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Una gioventù sessualmente liberata?


L’educazione sessuale che c’è oggi nelle scuole non funziona perché propone mezzi cattivi per rispondere a bisogni veri degli adolescenti come quello di costruire la loro identità. I ragazzi sono abitati da grandi questioni esistenziali: chi sono io? Qual è il senso della vita? Sono una persona amabile e unica? La riposta che gli adulti danno loro sono il preservativo e la pillola. Ed è chiaro che è un fallimento perché il preservativo e la pillola non sono risposte a questi interrogativi…
Nelle nostre società occidentali abbiamo soppresso tanti riti d’ iniziazione ma i giovani ne hanno trovati altri: l’ alcol, il sesso, la droga. Ovviamente tutte queste esperienze anziché consolidare la loro identità di uomini e donne la rendono fragile e precaria…
Io penso che bisogna insegnare ai ragazzi fin dalla pubertà a conoscere il proprio corpo, a meravigliarsi della capacità che abbiamo di generare la vita e prendere coscienza di questa grande responsabilità. Si parla di sesso solo nel senso che c’ è la possibilità che arrivi un bambino o una malattia ma non si parla mai delle conseguenze emozionali dell’ atto sessuale. Quello che voglio dire è che questa conoscenza del corpo ci permette di cambiare la nostra visione del corpo e della sessualità che non è solo una questione meccanica o tecnica ma include e riguarda tutta la nostra persona e l’ altro e ha questa conseguenza incredibile di generare la vita. E quindi è irresponsabile avere degli atti sessuali con chiunque e quando si vuole…
Dall’intervista di Antonio Sanfrancesco a Thérèse Hargot, Famiglia Cristiana, 13 marzo 2017
Per leggere tutta l’intervista clicca qui!

Uteri in affitto

Il giro d'affari relativo agli uteri in affitto (Avvenire 15 ottobre 2015)

Il giro d’affari relativo agli uteri in affitto (Avvenire 15 ottobre 2015)

Una società attenta, come la nostra, a rispettare alcuni diritti, in particolare della donna, è inspiegabilmente sorda di fronte alla questione dell’utero in affitto, una forma di sfruttamento che rappresenta un evidente ritorno al passato.
Non ci si indigna a causa di un neoliberismo – non economico ma culturale – che predica la totale disponibilità del proprio corpo. Il che poi era la parola d’ordine nel passato di alcune femministe con quell’“io sono mia”, slogan poco sensato (la vita l’abbiamo avuta in dono, prima di tutto da una madre, dunque è un dono da ricambiare con altre persone). Per questo micidiale neoliberismo tutto deve tradursi in merce, tutto si compra e si vende.
Non è solo un business, è una cultura, una tendenza generale a farci ragionare in questi termini. Poi però è vero che dietro ogni falso diritto c’è sempre un business che lo rafforza.
I popoli europei sarebbero molto lontani dagli eccessi di questo capitalismo statunitense, ma è difficile svincolarsi dalle leggi del mercato globalizzato.
Oggi combattere davvero per la libertà significa riuscire a gestire con saggezza la potenza tecnoscientifica e soprattutto difendersi dal mercato, che non è più progresso, è una macchina che stritola la gente. Dobbiamo dirlo ai giovani.
Luisa Muraro, Avvenire, 4 novembre 2015

Noi e il nostro corpo

L’esperienza prevalente che facciamo è quella di avere un corpo.
Ce lo abbiamo per lavorare, per camminare, per trasportare, per amare, per mangiare, per danzare, in breve per fare tutto quello che dobbiamo e vorremmo fare.
La nostra esperienza prevalente è anche che il corpo funziona, che esso fa quello che vogliamo noi.
Quando smette di farlo, ci sentiamo subito insicuri/e.
Ci ritroviamo fuori dal ritmo e dal quadro della nostra vita di tutti i giorni.
Il corpo non funziona più e ciò vuol dire che noi non funzioniamo più.
Ci mettiamo alla ricerca dei medici e portiamo il nostro corpo a riparare.
Forse abbiamo la cattiva coscienza di aver trascurato di fare il controllo medico annuale, e ci sentiamo più leggeri quando il corpo si rimette in sesto, più leggeri come quando l’automobile ha superato la revisione.
Dopo esperienze del genere ci proponiamo di trattare con maggiore scrupolo questo strumento prezioso e costoso della nostra vita.
Se il corpo continua a non funzionare ci prende l’insicurezza nei confronti del nostro compagno.
E, in crisi di questo tipo, facciamo un’altra esperienza, cioè scopriamo che noi siamo il corpo.
Dallo strumento, che ci consente di far fronte alla vita e ci dà il piacere della vita, ci arriva un’altra esperienza, che ci tiene prigionieri/e.
Essere malati/e, essere indisposti/e, essere stanchi/e, avere dei dolori – sono tutte cose che ci bloccano. Sono cose che occupano la nostra volontà, il nostro intelletto.
Ora, il corpo non comincia da sotto la testa, ma esso è noi, proprio noi.
Noi siamo il corpo.
Elisabeth Moltmann-Wendel, Il mio corpo sono io, Queriniana, Brescia 1995

