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Erotica o materna?


Nelle diverse e complesse vicissitudini della vita, ogni donna è alla ricerca del proprio femminile, e in lei le due anime dell’erotico e del materno cercano voce per esprimersi e per equilibrarsi. Ma è una sfida davvero difficile, anche perché il contesto culturale spinge il femminile nell’una o nell’altra direzione, senza comprendere il valore imprescindibile di entrambe. Essere madre in
modo soddisfacente e realizzarsi in modo pieno nella professione continuano ad apparire troppo spesso progetti contrapposti e inconciliabili, oppure vengono giustapposti con molta fatica e senza equilibrio: noi tutte ci chiediamo come fare, e sacrifichiamo ora l’una ora l’altra parte di noi senza trovare davvero pace.
Mariolina Ceriotti Migliarese, Avvenire 11 aprile 2019
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I giovani e la scuola


Negli ultimi tempi, noi stessi abbiamo mancato di rigore e di slancio, in contrasto con la grande tradizione europea, e anche italiana, di insegnanti cristiani di personalità solida, passione educativa e competenza impeccabile. La scuola è l’unico segmento istituzionale di iniziazione ad un umanesimo condiviso che sia rimasto. Tutto il resto è “fai da te”, peer group, media-video. È un nodo strategico e i ragazzi, sfiduciati e sfilacciati come sono, si aspettano moltissimo: non appena compare un insegnante come si deve, la polarizzazione è altissima, imprevedibile, commovente. […] Nella scuola dobbiamo mandarci i migliori che abbiamo: non venditori o rappresentanti di immaginette e slogan, ma gente che domina il sapere e ha passione per servire lo spirito. E dobbiamo sostenere questi. E sostenere questo. Non sono la predichetta furba o il giovanilismo mistico che fanno la differenza. Un insegnante, di qualsiasi disciplina, ti può cambiare la vita spiegandoti il corso di un fiume. Non è l’apologetica della religione, il punto. È l’apologetica del sapere, del pensare, del lavoro della mente e del coinvolgimento delle passioni dello spirito che ti cambia la vita. I ragazzi lo sanno, infallibilmente, per istinto. Gli adulti ci credono poco. E al fatto che possa accadere ai ragazzi, non credono per niente. Questo li indebolisce: la parte pavida e parassita dell’adolescenza è incoraggiata a prendere il sopravvento. I ragazzi, aizzati dagli adulti all’opportunismo più redditizio possibile, cedono ad essa. Ma ci disprezzano per questo».
P. SEQUERI, Intorno a Dio. Intervista di Isabella Guanzini, La Scuola, Brescia 2010, 26-27.
Fonte: http://www.notedipastoralegiovanile.it/index.php?option=com_content&view=article&id=14084:il-sinodo-i-giovani-la-scuola&catid=499:npg-annata2018&Itemid=209

Al centro la famiglia

Le sfide che ci lancia la cultura attuale sono cruciali per i destini di quella che noi e definiamo come “famiglia”, sfide quindi che non possiamo certamente ignorare. Non possiamo infatti, di fronte alle provocazioni che ci giungono dalla società, assumere una visione complottista, ritenendo queste sfide una “macchinazione” contro una famiglia cosiddetta “tradizionale”. Un simile atteggiamento è errato: teorizzare un ritorno alla (mitica) famiglia tradizionale è un’operazione storicamente scorretta e perdente, che può essere facilmente smentita e messa in crisi.
La famiglia in realtà, in tutte le epoche, ha sempre cambiato le sue forme, in una parola la sua pelle, pur mantenendo il suo valore di entità imprescindibile per la crescita e l’umanizzazione delle persone.
Ecco perché soffermarsi sulla forma assunta dalla famiglia in un determinato periodo storico come se fosse l’unica vera e possibile significa in realtà svuotarla del suo significato più profondo, quello di “universale culturale”, con il risultato di non riconoscere le caratteristiche che la rendono tale e ci consentono di distinguerla da ciò che famiglia non è.
Questo non significa evitare la (doverosa) critica agli stereotipi della cultura odierna, con i quali il confronto dialettico può e deve essere serrato.
Piero Boffi, Centro Internazionale Studi Famiglia
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Fatti “alternativi”

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Viene meno, nella cultura debole e veloce del nostro tempo, l’impegno a verificare le fonti delle notizie e a garantirsi dalla menzogna o da una non piena verità, con quella capacità critica propria dell’uomo adulto maturo.
Spesso ci si trova impotenti di fronte al diffondersi di notizie e servizi, che accentuano in modo unilaterale scampoli di opinioni, che vengono assunti come assoluti e propagandati come dogmi.
Per non parlare delle campagne orchestrate ad arte, per cui ci sono filoni di articoli e di messaggi, che, in vario modo, vengono offerti da tutti i mass media e che insistono a lungo per confer-mare tesi precostituite.
E poco importa se si rivelano fasulle o non del tutto vere: ormai sono diventate di dominio comune e non si può più facilmente modificarle o smentirle. È qui che ci serve un’etica forte e condivisa: per non limitarsi all’opinione prevalente, ai dati dei sondaggi. E per ancorarsi a un quadro di valori condivisi, che minimali non sono: il senso dello Stato, del servizio pubblico, delle istituzioni.
Districarsi dentro un mondo del genere non è facile per chi, da cristiano, desideri rimanere fedele al detto di Gesù: «Il vostro parlare (scrivere, filmare e trasmettere) sia “sì, sì”, “no, no”; il di più viene dal Maligno» (Mt 5,37).
+ Cesare Nosiglia, arcivescovo di Torino
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Chiesa e gender senza pregiudizi

