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Diritti e doveri


Mezza Italia rimpiange Sergio Marchionne e mezza Italia no, e si direbbe che chi lo rimpiange vorrebbe essere come lui, e chi non lo rimpiange ha spavento di quello che è stato.
Qualcuno lo rimpiange perché era un abruzzese con origini istriane, cresciuto in Canada, passato alla Svizzera, tornato in Italia per salvare la Fiat togliendole i vincoli dei confini, come li aveva tolti a sé. Altri non lo rimpiangono perché le frontiere e la lingua materna sono la sicurezza ideale che sfugge di mano.
Qualcuno lo rimpiange perché veniva da una famiglia umile ed è diventato un gigante con fatica, testa e forza di volontà. Altri non lo rimpiangono perché si sentono defraudati dalla vita – e dai potenti – e chiedono che gli sia restituito il maltolto.
Qualcuno lo rimpiange perché credeva nei diritti ma soprattutto nei doveri, siccome compiere il proprio dovere è il modo di garantire un diritto a chi ti sta di fronte. Altri non lo rimpiangono perché è un loro diritto aspettare che chi gli sta di fronte abbia compiuto il proprio dovere (1).
Qualcuno lo rimpiange perché sosteneva che bisogna gettarsi nella mischia, assaporare il rischio, vedere nell’opportunità non la minaccia del fallimento, ma l’unico modo di sfuggirgli. Altri non lo rimpiangono perché il rischio mette in discussione la certezza, che gli basta.
Qualcuno lo rimpiange perché sapeva che si sbaglia ogni giorno, e se ne devono pagare le conseguenze. Altri non lo rimpiangono perché ritengono di pagare le conseguenze di sbagli altrui.
Qualcuno lo rimpiange perché ha cercato di cambiare qualcosa. Altri non lo rimpiangono perché tanto non cambia mai niente.

Mattia Feltri, La Stampa 27 luglio 2018
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(1) Vedi GF98: L’epoca delle pretese

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La vita buona


La società è antecedente all’individuo, come l’unità del corpo è antecedente alle membra che lo compongono: perciò il bene di ciascuno abbisogna del bene comune che lo precede e che gli consente di definirsi.
Oggi vediamo dominante la concezione utilitaristica della società e pensiamo che l’organizzazione della città debba garantire ai suoi membri i diritti individuali, ma in questo modo riduciamo l’interesse generale alla semplice somma degli interessi individuali e tralasciamo il bene comune.
È proprio vero che l’economia è il fondamento della società e che l’utile ne è la sola ragion d’essere? È proprio vero che ciascuno debba perseguire il proprio interesse e che nessuno possa intervenire a disturbare il gioco? La vita buona riguarda solo la vita degli individui oppure i diritti individuali devono essere contemperati con i diritti degli altri, nella ricerca del bene comune?
Ecco perché la vita buona non può essere dettata solo dall’economia e dalla capacità di consumo.
Enzo Bianchi. Tratto da: Jesus 
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Il numero di giugno 2018 della rivista Gruppi Famiglia è on-line.
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Diritti e doveri


Condivido la considerazione che i diritti di tutti, a prescindere dalla categoria sociale di appartenenza, costituiscono la base di una comunità civile. Ma oggi viviamo in un’epoca in cui si parla sempre e solo di diritti.
Il diritto al posto fisso, al salario garantito, al lavoro sotto casa; il diritto a urlare e a sfilare; il diritto a pretendere. Lasciatemi dire che i diritti sono sacrosanti e vanno tutelati.
Se però continuiamo a vivere di soli diritti, di diritti moriremo. Perché questa “evoluzione della specie” crea una generazione molto più debole di quella precedente, senza il coraggio di lottare, ma con la speranza che qualcun altro faccia qualcosa. Una specie di attendismo che è perverso ed è involutivo. Per questo credo che dobbiamo tornare a un sano senso del dovere, consapevoli che per avere bisogna anche dare.
Bisogna riscoprire il senso e la dignità dell’impegno, il valore del contributo che ognuno può dare al processo di costruzione, dell’oggi e soprattutto del domani.
Sergio Marchionne
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Diritti e doveri


