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Il pane che non manca mai


I due brani della XVII Domenica del Tempo Ordinario (Anno B) hanno molti punti di contatto.
Nel primo, tratto dal ciclo del profeta Eliseo (2Re 4,42-44), un uomo porta al profeta venti pani d’orzo da offrire a Jhwh, ma l’uomo di Dio decide diversamente: servono per cibare le cento persone che lo seguivano.
I pani sono pochi ma bastano per sfamare tutti, e se ne avanza.
Il secondo brano, la moltiplicazione dei pani (Gv 6,1-15), è molto simile ma con una differenza di fondo: la generosità dell’offerente.
Qui non c’è nessuna offerta a Jhwh da fare, c’è una grande folla che Gesù vuole sfamare e un ragazzo, del gruppo dei discepoli, mette a disposizione ciò che ha con sé: cinque pani e due pesci.
Grazie alla sua generosità, il Maestro moltiplica il dono e sfama tutti.
Possiamo essere tentati di dire che questo è il più grande miracolo di Gesù, ma non è vero.
Il vero miracolo è quello che si rinnova ad ogni Eucarestia, con Cristo che si fa pane e bevanda per ciascuno di noi.
È questo il vero cibo che ci “nutre” e che non viene mai meno.
Sintesi dall’omelia di don Angelo Bianchi

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Avvento: tempo di conversione

Il tempo di Avvento è tempo di conversione. Lo sappiamo vivere con questo spirito?
Ci possono aiutare le riflessioni proposte dal CPM, Centri di preparazione al matrimonio, che per ogni domenica dell’anno preparano un commento alla liturgia della Parola, seguite da alcune domande per il lavoro di coppia.
II domenica di Avvento
Is 11,1-10; Sal 71; Rm 15,4-9; Mt 3,1-12
– L’Avvento è per noi un periodo in cui ricercare la “conversione” della nostra anima o piuttosto sono solo quattro settimane che precedono la grande festa della nascita del salvatore?
– Per noi “convertirsi” significa voltarsi indietro per rivedere la nostra vita e con umiltà cercare di eliminare i nostri piacevoli “no”, facendo il proposito di migliorarci e crescere nella conoscenza dell’unica Parola che ci aiuterà veramente a cambiare?
– L’apostolo Paolo ci invita ad accoglierci gli uni gli altri non solo come fratelli ma come Cristo ha accolto ciascuno di noi: cosa che ci sembra impossibile da realizzare con le nostre forze umane ma attraverso la preghiera e la grazia di Dio possiamo riuscirci. Siamo consapevoli di questa realtà?

– Giovanni Battista, precursore del Messia, predica la sua prossima venuta, ma noi crediamo veramente che quel “bambino” è il Figlio di Dio, il salvatore dell’umanità?
– Siamo capaci di ascoltare e di imitare chi testimonia il Cristo con il proprio quotidiano?
Gianna e Aldo – CPM Genova

 

Corpus Domini

A cosa serve il pane nella vita quotidiana? La risposta è facile: è un alimento.
Dunque non è da guardare, ma da mangiare.
Cristo è restato non per essere adorato, ma soprattutto per essere ricevuto.
Nella normale alimentazione, l’uomo è più forte del cibo. Nell’Eucaristia, il nutrimento, vale a dire Cristo, è più forte ed è più di noi, così che possiamo uscire da noi stessi, giungere oltre noi e divenire come Cristo.
Il senso primario della Comunione non è l’incontro del singolo con il suo Dio – per questo ci sarebbero anche altre vie – ma proprio la fusione dei singoli tra loro per mezzo di Cristo.
la Chiesa non è un partito e non è un apparato politico, ma è comunità nel Corpo del Signore.
Joseph Ratzinger, Avvenire 29 maggio 2016.
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Le nozze di Laura (Cana)

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Il film TV “Le nozze di Laura” ha trasportato lo spettatore in un altrove poetico, in una sorta di paradosso contemporaneo girato da Pupi Avati, un regista che dichiara “non mi vergogno di essere cattolico”.
Il film che ha realizzato, di cui è anche soggettista e sceneggiatore, è una sorta di parabola cristologica, divisa tra mito e vita, santa follia e miracolo di Cana: Grande madre (una asciuttissima e bravissima Lina Sastri), demoni tentatori (Neri Marcorè) e attualità: la raccolta degli agrumi in Sicilia, il Moro, la vittima sacrificale, una coraggiosa Marta Iagatti, in bilico tra idiozia e visione.
Alessandra Comazzi, La Stampa, 13 dicembre 2015
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I risultati del Sinodo 5

