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Strade di felicità


Matrimoni in caduta libera, natalità a picco, separazioni e divorzi in crescita, conflittualità coniugale che dalle giovani coppie si sta estendendo in modo sempre più rilevante anche alle unioni più mature.
Ma se si apre Amoris laetitia(n.38) si legge che è ora di smetterla con il pessimismo, gli atteggiamenti difensivi, gli «attacchi al mondo decadente». Continuare su questa strada, «con poca capacità propositiva per indicare strade di felicità» vuol dire non aver compreso come il messaggio della Chiesa sul matrimonio e sulla famiglia «sia stato un chiaro riflesso della predicazione e degli atteggiamenti di Gesù». E cioè «ideale esigente», ma allo stesso tempo, «vicinanza compassionevole alle persone fragili».
Ecco, tra i tanti passaggi difficili, controcorrente e spiazzanti dell’Esortazione postsinodale questo richiamo al dovere da parte delle famiglie di indicare “strade di felicità” è sicuramente tra i più sorprendenti.
Luciano Moia, Avvenire, 29 aprile 2018
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Discernimento per coppie dal futuro incerto

Un’esperimento, realizzato in un Tribunale negli Stati Uniti con l’accordo degli avvocati divorzisti locali, alle coppie che chiedevano di portare in tribunale la pratica di divorzio è stato proposto di partecipare ad un percorso di “discernimento”, che prevedeva colloqui con terapeuti per capire meglio se davvero il divorzio era ciò che si desiderava (da uno a cinque incontri), ed eventualmente proseguire con il divorzio, oppure avviare un percorso di terapia familiare, o un periodo di prova di sei mesi, in cui entrambi i partner decidono di verificare davvero se il legame di coppia e il matrimonio fossero davvero finiti.
I risultati sono stati stimolanti: circa il 40% delle coppie ha deciso di NON separarsi.
Per le coppie in crisi la soluzione potrebbe essere: non rendere i divorzi più difficili, ma rendere migliori i matrimoni.
Francesco Belletti, Famiglia cristiana
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Quei corsi per sposarsi

…La domanda della giornalista [sull’aereo nel viaggio di ritorno dal Messico] è provocatoria: “La Chiesa misericordiosa ha più facilità a perdonare un assassino che non un divorziato?”. Francesco, apprezzando la domanda “plastica”, annuncia che l’argomento è approfondito nel documento post-sinodale “che uscirà forse prima di Pasqua”. Poi ribadisce che “la pastorale delle famiglie ferite” è una delle più forti “preoccupazioni” della Chiesa, come lo è pure una adeguata preparazione al matrimonio. “Pensi che per diventare prete ci sono 8 anni di studio, di preparazione e poi, dopo un certo tempo, se non ce la fai chiedi la dispensa, te ne vai ed è tutto a posto. Invece per fare un sacramento che è per tutta la vita servono 3 o 4 conferenze…”. I “matrimoni riparatori tante volte sono nulli”, aggiunge il Pontefice, ricordando che a Buenos Aires “come vescovo ho proibito ai sacerdoti di fare questo. Che nasca il bambino e che rimangano fidanzati. Quando si sentono di sposarsi per tutta la vita che vadano avanti”.
Sull’accesso ai sacramenti per i divorziati risposati – incontrati nell’appuntamento a Tuxtla Gutierrez – il Papa precisa che “integrare nella Chiesa queste famiglie non significa fare la comunione”. “Io – sottolinea – conosco cattolici risposati che vanno in chiesa tre o quattro volte all’anno. ‘Eh, ma io voglio fare la comunione’, come se la comunione fosse una onorificenza… Un lavoro di integrazione: tutte le porte sono aperte, ma non si può dire più possono fare la comunione, questo sarebbe una ferita anche ai matrimoni, perché non gli farà fare, alla coppia, quella strada di integrazione”.
Zenit, 18 febbraio 2016
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I divorzi tardivi

