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La crisi della fiducia


La crisi della fiducia è paradossale. Sempre più, noi affidiamo il nostro benessere e la nostra sicurezza a istituzioni, tecnologie e persone a noi estranee ma, allo stesso tempo, affermiamo un sentimento di sfiducia o di perdita di fiducia in queste stesse istituzioni, tecnologie e individui. Oggi, facciamo conto sulla tecnologia digitale per procurarci molti beni e servizi: banca, trasporti, sanità e, in maniera crescente, addirittura scuola ed educazione.
Dipendiamo dal governo, dai media e dalle corporation per quanto riguarda la messa in sicuro dei nostri interessi, l’informazione su eventi importanti e l’accesso a informazioni accurate, e per poter svolgere attività commerciali in maniera trasparente e giusta.
Ma nonostante la crescita del bisogno di avere fiducia negli altri e nelle istituzioni, a causa della complessità della vita moderna, è molto difficile far nascere e dare forma duratura a questa medesima fiducia. Non abbiamo più quelle garanzie che gli altri siano degni di fiducia, né quelle vie nel caso che la nostra fiducia venga tradita, su cui potevamo contare quando avevamo molte più occasioni di rapporti volto a volto con le altre persone.
Warren von Eschenbach, Settimana news, 3 marzo 2019

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Democrazia in crisi


La crisi finanziaria e la recessione mondiale che ne è seguita sono il risultato di un modello di crescita non più sostenibile. Il processo di globalizzazione – seppure positivo in quanto ha consentito a vaste aree del mondo di uscire da condizioni di povertà e sottosviluppo – è stato caratterizzato da un aumento delle disuguaglianze e dal progressivo depauperamento delle risorse energetiche e ambientali, mettendo così a rischio l’equilibrio sociale ed ecologico del pianeta nel medio e lungo periodo.
La fase storica che stiamo attraversando evidenzia la contemporaneità di quattro fenomeni di crisi tra loro profonda mente interconnessi: economico-finanziaria, energetica, ambientale ed alimentare. Alla base della crisi attuale c’è l’inversione che si è determinata, negli ultimi decenni, nel rapporto tra mezzi e fini dell’attività economica, con l’affermarsi e il prevalere della finanza. Il pensiero economico e politico dominante – una sorta di “pensiero unico” – ha fatto sì che si determinasse una scissione tra interesse individuale e benessere collettivo, tra individuo e società.
L’obiettivo prioritario era diventato la crescita e l’arricchimento personale, al di fuori di ogni parametro di responsabilità e trasparenza. Al tempo stesso, si è diffusa la filosofia dell’individualismo assoluto presso strati sempre più ampi della popolazione, con il risultato che è diventato anche un individualismo di massa, cosa chiaramente contraddittoria in se stessa e foriera di continue, inevitabili tensioni.
Inoltre, in questa fase, che può essere letta anche come “crisi democratica”, sono stati messi in discussione i principi sui quali si esercita il diritto di rappresentanza e di tutela degli interessi delle persone. Veniamo, infatti, da una stagione di dura disintermediazione che si è manifestata come una tossina per una società come la nostra, rompendo legami già deboli, spezzando ponti e isolando le istituzioni in una vuota astrattezza politica…
Carlo Costalli
Presidente Movimento Cristiano Lavoratori
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Foto di apertura: L’andamento del PIL. Fonte: Il sole 24 ore

Le cinque Italie del dopo-crisi

La lunga recessione ha spezzato ancor più lo Stivale. Ma il dualismo economico Nord-Sud che da un secolo e mezzo disunisce ciò che l’Italia ha unito non basta più a descrivere quale Paese siamo oggi. L’effetto combinato tra la crisi (specialmente dell’industria) e la spinta alla modernizzazione ha prodotto nuove fratture che percorrono trasversalmente le dorsali italiane. Oggi il Paese può essere suddiviso in cinque aree diverse. Sono le «Cinque Italie» che ci lascia in eredità la crisi, aree non sempre contigue ma omogenee al loro interno per il reddito pro-capite, gli indicatori economici e del disagio sociale.
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Felicità e postmodernità

La felicità non è correlata con l’incremento delle possibili scelte dell’uomo, ma diversi studi correlano la felicità con il possedere invece un “criterio” per scegliere. Avere un criterio per scegliere rimanda ad altro: avere un progetto, delle idee, una identità.
Ed ecco che il cerchio si chiude: il tema della postmodernità attuale è sostanzialmente il tema della rinuncia ad avere criteri (cioè dimensioni di senso ben definite). Ma questa rinuncia ha un prezzo: l’infelicità.
Tutti questi dati, che sembrano preludere ad un incremento dell’infelicità, del malessere e della fragilità, ci impongono una riflessione più profonda, che può essere riassunta in una domanda: che società stiamo decostruendo e ricostruendo in tempo di crisi? Quale è la qualità umana della nostra società? Forse dovremmo riscoprire l’armonico ritmo dei più deboli, come autentico fondamento di una società nuova. E in definitiva se fosse proprio la riscoperta del ritmo dei più deboli e degli ultimi a salvare il mondo consentendo il ritorno dell’umano nella sua pienezza?
Tonino Cantelmi, SIR 20 ottobre 2015
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P.S. Parleremo di felicità nel prossimo numero della rivista che vi arriverà a fine marzo.