«Perché parlare dei Doveri di ognuno di noi prima di parlare dei nostri Diritti? Perché parlare di sacrifici, di moralità, di educazione, e non di beni materiali e di successo?», si chiede Mazzini a cui dobbiamo l’idea stessa dell’Unità nazionale, per rispondersi così: «Solo attraverso l’educazione al Dovere si può arrivare a comprendere che lo scopo della vita è di rendere se stessi e gli altri migliori, combattere l’ingiustizia a beneficio dei fratelli non è soltanto esercitare un Diritto ma un Dovere».
Quest’idea del senso del dovere come base dello Stato nazionale nasce dalla convinzione che essere cittadini comporti responsabilità verso il prossimo, ed essere degli eletti o governanti ha obblighi maggiori. Si tratta di principi di cocente attualità. Ad esempio dovere dei cittadini è impegnarsi per il corretto ed efficiente funzionamento dell’Amministrazione pubblica e ciò comporta per chi governa e rappresenta l’interesse generale correggerne le debolezze: dalla burocrazia alla corruzione fino al debito.
Ma ciò che, in ultima istanza, costituisce il dovere più alto è il rispetto per lo Stato in quanto appartiene a tutti. Da qui il monito che Mazzini include nello stesso scritto: «È opportuno diffidare quando udite dagli uomini che predicano un cambiamento sociale che lo fanno (solo) per accrescere i vostri diritti». Perché chi tace sui doveri non ama la propria nazione.
Maurizio Molinari, La Stampa, 21 luglio 2018
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L’epoca delle pretese


Il numero di giugno della rivista Gruppi Famiglia è andato in stampa. Mi auguro che lo possiate ricevere entro fine giugno.
Se non avete mai avuto modo di apprezzarla, fatemi avere tramite formazionefamiglia@libero.it  il vostro indirizzo postale e ve la spedirò.
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Norberto Bobbio, analizzando il Settecento, sosteneva che in quel tempo era avvenuta una svolta epocale di civiltà. Si era passati dai doveri ai diritti, dall’obbligo alla libertà.
Naturalmente, ci si potrebbe chiedere dove nascessero quegli obblighi, e si dovrebbe rispondere che c’erano dei valori a sostenere il comando. Proprio perché tu lo stimi, il valore diventa cogente, obbligatorio.
Ci si potrebbe ancora naturalmente chiedere che cosa si comandasse nel passato, ma altrettanto che cosa si comandi oggi; perché, paradossalmente, anche la libertà è diventata un comando. Quali sono i cogenti comandi della libertà, i cogenti comandi dei diritti?
Più interessante invece è tener conto di un’osservazione fatta dal sociologo delle religioni Bryan Wilson: noi vivremmo ancora di rendita dell’accumulo di capacità di sacrificio e dedizione creati dalla società del passato, la società dell’obbligo.
È alla civiltà dell’obbligo che dobbiamo ancora il deposito a cui attingiamo, mentre noi oggi non saremmo più in grado di costruire un deposito di valori sufficienti a reggere i costi del vivere in società. Dal che scaturisce in Bryan Wilson una domanda in lui persino angosciante: quando sarà finito il deposito accumulato dalla civiltà dei doveri dove attingeremo noi?
Ermes Segatti

Lavoretti

Il lavoro “nutriente” capace di sostenere e far progredire nella società diventa sempre più difficile da trovare e aumenta sempre di più la quantità di lavoro malpagato, precario, frammentato, anonimo.
Il capitalismo delle piattaforme interpella la dicotomia presente/futuro anche da un altro punto di vista. Con paghe misere e diritti all’osso impoverisce i lavoratori oggi, compromettendone la capacità di spesa e la solidità esistenziale. Ma mette a repentaglio anche il loro domani perché, in assenza di contributi versati e in presenza di un sistema per minimizzare le tasse che non ha precedenti, spinge lo stato sociale verso un punto di rottura. Chi pagherà per le cure di cui avranno bisogno da vecchi visto che i loro datori di lavoro, che mettono mano alla pistola se solo provi a chiamarli così, avranno versato un’inezia di tasse e perlopiù altrove? La gig economy presuppone una perma-giovinezza, l’energia inesausta di accettare una corsa dopo l’altra e non essere nemmeno sfiorati dal sospetto che un giorno quei ritmi presenteranno il conto. Significa affrontare ogni lavoro come se fosse l’ultimo. Come se non ci fosse un domani, che da metafora rischia di diventare cronaca.
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Corruzione: che faresti?

Se assistesse o fosse destinatario di un tentativo di corruzione, pensa che lo denuncerebbe alle forze dell’ordine?
Risposte di un campione rappresentativo dei cittadini italiani tra 18 e 40 anni:
Ricerca curata dall’Istituto Demopolis per Riparte il futuro.
Al di là dei numeri, il 75% degli under 40 italiani valuta la lotta alla corruzione come impegno fondamentale per il futuro del Paese ma, nello stesso tempo, ritiene che in Italia non esistano strumenti efficaci per contrastare e ridurre la corruzione. Ed è netta, nella percezione dell’opinione pubblica, l’esigenza di nuove leggi, che incidano soprattutto su certezza della pena e trasparenza.
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Ne parleremo su una dei prossimi numeri della rivista Gruppi Famiglia