Quanti divorziano dopo molti anni di matrimonio? Sono tante, e tanti, sempre di più: hanno alle spalle famiglie tradizionali, figli già grandi, a volte nipoti, eppure voltano pagina, spesso nello stupore dell’intero clan parentale.
“Grey divorce” è il nome americano, dietro c’è un universo che mette insieme l’allungamento della vita media, la caduta (in Italia) di tabù e vincoli arcaici, ma soprattutto la voglia di non arrendersi a una vita coniugale spenta, al desiderio che non c’è più, all’andare avanti perché l’abitudine è una sofferenza ben conosciuta.
Afferma Daniele Viviani, demografo: “oggi le donne vivono in media 85 anni e gli uomini 80. Quindi se ci si lascia a 60 anni si ha la buona probabilità sia di potersi ricostruire una vita. L’altro elemento è culturale. Molte di queste coppie si sono sposate quando ancora il divorzio non c’era, ma oggi si trovano a vivere in un mondo dove l’instabilità coniugale è una realtà, che riguarda i loro stessi figli. È un dato sociale accettato. Dunque due anziani che si lasciano non sono più uno scaldalo”.
La Repubblica, venerdì 6 novembre 2015
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La crisi della famiglia “romantica”

Negli anni Settanta del secolo scorso lo psichiatra Cooper sentenziava la “morte della famiglia”. E in quest’ ottica oggi i trend statistici di fenomeni quali la riduzione dei matrimoni, l’ aumento delle separazioni e dei divorzi sono assunti dalla maggior parte dei commentatori come gli indicatori della crisi in cui versa la famiglia in Italia.
Eppure se si guardano bene i dati, la lettura è più complessa. Se li collochiamo nel più ampio scenario dell’ Unione europea, scopriamo che in Italia ci si sposa di meno, ma i tassi di divorzialità e di separazione sono molto più bassi del dato medio.
Mettiamo al mondo meno figli, ma la gran parte di essi nascono all’ interno del matrimonio a differenza di quanto accade in Svezia, Francia, Danimarca. Sebbene la generazione di mezzo (18­-49 anni) ritenga giusto chiedere il divorzio se il matrimonio è infelice, allo stesso tempo non lo considera affatto un’ istituzione superata.
Certo, gli indicatori mostrano una famiglia in affanno. Tuttavia, gli odierni epigoni di Cooper glissa no sul fatto che le coppie con figli siano la forma familiare più diffusa, le cui funzioni di mediazione sociale diventano ancora più rilevanti.
Le narrazioni mediatiche tendono a restituirci un’ immagine amplificata e distorta della realtà. Utile a legittimare scelte politiche che alimentano una profezia che si autoavvera. Ma, per quanto possa risultare irritante, la famiglia normo ­ costituita resiste e sopravvive a quanti ne avevano previsto la fine.
Perché? E se a mostrare la corda non fosse la famiglia in quanto tale, ma la sua concezione “romantica”?
Il Foglio, 8 ottobre 2015

Le nuove paure dei bambini

Il buio? Non spaventa più nessuno. Ha fatto la stessa fine dell’uomo nero, del mostro che dorme sotto il nostro letto.
Le paure dei bambini, e degli adolescenti, sono cambiate e diventate più drammatiche, un po’ per colpa nostra un po’ perché i ragazzi di oggi sono i primi ad aver vissuto sulla propria pelle la crisi, e a rendersi conto delle difficoltà dei genitori.
La tendenza arriva dal mondo anglosassone, dove la guerra nucleare e il fallimento di sé, sia a livello scolastico sia a livello di carriera futura sono saliti ai primi posti in classifica. «La paura dei fantasmi— ha scritto Tim Lott, autore appassionato di famiglie sul Guardian — è stata sostituita da quella del fallimento».
In trent’anni, la paura di animali feroci, oscurità, vertigini si è trasformata in quella del divorzio, della guerra nucleare, del cancro e dell’inquinamento. E in tempi ancora più recenti si sono aggiunti il terrore del bullismo e quello dei brutti voti, di un’università non adeguata, di studi non appropriati alla bella carriera che i ragazzi sentono o sentirebbero di dover fare.
L’Italia non è così diversa. Secondo una ricerca appena terminata, su 483 studenti degli ultimi anni di liceo sparsi tra Milano, Parma e Catania, il 54,35 per cento dei ragazzi intervistati prova «preoccupazione» riguardo al futuro, e il 23,48 addirittura una «forte angoscia».
Matteo Lancini, presidente di Agippsa, spiega: «Si comincia con l’iper investire sui figli, che sono spesso la cosa più importante della famiglia. Basti pensare a come sono cambiate le nostre amicizie: prima i nostri figli giocavano con i figli dei nostri amici, ora siamo noi a costruire le amicizie fin dall’asilo nido coi genitori dei compagni che loro preferiscono. Poi i più piccoli assorbono un’idea di successo e di narcisismo che li convince che è il benessere la cosa più importante».
E quando arriva l’adolescenza non c’è più il normale conflitto, la ribellione dei figli contro i genitori, ma semmai l’idea che il proprio fallimento sia vissuto con grande angoscia da papà e mamma, e il desiderio di accontentarli.
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Narcisismo e denatalità

