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I risultati del Sinodo 4

Terminato il Sinodo, cosa ci si potrà attendere ora? Naturalmente molto dipenderà dal documento con cui papa Francesco sigillerà i lavori del Sinodo, ma se, com’è prevedibile, anch’egli insisterà sul discernimento, il risultato da qui a qualche anno potrebbe essere quello di una Chiesa cattolica abbastanza diversa quanto a disciplina dei sacramenti a seconda delle zone geografiche: rigorista nei Paesi dove prevale il primato della “verità”, tollerante in altri dove prevale il primato della misericordia. Anzi la divisione potrebbe riprodursi anche all’interno di uno stesso Paese, persino delle stesse città. Sarà questa frammentazione il prezzo da pagare al discernimento, unico compromesso oggi realizzabile alla luce delle grandi differenze nella Chiesa cattolica? Oppure il documento di papa Francesco sarà tale da imporre a tutti il primato della misericordia e delle persone concrete rispetto ai sabati di ogni epoca?
Vito Mancuso, La Repubblica, 27 ottobre 2015
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A mezzo secolo dall’istituzione, il Sinodo dei vescovi ha mostrato poi la sua crescita e le sue potenzialità, che consistono soprattutto nel metodo, messo a punto negli anni e rinnovato negli ultimi tempi dalle decisioni di Benedetto XVI e di Francesco. Con l’aiuto, in questi mesi dimostratosi molto efficace, della segreteria generale con i suoi collaboratori: insomma, nonostante polemiche pretestuose, il metodo nuovo funziona ed è trasparente, come si è visto nei giorni appena trascorsi…
Le questioni dogmatiche non sono state toccate — ha ribadito con fermezza il successore dell’apostolo Pietro, che è il garante della comunione e dell’unità cattolica — ma nelle voci levatesi dai vari continenti di nuovo si è constatata la necessità dell’inculturazione, insita nella tradizione cristiana.
Gianmaria Vian, L’Osservatore romano, 26-27 ottobre 2015

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Per un futuro ecumenico del Vaticano II

Dal convegno del 19 marzo 2012 promosso dall’Istituto Studi Ecumenici San Bernardino di Venezia
Mons. Luigi Bettazzi porta nel convegno l’esperienza diretta di un protagonista del Vaticano II. Era arrivato al Concilio nella seconda sessione, essendo stato ordinato vescovo il 4 ottobre del 1964.
La prima rivelazione – afferma – è stata quella di una Chiesa ampia e di un Concilio ‘antropologicamente’ ecumenico, con vescovi provenienti da tutte le parti del mondo, che portavano la sensibilità dei loro popoli. Dice mons. Bettazzi: “ci siamo resi conto che noi abbiamo votato, a stragrande maggioranza, delle cose a cui, quando siamo entrati, non pensavamo. Mica che fossero cose balzane! Ma nel Concilio c’era chi prima aveva pensato: la Bibbia bisogna…, la liturgia, i grandi monasteri benedettini, l’ecumenismo… I primi convertiti dal Concilio siamo stati noi vescovi. Questo ci fa capire l’importanza della Chiesa, della chiesa che matura, insieme”. E poi ancora: “Papa Giovanni aveva detto che il Concilio non doveva essere dogmatico, ma pastorale: il che sembrerebbe una diminuzione; invece, non è un meno, ma un più. Il Concilio non voleva dire delle nuove verità, ma voleva disporre gli uomini di oggi ad accogliere le verità di sempre”.
Mons. Bettazzi commenta, poi, con vivacità le quattro Costituzioni del Concilio, spiegando che nulla sui dogmi è stato cambiato, ma tutto è diverso sul piano pastorale. Così si può parlare di Continuità dogmatica e di discontinuità pastorale.
La Chiesa e la Gerarchia, che è importante e ha l’ultima parola, – ma dopo molte altre parole, non l’unica -, devono essere al servizio degli uomini per aiutarli a stare insieme nell’amore e a camminare verso Dio; nella ‘convivialità delle differenze’ come diceva don Tonino Bello. Questo è lo spirito del Concilio.