da: Messaggero di sant’Antonio, marzo 2012