Le tendenze ecclesiali [sul tema del gender] oscillano tra due impostazioni.
Da un lato, si configura un rifiuto radicale e fortemente critico soprattutto delle teorizzazioni ideologiche riguardo al gender, considerate come una «strategia abilmente orchestrata tramite la manipolazione del linguaggio e la forte pressione di potenti lobbies negli organismi politici internazionali», destinate a camuffare un’antropologia “s-corporata”, affidata all’assoluta libertà individuale e tesa a screditare sessualità, matrimonio e famiglia nella loro tipologia strutturale classica. D’altro lato, c’è però anche il tentativo di vagliare criticamente la prospettiva di genere così da produrre una più compiuta versione antropologica che, lungi dal dissociare e screditare il sesso biologico rispetto al genere socio-culturale, riconosca il corpo sessuato nella duplice forma maschile e femminile come elemento base sul quale si innesta e si sviluppa l’identità soggettiva.
Gianfranco Ravasi, Il Sole-24 ore, 18 ottobre 2015
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Uteri in affitto

Il giro d'affari relativo agli uteri in affitto (Avvenire 15 ottobre 2015)

Il giro d’affari relativo agli uteri in affitto (Avvenire 15 ottobre 2015)

Una società attenta, come la nostra, a rispettare alcuni diritti, in particolare della donna, è inspiegabilmente sorda di fronte alla questione dell’utero in affitto, una forma di sfruttamento che rappresenta un evidente ritorno al passato.
Non ci si indigna a causa di un neoliberismo – non economico ma culturale – che predica la totale disponibilità del proprio corpo. Il che poi era la parola d’ordine nel passato di alcune femministe con quell’“io sono mia”, slogan poco sensato (la vita l’abbiamo avuta in dono, prima di tutto da una madre, dunque è un dono da ricambiare con altre persone). Per questo micidiale neoliberismo tutto deve tradursi in merce, tutto si compra e si vende.
Non è solo un business, è una cultura, una tendenza generale a farci ragionare in questi termini. Poi però è vero che dietro ogni falso diritto c’è sempre un business che lo rafforza.
I popoli europei sarebbero molto lontani dagli eccessi di questo capitalismo statunitense, ma è difficile svincolarsi dalle leggi del mercato globalizzato.
Oggi combattere davvero per la libertà significa riuscire a gestire con saggezza la potenza tecnoscientifica e soprattutto difendersi dal mercato, che non è più progresso, è una macchina che stritola la gente. Dobbiamo dirlo ai giovani.
Luisa Muraro, Avvenire, 4 novembre 2015

Noi liberi e fragili, loro vitali

Guardando le immagini delle torme di bambini che marciano per settimane insieme ai loro genitori nelle condizioni più estreme, mi sono resa visivamente conto della fragilità in cui versa la nostra società che spinge ormai i suoi figli in carrozzina fino quasi alle soglie dell’eta scolare e alla stessa epoca, in sempre più casi, li disabitua all’uso del pannolino.
Sono sempre stata colpita da questo prolungamento della prima infanzia, da questa impossibilità di marcare i tempi e di crescere facendo continuamente procrastinare l’ingresso nell’età adulta. Fin dai primi istanti, i nostri piccoli vivono sotto la costante cappa di controllo degli adulti che tendono a proteggerli in maniera ossessiva da qualsiasi cosa possa turbarli o ferirli. Il frutto di tutto ciò è una generazione di bambini fragili o fin troppo sicuri, bambini già immersi nella foschia della depressione o vittime di una sovraeccitazione difficile da controllare senza l’aiuto dei farmaci.
Di questo disagio, di questo straniamento, nella nostra società prostrata davanti all’altare dell’esasperato narcisismo si parla poco, perché parlarne vorrebbe dire affrontare altri livelli di discorso, prima tra tutti quello della distruzione sistematica di tutti i valori che hanno permesso al nostro Paese – e agli altri Paesi europei – di avere radici profonde e di produrre una cultura ammirata ed esportata in tutto il mondo.
Così quest’esodo biblico – che tanto, e per tante ragioni, ci turba – appare in primo luogo come un’improvvisa e imprevista iniezione di vitalità. Questi bambini che marciano silenziosi sono abituati a sopravvivere, ad affrontare il disagio, la fatica e la morte, trovando sempre comunque la forza di andare avanti, sorretti dai loro genitori.
Susanna Tamaro, Corsera 28 settembre 2015
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