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Donne e maternità

maternita

Credo che dietro all’avversione a una certa idea di donna ci sia qualcosa di più profondo ancora. È l’idea stessa di essere umano in questione. Noi cattolici non crediamo al mito illuminista del buon selvaggio, ma pensiamo che nell’uomo stesso ci sia qualcosa che non va, una ferita, qualcosa da guarire, da aggiustare.
La specifica ferita femminile sta nella sua grande fragilità: che tenerezza gli elenchi dei buoni propositi sui giornali femminili “da oggi penso a me stessa”, “imparo a dire di no”, “mi compro una borsa”. (Bisognerebbe in effetti rammentare che quelli sono giornali fatti per far vendere roba).
E la tentazione femminile per eccellenza è quella di usare il suo enorme potere sul maschio in modo seduttivo, per manipolarlo e controllarlo, e quindi per averlo accanto a sé, per il suo bisogno di essere amata che nessuna quota rosa potrà mai cancellare. (Ne ho conosciute tante di donne affermate agli occhi del mondo, e mai nessuna di loro mi ha dato l’idea di essere priva di questa fragilità, del bisogno dello sguardo e del riconoscimento).
Le donne di oggi, che vivono la sessualità liberamente, che rifiutano o almeno rimandano la maternità, sono tendenzialmente infelici e dopo una certa età anche parecchio scombinate, perché quello che desidera ogni donna è una relazione gratificante, stabile ed esclusiva con un uomo, e dei figli, che soddisfino il suo bisogno di dare e che la guariscano dalle sue ferite.
Siamo rimaste sole, con pochi figli e spesso nessun uomo perché abbiamo smesso di essere accoglienti, nutrite come siamo di film e libri e giornali che invitano a una falsa indipendenza (nessuno di noi è indipendente, ed è così bello ammettere di dipendere dall’amore degli altri, o per gli uomini dal riconoscimento del proprio saper fare). Se il fatto che si dica questa cosa, che si ricordi alle donne il loro bisogno, dà tanto fastidio, è perché è la verità.
Costanza Miriano
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Volete il matrimonio? Tenetevelo!

Faccio una proposta: separiamoci tutti. Se lo Stato dovesse dare una valenza pubblica alle unioni di persone dello stesso sesso, se addirittura dovesse passare il ddl Cirinnà, che non solo dà un riconoscimento alle convivenze di persone indipendentemente dal sesso, ma le equipara in tutto tranne che nel nome al matrimonio, ritengo che noi che investiamo nella famiglia ci dovremmo separare civilmente. Tanto, adesso, col divorzio breve è un attimo, si fa prima a rompere un matrimonio che a cambiare gestore telefonico. Se la Cirinnà dovesse diventare una legge il matrimonio non sarebbe più il riconoscimento pubblico di qualcosa che costruisce un beneficio comune – cioè essere disposti a mettere al mondo persone e a farsene carico in modo stabile fino a quando loro a loro volta non saranno in grado di provvedere a sé e alla società – ma sarebbe solo un sigillo su un sentimento. Io e mio marito siamo d’accordo (per la precisione, l’idea è sua): per i sentimenti non abbiamo bisogno dello Stato. È una cosa che ci vediamo tra noi. Più profondamente tra noi e Dio. Quel tipo di sigillo sulla nostra unione non ci interessa, anzi ci sembra un’intollerabile intromissione dello Stato nella nostra sfera privatissima e inviolabile. Volete il matrimonio? Tenetevelo.
Costanza Miriano
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Altro che terzo genere

Chi è padre o madre sa cosa si prova ascoltando i propri figli giocare con gli amici, e sentirne alcuni dire «da grande, se troverò mai un lavoro…». Un gelo morde lo stomaco, un misto di rabbia e senso di colpa…».
È terribile guardare i ragazzi – perché mica siamo genitori solo dei nostri, ma un po’ di tutti quelli che girano intorno a loro – e capire che non pensano neanche di capovolgere il mondo, come è obbligatorio credere a sedici anni. Credo che per avere voglia di farlo sia necessario avere alla spalle una casa ferma e salda dalla quale partire – per contestarla, ovviamente, come fanno tutti i ragazzi da che mondo è mondo – e alla quale tornare dopo avere fatto un po’ di stupidaggini.
Perché si possa tornare evidentemente serve che la casa ci sia ancora, che i genitori siano rimasti, dimostrando con la loro vita che si può anche restare, costruire una cosa che ci supera nel tempo e forse persino nelle intenzioni.
A me sembra che la diffusa mancanza di speranza, e non solo per quanto riguarda il lavoro, sia la priorità in questa parte dell’Occidente stanco e vecchio e senza figli, che per ripartire deve mettere in cima alla lista la scuola, e prima ancora la famiglia
La famiglia è un posto veramente rivoluzionario, l’unico posto al mondo in cui il gioco non è a somma zero, quello in cui io vinco se tu perdi. È invece un posto dove o perdiamo o vinciamo tutti, e vinciamo insieme. È l’unico che ci capiterà di frequentare nella vita, che sia fatto così.
Un posto che funziona se maschi e femmine fanno le loro parti, diversissime e complementari e ugualmente dignitose. È però fin troppo chiaro che della famiglia non importa niente né alla politica né a chi detiene l’informazione.
Costanza Miriano
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Censurare la disabilità

In Francia il CSA (Consiglio Superiore dell’Audiovisivo) ha censurato il video DEAR FUTURE MOM preparato da Coordown, Les amis d’Éléonore e dalla Fondazione Jérôme-Lejeune per la Giornata Mondiale della Sindrome di Down.
Cosa c’era di offensivo, pornografico, violento, razzista, cattivo nelle pericolose immagini?
Una serie di ragazzini down si permetteva, pensate un po’, di cercare di consolare una mamma che aveva scoperto di aspettare un figlio affetto dalla sindrome. Le dicevano “non avere paura”. Le dicevano che anche loro, i down, possono imparare a leggere, a scrivere, possono andare a scuola, aiutare il babbo ad aggiustare la bici, andare a vivere da soli, viaggiare, trovare un lavoro e con i soldi guadagnati invitare la mamma a cena fuori, abbracciarla. A volte sarà difficile, molto difficile – dicono i ragazzi in diverse lingue, sottotitolati in inglese nell’originale – e a momenti sembrerà quasi impossibile. Ma anche noi possiamo essere felici.
Con un atto di inaudita violenza e prepotenza il CSA francese ha censurato il video perché potrebbe offendere la sensibilità delle madri che “nel pieno rispetto della legge hanno fatto una scelta diversa”, cioè hanno abortito. Capito? Non solo è perfettamente legale, e anzi considerato una conquista il diritto di uccidere i bambini malati nel grembo della madre. Ma è addirittura ritenuto offensivo dire che anche questi bambini possono essere felici.
Certo, nel paese dei lumi addirittura arrestano le persone che vanno a pregare davanti alle cliniche dove fanno aborti, e qualcuno è andato in carcere per avere regalato delle scarpine da neonato a una donna incinta che andava ad abortire. Ma credo che qui si sia passato il segno. Quelle sono persone, stanno in mezzo a noi, persone che fanno la loro fatica quotidiana come e più di noi, e si vuole negare loro anche la facoltà di dire che anche loro possono essere felici.
Costanza Miriano