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La coscienza del male


A detta della psicanalista francese Catherine Ternynck la rimozione della coscienza del male è una delle cause di maggior sofferenza della psiche contemporanea.
Nell’Uomo di sabbia Ternynck riporta le parole di una sua giovane paziente, in terapia dopo un aborto volontario: «Sono in analisi perché mi sento colpevole, non del mio gesto in sé, ma piuttosto colpevole di sentirmi colpevole: il gesto era legale. Lo desideravo e non lo rimetto in discussione. Da dove viene allora questa cattiva coscienza che non mi abbandona più? Cosa devo fare?».
Molti pazienti, come questa donna, le chiedono di eliminare la coscienza della moralità delle proprie azioni, per questo l’autrice descrive l’uomo contemporaneo come uomo «de-moralizzato», triste perché privo di un pensiero morale, una coscienza del bene e del male: se il «gesto è legale» come è possibile che mi senta in colpa? Se tutti fanno questa cosa perché io ne ho rimorso? L’uomo de-moralizzato vuole una coscienza levigata, senza ferite.
Alessandro D’Avenia, Corsera 20 maggio 2019
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L’ Amore o l’amore?


Immaginate di far naufragio, domandatevi se sapete che oggetto salverebbe la persona che amate? Quale ricordo della sua vita vorrebbe ascoltare? Quali sono la sua ferita e la sua gioia più grandi? Per cosa dovreste soprattutto chiedere perdono o dire grazie? In cosa è diventato migliore o peggiore grazie a voi? Scrivete le risposte e mettetele dentro la Scatola della reciprocità: leggetevele ad alta voce, in un a tu per tu calmo, senza distrazioni. Allora sarà evidente che amare non è una reazione, ma un’ azione: è il legame a fare l’ amore e non l’ amore a fare il legame.
L’Amore affonda come il Titanic, che colò a picco proprio per la sua pretesa invincibilità, l’ eccesso dei sistemi di sicurezza aveva reso l’ equipaggio superficiale nel controllo della rotta di navigazione: non videro o non «vollero» vedere l’ iceberg che spezzò il cuore alla nave. Solo l’ amore con la minuscola – quotidiano, faticoso, bellissimo, difficile, creativo, stanco, sorridente, aperto alla vita – è una nave guidata da due capitani attenti l’ uno all’altro, senza paura dell’ alto mare e delle sue sorprese, una nave che arriva in porto perché è in porto ovunque.
Alessandro D’Avenia, Corsera, 4 marzo 2019

Genitori e figli: ci conosciamo davvero?


Alcune famiglie al completo, nonni compresi, sono sedute ciascuna attorno a una bella tavola natalizia. Una voce fuori campo pone delle domande ai singoli componenti. Chi risponde correttamente rimane, se sbaglia esce dal gioco. Quale famiglia vincerà? I primi giri di domande, mirate sull’età e gli interessi di ciascuno, vedono trionfare tutti: come si chiama l’eroe di Game of Thrones? Dove sono andati in vacanza Ferragni e Fedez per Natale? Quanti goal ha segnato Ronaldo in questo campionato? Dove si sposerà Lady Gaga?
Ma a un tratto le domande cambiano. Quale è il gruppo preferito di tuo figlio? Dove si sono conosciuti papà e mamma? Dove sono andati in viaggio di nozze? Dove lavora la mamma? Di che cosa si occupa esattamente papà? Che cosa faceva il nonno prima della pensione? Qual è la canzone preferita di tua figlia? Il libro preferito di tua sorella? Il sogno di tuo fratello? Perché papà e mamma ti hanno chiamato così?
A queste domande, apparentemente più semplici, i componenti della famiglia danno risposte sbagliate o non sanno rispondere. I tavoli si svuotano. Ho rielaborato una pubblicità che mostra, amaramente, che sappiamo tutto di persone lontane e niente di chi ci sta accanto. Preferiamo le infinite e immaginarie emozioni delle relazioni virtuali alla gioia faticosa di quelle reali. Perché passiamo, in media, 24 ore a settimana con il telefono in mano e gli occhi sullo schermo e non abbiamo il tempo per parlare faccia a faccia o mano nella mano?
Alessandro D’Avenia
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L’amore narcisistico e cinico


Gli adolescenti, educati dalla rete più che dai genitori, vivono l’amore come prestazione di un io debole e bisognoso di valere qualcosa, a colpi di emozioni e di mi piace.
L’acclamato La la Land, seducente in canzoni e attori, è il film del narcisismo
relazionale, impasto perfetto di favola e cinismo. Nessuno dei due protagonisti
rinuncia a nulla, usa l’altro come doping per la propria «prestazione esistenziale».
Quello che resta nel finale è la malinconia del «sarebbe stato bello se avessimo scelto noi», ma la promessa di felicità del noi è solo un’ipotesi dell’irrealtà per l’ego.
Emblematico il dialogo nel parco dell’Osservatorio, dove i due, all’inizio, avevano inaugurato il sogno romantico volando tra le stelle: «Dove siamo noi due?», chiede lei riferendosi alla loro crisi, e lui: «Nel parco». Ridono, ma la risposta è perfetta: c’è solo l’istante, nessun progetto o scelta. Il dialogo continua tra un «tu devi mettere tutta te stessa nel tuo sogno» e un «io devo andare avanti nel mio piano». E il noi? Il noi non rientra nel sogno o nel piano. L’altro è servito ora a dopare l’ego emotivo (mi fai stare bene), ora da ultrà per quello carrieristico (fai il tifo per me).
Alessandro D’Avenia
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