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Volete il matrimonio? Tenetevelo!

Faccio una proposta: separiamoci tutti. Se lo Stato dovesse dare una valenza pubblica alle unioni di persone dello stesso sesso, se addirittura dovesse passare il ddl Cirinnà, che non solo dà un riconoscimento alle convivenze di persone indipendentemente dal sesso, ma le equipara in tutto tranne che nel nome al matrimonio, ritengo che noi che investiamo nella famiglia ci dovremmo separare civilmente. Tanto, adesso, col divorzio breve è un attimo, si fa prima a rompere un matrimonio che a cambiare gestore telefonico. Se la Cirinnà dovesse diventare una legge il matrimonio non sarebbe più il riconoscimento pubblico di qualcosa che costruisce un beneficio comune – cioè essere disposti a mettere al mondo persone e a farsene carico in modo stabile fino a quando loro a loro volta non saranno in grado di provvedere a sé e alla società – ma sarebbe solo un sigillo su un sentimento. Io e mio marito siamo d’accordo (per la precisione, l’idea è sua): per i sentimenti non abbiamo bisogno dello Stato. È una cosa che ci vediamo tra noi. Più profondamente tra noi e Dio. Quel tipo di sigillo sulla nostra unione non ci interessa, anzi ci sembra un’intollerabile intromissione dello Stato nella nostra sfera privatissima e inviolabile. Volete il matrimonio? Tenetevelo.
Costanza Miriano
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Divorzio breve: nessun problema?

Il divorzio breve è solo una legge che prende atto di come oggi la maggior parte di noi italiani, ma più in generale di noi occidentali, concepisce il matrimonio e la famiglia: come un qualcosa che si può mettere insieme e disfare anche nel giro di un anno, pur con dei figli di mezzo magari, tanto la legge dice che è giusto così…
Ma siamo sicuri, che con questa legge non abbiamo perso qualcosa?
Ad esempio l’idea che c’è pure una bellezza nello stare insieme nonostante le difficoltà che la vita inevitabilmente presenta. L’idea dunque che fare una famiglia è anche – pure qui l’anche è sottolineato – una storia di fatica, di sacrifici da compiere, di gesti e parole da perdonare, di rinunce, perfino di sopportazioni. Non è questione di chiedere l’eroismo. È questione di discernere fra il matrimonio-martirio, che nessuno vuole, e il matrimonio banalizzato, il matrimonio che si sta insieme finché si prova quello che si prova nei romanzi di Moccia, in un’eterna adolescenza. Chiunque si innamora prova il desiderio che quel che sta provando non finisca mai: e certo non si può esigere l’eternità dell’amore per legge, ma il «ti amo» dei tempi nostri, cioè a tempo determinato, magari a tutele crescenti, beh insomma, forse un po’ di fascino l’ha perso. Non si vuole ovviamente giudicare nessuno, solo constatare che oggi molto spesso ci si lascia alla prima difficoltà.
Il divorzio breve, se guardato un po’ più in profondità, è la spia di come siamo cambiati di fronte appunto a termini come fatica, sacrificio, rinunce, perdono, responsabilità, fedeltà a un impegno preso e a una parola data. Tutte cose che abbiamo smarrito non solo riguardo al matrimonio.
Michele Brambilla, La Stampa, 23 aprile 2014
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IL DIVORZIO È DA PREVENIRE

Novantamila coppie che si separano in un anno (insieme a oltre 50mila coppie che divorziano), rispetto ad un numero di matrimoni in costante calo (di poco superiori ai 200mila) confermano lo stato di fragilità delle relazioni di coppia…
Questa perdurante fragilità del legame di coppia dovrebbe preoccupare molto di quanto non succeda oggi i servizi socio-sanitari, ed esige, dal nostro punto di vista, maggior sostegno e interventi preventivi…
Ed invece a questa emergenza di stabilità sociale lo Stato sembra capace di rispondere unicamente sciogliendo qualche nodo burocratico e tagliando i tempi di attesa per arrivare al divorzio…
Occorre invece tentare di prevenire la separazione, non limitarsi a curare le sue conseguenze! Missione possibile, visto che laddove alcuni soggetti (soprattutto in ambito ecclesiale come nei percorsi di Retrouvaille o nei progetti della Casa della Tenerezza di Perugia, dove la percentuale di coppie che evitano la separazione, quando accompagnate, è tra il 60 e il 70%) hanno tentato di sostenere le coppie in crisi, i risultati sono significativamente positivi: nella maggioranza dei casi si riesce a superare la crisi, proteggendo così la continuità del progetto di coppia e di famiglia, oppure si introducono elementi di attenuazione dei conflitti che sono più efficaci della “mediazione ex post”. Ad esempio ipotizzando, per i figli, la costruzione di un “progetto educativo” esplicito e formalizzato, da condividere e sottoscrivere da parte di entrambi i partner, prima della vita da separati o della esasperazione del conflitto.
Come Forum delle associazioni familiari più che discutere sui tempi abbiamo chiesto di riempire di contenuti questo tempo con servizi di mediazione…
Quello che ci interessa è un sistema sociale che non lasci la coppia da sola davanti alle sue fragilità: sola, che non vuol dire più libera, ma vuol dire abbandonata a se stessa.
Francesco Belletti
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Il diritto di dissentire

C’è un diritto a dissentire che dovrebbe essere garantito a tutti sempre e comunque, a prescindere. Mai come in questo momento, nella vita pubblica italiana, dovrebbe valere il motto di Voltaire: “Non condivido la tua idea, ma darei la vita perché tu la possa esprimere”. Affermazione di una laicità tanto rigorosa quanto impegnativa. E da applicare con determinazione e onestà intellettuale al dibattito sulle unioni civili per le coppie omosessuali.
Di un libero dibattito pubblico in realtà non c’è traccia. Nulla di simile a quanto avviene, ad esempio in Francia, dove il pluralismo viene garantito dalla convocazione degli “états généraux” su temi specifici. Occasione per tutti (compresi i mondi “religiosi”) di poter esprimere una posizione pubblica, anche minoritaria, ma con il rispetto che è dovuto a tutti i cittadini.
Purtroppo in Italia, è già capitato nel caso del divorzio breve, si decide senza un preventivo dibattito pubblico: il Parlamento ha ratificato un punto di vista, quello degli avvocati matrimonialisti, senza alcuna valutazione dei costi sociali e relazionali della nuova disciplina. Compito questo del Parlamento che ha pensato bene di arrendersi al politicamente corretto. Con la prevalenza, neanche troppo nascosta, di una logica lobbystica.
Il rischio che si palesa in queste ore, mancando un dibattito pubblico adeguato (se non vogliamo far assurgere “Porta a Porta” a sede privilegiata del confronto) e un ascolto di tutte le realtà sociali coinvolte, è che ancora una volta si finisca per ratificare le scelte indicate dalle lobby. Magari accusando di “omofobia” ogni pur minima riserva o obiezione, fosse anche di sola natura economica (vedi i paventati costi pensionistici).
Poiché nessuno, lo ribadiamo nessuno, intende sollevare in questa sede un dibattito di natura moraleggiante, sarà laicamente consentito discernere, analizzare, distinguere e obiettare. E non solo condividere, plaudire, assecondare, approvare, sottoscrivere. Ne va della qualità della democrazia reale.
Agenzia SIR, Prima pagina, 18 giugno 2014