…Se viene meno l’interesse del passato e quello del futuro, come anche una capacità effettiva di relazioni con l’altro e il diverso, una della prime conseguenze è l’appannarsi e lo scomparire della spinta a generare.
«È interessante osservare che il venir meno della propensione alla generatività costituisce proprio un aspetto tipico del narcisista. Egli, infatti, non sente il dovere di essere grato nei confronti di chi lo ha generato e, in quanto concentrato sul presente, non sente il bisogno di proiettarsi nel futuro tramite la prole» (Cesareo).
Nella cultura occidentale, ormai prevalente, «il legame monogamico in un breve lasso di tempo storico è diventato residuale, mentre si sono diffusi i legami in serie (le coppie ricostruite) e quelli delle coppie di fatto che, in nome dell’autodeterminazione, rifiutano il riconoscimento e la testimonianza sociale.
È però il divorzio a fare della cultura dell’Occidente un unicum; le varie culture lo riconoscono come possibilità, ma nessuna di esse ne conosce una simile diffusione, tanto che potremo parlare di epidemia sociale, o di “società del divorzio”» (Cigoli – Facchin).
Cresce l’angoscia e la paura per gli anni che avanzano, non a causa del culto della giovinezza, ma a causa del culto di sé.
Vi è indifferenza se non disprezzo «nei confronti degli anziani ormai incapaci di nascondere gli anni e la loro fragilità, come pure nei confronti delle generazioni future» (Belardinelli).
L’esercizio della sessualità (“fare sesso”) diventa espressione suprema dell’emancipazione e implode nella costatazione assai comune: «in fondo non succede nulla».
La denatalità non vista e non risolta in Europa non è solo un problema sociale, ma propriamente una tragedia simbolica, il segnale dell’incapacità di una concezione forte di storia, di un mito politico propulsivo, di un progetto capace di coinvolgere gli animi e le menti in un’impresa comune.
«Il risultato complessivo di questo deficit di elaborazione simbolica è sotto gli occhi di tutti: una tonalità piatta e grigia che ottunde tutte le distinzioni di valore, genera quella sfiducia, quel senso paralizzante di impotenza nei confronti del futuro, quella depressione, che definiscono la tonalità psico-affettiva dell’europeo-tipo contemporaneo» (Vaccarini).
Lorenzo Prezzi, Settimana, n.24 2014

Il divorzio facile

La Camera ha approvato ieri in via definitiva il pacchetto per lo smaltimento dell’arretrato delle cause civili. Tra le norme fa discutere quella del cosiddetto divorzio facile, che in assenza di figli può essere chiesto e ottenuto dai coniugi stessi recandosi semplicemente davanti al sindaco del proprio comune di appartenenza. Plaude il ministro della Giustizia Orlando, mentre le associazioni familiari esprimono preoccupazione…
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Il Sinodo visto da un ortodosso

Dall’intervista di Maria Chiara Biagioni al metropolita Hilarion di Volokolamsk, presidente del Dipartimento per le relazioni esterne del Patriarcato di Mosca, che partecipa come delegato fraterno al Sinodo.