Mi sembra che, nel sinodo, si siano confrontate due diverse visioni della fede.
La prima direi che si possa grossolanamente riassumere così: il centro dell’annuncio che Cristo è venuto a portare all’uomo, prima ancora della sua risurrezione con il corpo, è la vita che lui può dare a noi, in Lui. Una vita ontologicamente diversa da quella solo umana, una venuta, quella di Cristo in noi, che ci guarisce della nostra doppiezza, incostanza, fragilità… Secondo questa visione del mondo chi decide di recidere ciò che lo teneva attaccato – come chi vive stabilmente e programmaticamente in modo contrario ai comandamenti – semplicemente è staccato… è un dato di fatto. E se uno decide programmaticamente di rimanere staccato da Cristo, non ieri, che per le cose passate si può chiedere perdono, ma anche oggi e domani e prossimamente (come è per esempio di un divorziato risposato) non ha senso cercare un‘unione intima col corpo di Cristo che si è rotta e si vuol continuare a tenere rotta.
L’altra visione è quella che in modo molto approssimativo possiamo dire ispirata alla teologia di Rahner, secondo cui la Rivelazione non regala all’uomo un punto di vista assoluto e trascendente fuori delle situazioni in cui vive. La Rivelazione di Dio avviene sempre tramite la nostra esistenza storica, e l‘uomo si avvicina a Dio sperimentandolo nella sua esistenza: Dio si vede solo nel prossimo, e i dogmi della fede cattolica sono storici, non verità eterne da contemplare… Si capisce quindi che il giudizio sulle vicende esistenziali diventa molto più sfumato, e si può introdurre un criterio di gradualità del bene, come mi è parso di leggere nel paragrafo sulle convivenze prematrimoniali. Diventa necessario non giudicare più le condotte, ma sempre accogliere le persone…
Costanza Miriano
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Papa Francesco e il matrimonio

L’amore di Gesù, che ha benedetto e consacrato l’unione degli sposi, è in grado di mantenere il loro amore e di rinnovarlo quando umanamente si perde, si lacera, si esaurisce.
L’amore di Cristo può restituire agli sposi la gioia di camminare insieme; perché questo è il matrimonio: il cammino insieme di un uomo e di una donna, in cui l’uomo ha il compito di aiutare la moglie ad essere più donna, e la donna ha il compito di aiutare il marito ad essere più uomo.
Questo è il compito che avete tra voi. “Ti amo, e per questo ti faccio più donna” – “Ti amo, e per questo ti faccio più uomo”. E’ la reciprocità delle differenze. Non è un cammino liscio, senza conflitti: no, non sarebbe umano.
E’ un viaggio impegnativo, a volte difficile, a volte anche conflittuale, ma questa è la vita! E in mezzo a questa teologia che ci dà la Parola di Dio sul popolo in cammino, anche sulle famiglie in cammino, sugli sposi in cammino, un piccolo consiglio.
E’ normale che gli sposi litighino, è normale. Sempre si fa. Ma vi consiglio: mai finire la giornata senza fare la pace. Mai. E’ sufficiente un piccolo gesto. E così si continua a camminare. Il matrimonio è simbolo della vita, della vita reale, non è una “fiction”!
E’ sacramento dell’amore di Cristo e della Chiesa, un amore che trova nella Croce la sua verifica e la sua garanzia. Auguro a tutto voi un bel cammino: un cammino fecondo; che l’amore cresca. Vi auguro felicità. Ci saranno le croci, ci saranno. Ma sempre il Signore è lì per aiutarci ad andare avanti. Che il Signore vi benedica!
Papa Francesco,dall’omelia del 14 settembre 2014

Le donne e la Chiesa

Le donne conoscono nella Chiesa una condizione paradossale.
Presenti ovunque, accanto agli uomini in tutte le forme della vita cristiana, impegnate nella trasmissione del Vangelo e testimoni di Cristo quanto gli uomini, in realtà si trovano escluse dagli ambiti decisionali e possono essere solo semplici fedeli, “christifideles”, appartenenti al laicato oppure alla vita religiosa, comunque senza autorità deliberativa perché donne.
Da decenni la chiesa cattolica si interroga sul ruolo delle donne nella chiesa, ma senza che nascano risposte adeguate e convincenti. Si esalta la femminilità con espressioni curiose (“il genio femminile”…), si sottolinea la loro eminente dignità di spose, madri e sorelle, ma poi non viene loro riconosciuta alcuna possibilità di esercitare responsabilità e funzioni direttive nella chiesa.
Così tutto il corpo ecclesiale ne risulta menomato: un corpo in cui la metà delle membra deve ascoltare solo gli uomini intervenire nella liturgia, in cui le decisioni che riguardano tutti sono prese solo dagli uomini, in cui ciò che le donne sono e devono essere è stabilito da uomini, senza neppure ascoltarle…
Ecco allora le domande che mi assillano: cosa significa ripetere formule vuote come “Maria è più importante di Pietro” senza accompagnarle con un impegno adeguato per una ricerca biblica e teologica sulla presenza della donna nella chiesa? Perché non c’è ascolto delle donne che elaborano teologia o sono impegnate nella vita pastorale, nella missione, nell’evangelizzazione, nella catechesi? Trovare risposte significa aprire nuovi cammini alla corsa del Vangelo.
Enzo Bianchi
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