Grande Depressione e Stato

Auto, Fiat-Chrysler, Sergio Marchionne. Quando le crisi sono devastanti non si può fare a meno dello Stato, perché solo quest’ultimo è in grado di metter fine alla devastazione, solo il pubblico sa scommettere sul futuro senza pretendere l’immediato profitto cercato da cerchie sempre più ristrette di privati. Parlando con Ezio Mauro, nell’intervista del 10 gennaio, Sergio Marchionne dice questo, in sostanza, e l’ammissione è importante. Lo dice raccontando una storia di successo – la fusione tra Fiat e Chrysler – e tutte le fiabe sul mercato che guarisce senza Stato si sbriciolano.
La frase chiave nella narrazione di Marchionne mi è parsa la seguente: “La nostra fortuna è stata di poter trattare direttamente con il Tesoro (americano), con la task force del Presidente Obama: non con i creditori di Chrysler, come voleva la vecchia logica. Se no, oggi non saremmo qui”. L’idea era di far rinascere Fiat “in forma completamente diversa”, e solo lo Stato federale Usa poteva fronteggiare – mettendoci la faccia, e i soldi – una crisi depressiva che Marchionne definisce “spaventosa” (“I manager uscivano per strada con gli scatoloni perché le aziende chiudevano (…) non so se mi spiego”). In ogni grande svolta, specialmente quando spavento e cupidigia divorano i mercati, solo la forza pubblica possiede lo sguardo lungo, il dovere solidale, la temerarietà, di cui son sprovviste le vecchie logiche.
Barbara Spinelli, La Repubblica, 15 gennaio 2014

 

Chi comanda

All’inizio si pensò che il male fosse economico. Era politico invece: altro che colpa dei mercati.
Unico grande colpevole: “il sistema politico nelle periferie Sud, definito dalle esperienze dittatoriali e da Costituzioni colme di diritti fabbricare da forze socialiste”.
Ecco lo scatto che compie la storia: una crisi generata dall’asservimento della politica a poteri finanziari senza legge viene ri-raccontara come crisi di democrazie appesantite dai diritti sociali e civili.
Senza pudore, JPMorgan sale sul pulpito e riscrive le biografie, compresa la propria, consigliando alle democrazie di darsi come bussola non più Magne Carte, ma statuti bancari e duci forti.
Barbara Spinelli, II giudizio universale di JP Morgan, Repubblica 26 giugno 2013

 

La cultura dello scarto

Un fermo no alla “cultura dello scarto”, dell’usa-e-getta, del consumo veloce e senza freni che porta all’idolatria del denaro e degli indici di Borsa: in occasione della Giornata Mondiale dell’Ambiente, papa Francesco ha approfittato della catechesi dell’udienza generale del mercoledì per lanciare lanciare “un forte richiamo alla necessità di eliminare gli sprechi e la distruzione di alimenti”.
Per papa Bergoglio, questa “cultura dello scarto”, che “tende a diventare mentalità comune che contagia tutti”, mette in pericolo in primo luogo la persona umana. Dio infatti ha dato all’uomo il compito di “coltivare e custodire” il creato ma gli uomini troppo spesso dimenticano questo incarico, distratti dall’inseguimento ossessivo dei soldi. E lo fanno fino al punto che “la vita umana, la persona non sono più sentite come valore primario da rispettare e tutelare, specie se è povera o disabile, se non serve ancora, come il nascituro, o non serve più, come l’anziano”. Invece è proprio all’esempio dei “nostri nonni” che bisogna guardare, con la loro attenzione a “non gettare nulla del cibo avanzato”.
Francesco ha denunciato l’indifferenza che fa sì che, nel mondo di oggi, una persona che muore di freddo per strada non faccia notizia: “Se in tante parti del mondo ci sono bambini che non hanno da mangiare, quella non è notizia. Sembra normale! … Al contrario di questo, per esempio, un abbassamento di 10 punti nelle Borse di alcune città, costituisce una tragedia… Così le persone vengono ‘scartate’. Noi, le persone, veniamo scartati, come se fossimo rifiuti”. Colpa del consumismo sfrenato, ha aggiunto, che “ci ha indotti ad abituarci al superfluo e allo spreco quotidiano di cibo, al quale talvolta non siamo più in grado di dare il giusto valore, che va ben al di là dei meri parametri economici”.
“Quello che comanda oggi non è l’uomo, è il denaro: il denaro, i soldi comandano!”, ha tuonato il pontefice. Eppure, ha aggiunto, “Dio, Nostro Padre, ha dato il compito di custodire la terra no ai soldi, a noi: gli uomini e le donne! Noi abbiamo questo compito!”. “Così – ha proseguito – uomini e donne vengono sacrificati agli idoli del profitto e del consumo: è la ‘cultura dello scarto’. Se si rompe un computer è una tragedia, ma la povertà, i bisogni, i drammi di tante persone finiscono per entrare nella normalità”.
In questo senso, l’ecologia ha a che fare non solo con il “rapporto tra noi e l’ambiente” ma riguarda anche i rapporti umani: “Noi stiamo vivendo un momento di crisi”, ha ricordato Francesco, “la persona umana è in pericolo”.
La Stampa, 6 giugno 2013