I doni dello Spirito

La “carne” ha ormai le sue vetrine ovunque, ci assedia dentro e fuori casa. Non bastano più le piccole difese, occorrono mezzi grandi, “risolutivi”. Io vedo indicato uno di questi mezzi risolutivi nelle parole dell’Apostolo: “O non sapete che chi si unisce alla prostituta forma con essa un corpo solo? Ma chi si unisce al Signore forma con lui un solo Spirito” (1 Cor 6, 16-17).
C’è una segreta forza in quest’ultima frase. Non la si ripete mai dentro di sé nei momenti di difficoltà senza sperimentarne l’efficacia. Dio ha disposto per la nostra proclività verso la materia e i corpi, un rimedio degno della sua sapienza: il corpo risorto del Signore. Esso è il luogo dove è stata definitivamente superata la tensione tra carne e spirito, dove il corpo ha già raggiunto quella “liberazione dalla schiavitù della corruzione”, cui l’intera creazione anela.
Esso è come un’ancora di salvezza, gettata oltre il campo di battaglia. E tuttavia è un vero corpo, anche se “spirituale”; con esso possiamo unirci, intenzionalmente, con la fede e, realmente, nell’Eucaristia. Egli ci comunica la sua stessa purezza. Gli ebrei, morsi nel deserto dai serpenti, guarivano guardando il serpente di bronzo; noi guariamo dai morsi della sensualità correndo a guardare colui che, proprio a questo scopo, fu elevato per noi sulla croce (cf. Gv 3, 14-15).
Per questa via non c’è bisogno di disprezzare la bellezza dei corpi o avvilire la sessualità umana, perché la via è piuttosto “dalla bellezza alla Bellezza”. Diceva un antico Padre: “Sappia l’uomo che il suo cuore è giunto alla purezza, quando vede ogni bellezza e nulla gli appare più impuro”. Una risoluzione pratica che si potrebbe prendere, dopo aver meditato sul dono dell’intelletto, è quello di consacrare la nostra mente al Paraclito. Consacrare significa affidare, cedere, riservare. Decidere di non voler usare, d’ora in poi, la nostra mente se non per la conoscenza del vero e per la gloria di Dio. Nonostante tutto, essa resta quello che abbiamo di migliore e di più nobile, il riflesso più vicino dell’intelligenza divina, la cosa a cui Dio tiene di più al mondo.
È utile ripetere questa consacrazione di primo mattino. Un antico Padre diceva che la nostra mente è come un mulino: il primo grano che vi viene messo dentro al mattino, è quello che continuerà a macinare per tutto il giorno. Bisogna affrettarsi a mettervi subito il buon grano di Dio -pensieri buoni, parole di Dio-, altrimenti il demonio vi metterà la sua zizzania. A me piace farlo ripetendo la prima strofa del Veni creator: “Veni, creator Spiritus, mentes tuorum visita; imple superna gratia quae tu creasti pectora”: Vieni, o Spirito creatore, visita le nostre menti; riempi di grazia celeste i cuori che hai creato”.
P. Raniero Cantalamessa

Maschile e Femminile

«L’umanità è strutturata al maschile e al femminile. L’essere maschio o femmina non è solo differenza anatomica ma investe tutta la persona umana, le dà forma, una forma corporea, di un corpo vivente e “animato”, della cui riscoperta ora più che mai abbisogna l’uomo post moderno che, all’opposto, tende a depersonalizzare il corpo, facendolo diventare un oggetto muto facilmente pilotabile da manipolazioni biotecnologiche». Oggi, infatti, nel ricco Occidente accade che il giusto tentativo di «mantenere la differenza senza relegarla nella subordinazione», ha preso «la strada di una uguaglianza neutrale, senza volto quindi senza identità che, in alcune punte estreme, tenta l’azzardo prometeico del generare in situazione omogenee mettendo così i nuovi nati nella condizione di affacciarsi alla vita con un “vuoto d’origine”».
È proprio di fronte a queste derive che occorre «ritornare ai fondamenti, all’origine, al messaggio che ci proviene da quell’antropologia del Principio che ci riconduce all’atto creativo di Dio che ha fatto l’uomo a Sua immagine e somiglianza e lo ha fatto esistere come maschio e femmina». Per questo, gli uomini del nostro tempo hanno di fronte a sé la sfida di «riuscire a vivere un legame profondo che sappia mantenere viva la loro specificità, consapevoli al tempo stesso che il proprio compimento si realizza nella comunione con l’altro».
Leggi di Più: Scabini: Il mistero nuziale di Scola | Tempi.it

I bambini e la morte

Al funerale di mio padre ho visto mio figlio di cinque anni affacciarsi in punta di piedi alla bara insieme ad un amico, due teste bionde con il mento appoggiato al bordo di legno. Ho sentito l’amico chiedere: ” Questo è tuo nonno?” e mio figlio rispondere: “No, non è mio nonno. Questo è solo il suo corpo”.
Tratto dal libro: Così è la vita,  di Concita De Gregorio, Einaudi 2011
http://www.einaudi.it/libri/libro/concita-de-gregorio/cos-la-vita/978880620584