Cosa ne pensa della questione dei divorziati risposati?
“È un’altra questione affrontata dai vescovi. Può una persona divorziata e risposata essere ammessa alla comunione? Qui abbiamo differenze tra la Chiesa cattolica e la Chiesa ortodossa. La Chiesa cattolica è più restrittiva di quanto non lo sia la Chiesa ortodossa. Abbiamo la stessa norma e affermiamo insieme che il matrimonio si fonda sulla fedeltà reciproca e non può essere dissolto. L’indissolubilità del matrimonio è il principio comune. Ma nella messa in pratica di questo principio, nella Chiesa ortodossa applichiamo il principio di ‘economia’ intesa come ‘accondiscendenza’ che si affianca al principio dell’applicazione stretta delle regole. Per noi ‘economia’ significa che, in alcuni casi, le regole possono essere applicate in modi differenti. Un esempio: se il matrimonio è di fatto dissolto perché i due sposi vivono in famiglie diverse, dobbiamo prendere in considerazione questo stato delle cose e su decisione del vescovo questo tipo di matrimonio può essere proclamato non più esistente con la possibilità di dare il permesso alla parte che non è stata colpevole al dissolvimento del matrimonio, di sposarsi per la seconda volta e, in casi eccezionali, anche per la terza volta”.
E qual è la vostra esperienza rispetto a queste seconde nozze?
“La nostra esperienza mostra che in ogni caso, laddove è possibile, è bene salvare il matrimonio e sempre insistiamo che il divorzio non è un’opzione per gli sposi. Ci possono tuttavia essere casi in cui il divorzio non solo è permesso ma anche necessario. Quando, per esempio, un marito è alcolizzato e laddove ci sono violenze sulla donna o sui bambini e la loro vita è in pericolo. Sfortunatamente ci troviamo di fronte a queste situazioni. Ed è meglio in questi casi procedere con il divorzio e permettere alla parte non colpevole di ricevere il permesso di sposarsi ancora”.
Agenzia SIR

A metà del cammino sinodale

Il mondo attuale sembra valorizzare una affettività senza limiti di cui si vogliono esplorare tutti i versanti, anche quelli più complessi. Di fatto, la questione della fragilità affettiva è di grande attualità: una affettività narcisistica, instabile e mutevole che non aiuta sempre i soggetti a raggiungere una maggiore maturità. In questo contesto, le coppie sono talvolta incerte, esitanti e faticano a trovare i modi per crescere. Molti sono quelli che tendono a restare negli stadi primari della vita emozionale e sessuale. La crisi della coppia destabilizza la famiglia e può arrivare attraverso le separazioni e i divorzi a produrre serie conseguenze sugli adulti, i figli e la società, indebolendo l’individuo e i legami sociali. Anche il calo demografico non solo determina una situazione in cui l’avvicendarsi delle generazioni non è più assicurato, ma rischia di condurre nel tempo a un impoverimento economico e a una perdita di speranza nell’avvenire.
In questo contesto la Chiesa avverte la necessità di dire una parola di speranza e di senso. Occorre muovere dalla convinzione che l’uomo viene da Dio e che, pertanto, una riflessione capace di riproporre le grandi domande sul significato dell’essere uomini, possa trovare un terreno fertile nelle attese più profonde dell’umanità. I grandi valori del matrimonio e della famiglia cristiana corrispondono alla ricerca che attraversa l’esistenza umana anche in un tempo segnato dall’individualismo e dall’edonismo. Occorre accogliere le persone con la loro esistenza concreta, saperne sostenere la ricerca, incoraggiare il desiderio di Dio e la volontà di sentirsi pienamente parte della Chiesa anche di chi ha sperimentato il fallimento o si trova nelle situazioni più disparate. Questo esige che la dottrina della fede, da far conoscere sempre di più nei suoi contenuti fondamentali, vada proposta insieme alla misericordia.
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