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Democrazia in crisi


La crisi finanziaria e la recessione mondiale che ne è seguita sono il risultato di un modello di crescita non più sostenibile. Il processo di globalizzazione – seppure positivo in quanto ha consentito a vaste aree del mondo di uscire da condizioni di povertà e sottosviluppo – è stato caratterizzato da un aumento delle disuguaglianze e dal progressivo depauperamento delle risorse energetiche e ambientali, mettendo così a rischio l’equilibrio sociale ed ecologico del pianeta nel medio e lungo periodo.
La fase storica che stiamo attraversando evidenzia la contemporaneità di quattro fenomeni di crisi tra loro profonda mente interconnessi: economico-finanziaria, energetica, ambientale ed alimentare. Alla base della crisi attuale c’è l’inversione che si è determinata, negli ultimi decenni, nel rapporto tra mezzi e fini dell’attività economica, con l’affermarsi e il prevalere della finanza. Il pensiero economico e politico dominante – una sorta di “pensiero unico” – ha fatto sì che si determinasse una scissione tra interesse individuale e benessere collettivo, tra individuo e società.
L’obiettivo prioritario era diventato la crescita e l’arricchimento personale, al di fuori di ogni parametro di responsabilità e trasparenza. Al tempo stesso, si è diffusa la filosofia dell’individualismo assoluto presso strati sempre più ampi della popolazione, con il risultato che è diventato anche un individualismo di massa, cosa chiaramente contraddittoria in se stessa e foriera di continue, inevitabili tensioni.
Inoltre, in questa fase, che può essere letta anche come “crisi democratica”, sono stati messi in discussione i principi sui quali si esercita il diritto di rappresentanza e di tutela degli interessi delle persone. Veniamo, infatti, da una stagione di dura disintermediazione che si è manifestata come una tossina per una società come la nostra, rompendo legami già deboli, spezzando ponti e isolando le istituzioni in una vuota astrattezza politica…
Carlo Costalli
Presidente Movimento Cristiano Lavoratori
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Foto di apertura: L’andamento del PIL. Fonte: Il sole 24 ore

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Come manipolare la gente


La gente non vuole la guerra. Perché mai un contadino dovrebbe rischiare la vita in guerra quando il massimo che ne può ottenere è tornare alla sua fattoria tutto intero? […] Ma, dopo tutto, sono i capi della nazione a determinarne la politica, ed è sempre piuttosto semplice trascinare la gente dove si vuole, sia all’interno di una democrazia, sia in una dittatura fascista o in un parlamento o in una dittatura comunista. […] La gente può sempre essere condotta ad ubbidire ai capi. È facile. Si deve solo dirgli che sono attaccati e accusare i pacifisti di mancanza di patriottismo e di esporre il Paese al pericolo. Funziona allo stesso modo in qualunque Paese.
Hermann Göring

Democrazia e giustizia economica

L’economia globalizzata è una macchina potentissima ma fragile e instabile: è questo uno dei messaggi che la crisi che stiamo attraversando ci sta dicendo.
In particolare l’economia globalizzata crea enormi opportunità di ricchezza, ma produce anche nuovi costi, tra cui una radicale incertezza dei sistemi finanziari, e squilibri sociali più forti.
Spesso le conseguenze delle crisi le pagano settori sociali diversi da quelli che la procurano, e normalmente molto più poveri…
E’ mia convinzione che nel mondo sta maturando una crescente intolleranza nei confronti della diseguaglianza, all’interno dei singoli Paesi e tra Paesi, come se l’uomo post-moderno, informato e globale, dopo la democrazia politica oggi inizi seriamente a richiedere anche la democrazia economica, e sembra essersi accorto, con fatica e con ritardo, che la democrazia economica è parte essenziale della democrazia politica.
Infatti il mercato, essendo un ambito della vita in comune retto dalla regola aurea del mutuo vantaggio, non riesce ad assicurare la giustizia distributiva, anzi, in certo senso, se non è accompagnato da altri principi e istituzioni co-essenziali, nel tempo il mercato tende ad aumentare le diseguaglianze.
Il messaggio è semplice e chiaro: l’impresa deve essere innanzitutto uno strumento e un luogo di inclusione e di comunione, che mentre produce ricchezza si occupa anche di redistribuirla, e quindi di giustizia.
Luigino Bruni
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Di questo e di tanto altro parleremo nel numero di settembre della rivista Gruppi Famiglia dedicata a “Un mondo migliore”.

Il populismo: il risultato della curva J


Il problema di fondo per le democrazie liberali di mercato – la definizione probabilmente più precisa che dovremmo sempre utilizzare – è quello delle aspettative crescenti che hanno caratterizzato le generazioni nate dopo la seconda guerra mondiale.
Aspettative sia economiche che socioculturali, che hanno portato a una sorta di edonismo diffuso e poi a un vero shock collettivo di fronte al calo delle previsioni di crescita.
La cosiddetta “curva J”, teorizzata da James Davies alla fine degli anni Sessanta, descrive proprio il momento di massimo rischio per la stabilità politica delle democrazie quando, in società già “affluenti”, le promesse (esplicite o immaginate) non vengono mantenute.
Siamo, perlomeno dal 2008 in poi, in una fase di questo tipo.
In modo parallelo, è crollata la fiducia nelle istituzioni democratiche come strumenti di giustizia sociale, causando una sorta di svuotamento della demo­crazia moderna: come ha scritto ad esempio Zygmunt Bauman, abbiamo assistito al divorzio tra potere e politica, per cui il potere “reale” sembra essere migrato altrove, verso organizzazioni e figure non rappresentative e fuori controllo.
Roberto Menotti, Marta Dassù, Aspenia 80, 2018

L’epoca delle pretese


Che senso ha ragionare su un futuro di cui non ci sentiamo parte in causa? Il nuovo secolo – difficile negarlo – è iniziato nel segno di una sottrazione di sovranità a danno di quasi tutti noi, sottrazione in termini economici, politici, sociali, col conseguente indebolimento di quella partecipazione che ci eravamo abituati a credere determinante per il gioco democratico. Ci sentiamo marginali, tagliati fuori dalle decisioni importanti, in certi casi perfino da quelle legate alla nostra vita privata, anch’essa (questa l’insidiosa sensazione) messa a servizio di un’operazione condotta a vantaggio di qualcun altro. Ma è davvero così?
In un mondo che rischia di tornare a innamorarsi dello stato di natura (l’estensione del dominio della lotta non è altro) il futuro sembra sorridere ai violenti, alle canaglie, ai privilegiati. Ma il futuro sorride in modo sempre assai enigmatico. Il futuro non è scritto, non lo è mai stato. Il futuro è di chi riesce a immaginarlo, e poi si mette all’opera per realizzare ciò che sul piano di realtà accadrà in maniera diversa da ciò che perfino i più capaci e i meglio intenzionati si erano prefigurati: il mondo è abbastanza complesso da rendere possibile ogni volta il cambiamento, ma sufficientemente folle da assumere forme imprevedibili per chiunque.
Nicola Lagioia
direttore del Salone intenzionale del Libro di Torino
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Il numero di giugno della rivista Gruppi Famiglia è in fase di spedizione. Mi auguro che lo possiate ricevere entro fine mese.
Se non avete mai avuto modo di apprezzarla, fatemi avere tramite formazionefamiglia@libero.it  il vostro indirizzo postale e ve la spedirò.

Chi comanda

All’inizio si pensò che il male fosse economico. Era politico invece: altro che colpa dei mercati.
Unico grande colpevole: “il sistema politico nelle periferie Sud, definito dalle esperienze dittatoriali e da Costituzioni colme di diritti fabbricare da forze socialiste”.
Ecco lo scatto che compie la storia: una crisi generata dall’asservimento della politica a poteri finanziari senza legge viene ri-raccontara come crisi di democrazie appesantite dai diritti sociali e civili.
Senza pudore, JPMorgan sale sul pulpito e riscrive le biografie, compresa la propria, consigliando alle democrazie di darsi come bussola non più Magne Carte, ma statuti bancari e duci forti.
Barbara Spinelli, II giudizio universale di JP Morgan, Repubblica 26 giugno 2013

 

Votare con il portafoglio

In questo tempo di crisi e di crescita delle povertà, chi lavora nell’ambito della solidarietà, come la Caritas, “non può limitarsi a curare le ferite dei vinti” ma deve “fornire soluzioni e dare speranze concrete”. Rendersi cioè conto che “l’economia siamo noi”, e usare “il nostro potere in senso positivo e costruttivo”. È il parere di Leonardo Becchetti, docente di economia all’Università di Tor Vergata a Roma, che ha parlato oggi pomeriggio ai 600 delegati di 220 Caritas diocesane riunite fino al 18 aprile a Montesilvano (Pescara) per il 36° convegno nazionale.
…“Serve un lavoro per ‘popolarizzare’ la finanza, unito a campagne per la riforma della finanza. ‘Popolarizzare’ la finanza significa aiutare la gente a parlare di cose che capisce. Quello che conta, da un punto di vista economico, non sono tanto i costi della politica quanto il fatto che una crisi finanziaria molto grave ha prodotto danni enormi a livello mondiale e nazionale. Bisogna rendere popolari questi temi. La gente deve capire, ad esempio, perché è importante separare le banche commerciali dalle banche d’affari, ecc. Poi abbiamo bisogno di un’Europa più coraggiosa, più solidale, che abbandoni l’ossessione del rigore (che non fa ripartire l’economia). E di molta più azione dal basso. I cittadini devono diventare protagonisti dell’economia attraverso il cosiddetto ‘voto con il portafoglio’, perché la democrazia non è solo voto politico ma voto economico. Dobbiamo renderci conto che l’economia siamo noi. Abbiamo un potere enorme e dobbiamo usarlo in senso positivo e costruttivo. Dobbiamo votare per le aziende che sono all’avanguardia nel creare valore economico sostenibile a livello ambientale e sociale. E aumentare la consapevolezza dei cittadini”…
Agenzia SIR, martedì 16 aprile 2013, intervista di Patrizia Caiffa
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