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Anniversari di “matrimonio”

Domenica 8 ottobre è la festa della nostra parrocchia. In quell’occasione la nostra comunità festeggerà, tra l’altro, gli anniversari di matrimonio.
Il parroco ha invitato le coppie lo desiderano a “iscriversi”, non importa se vogliono festeggiare 2, 5, 7, 21, 52 anni di matrimonio, che può essere religioso, civile o semplice convivenza.
Per prevenire obiezioni ha invitato i fedeli a leggersi Amoris laetitia.
Proprio oggi, 17 settembre, è uscito il supplemento mensile di Avvenire: Noi, famiglia e vita, dedicato a “Famiglia e coscienza, teologi a confronto”.
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I risultati del Sinodo 5

Mi sembra che, nel sinodo, si siano confrontate due diverse visioni della fede.
La prima direi che si possa grossolanamente riassumere così: il centro dell’annuncio che Cristo è venuto a portare all’uomo, prima ancora della sua risurrezione con il corpo, è la vita che lui può dare a noi, in Lui. Una vita ontologicamente diversa da quella solo umana, una venuta, quella di Cristo in noi, che ci guarisce della nostra doppiezza, incostanza, fragilità… Secondo questa visione del mondo chi decide di recidere ciò che lo teneva attaccato – come chi vive stabilmente e programmaticamente in modo contrario ai comandamenti – semplicemente è staccato… è un dato di fatto. E se uno decide programmaticamente di rimanere staccato da Cristo, non ieri, che per le cose passate si può chiedere perdono, ma anche oggi e domani e prossimamente (come è per esempio di un divorziato risposato) non ha senso cercare un‘unione intima col corpo di Cristo che si è rotta e si vuol continuare a tenere rotta.
L’altra visione è quella che in modo molto approssimativo possiamo dire ispirata alla teologia di Rahner, secondo cui la Rivelazione non regala all’uomo un punto di vista assoluto e trascendente fuori delle situazioni in cui vive. La Rivelazione di Dio avviene sempre tramite la nostra esistenza storica, e l‘uomo si avvicina a Dio sperimentandolo nella sua esistenza: Dio si vede solo nel prossimo, e i dogmi della fede cattolica sono storici, non verità eterne da contemplare… Si capisce quindi che il giudizio sulle vicende esistenziali diventa molto più sfumato, e si può introdurre un criterio di gradualità del bene, come mi è parso di leggere nel paragrafo sulle convivenze prematrimoniali. Diventa necessario non giudicare più le condotte, ma sempre accogliere le persone…
Costanza Miriano
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Volete il matrimonio? Tenetevelo!

Faccio una proposta: separiamoci tutti. Se lo Stato dovesse dare una valenza pubblica alle unioni di persone dello stesso sesso, se addirittura dovesse passare il ddl Cirinnà, che non solo dà un riconoscimento alle convivenze di persone indipendentemente dal sesso, ma le equipara in tutto tranne che nel nome al matrimonio, ritengo che noi che investiamo nella famiglia ci dovremmo separare civilmente. Tanto, adesso, col divorzio breve è un attimo, si fa prima a rompere un matrimonio che a cambiare gestore telefonico. Se la Cirinnà dovesse diventare una legge il matrimonio non sarebbe più il riconoscimento pubblico di qualcosa che costruisce un beneficio comune – cioè essere disposti a mettere al mondo persone e a farsene carico in modo stabile fino a quando loro a loro volta non saranno in grado di provvedere a sé e alla società – ma sarebbe solo un sigillo su un sentimento. Io e mio marito siamo d’accordo (per la precisione, l’idea è sua): per i sentimenti non abbiamo bisogno dello Stato. È una cosa che ci vediamo tra noi. Più profondamente tra noi e Dio. Quel tipo di sigillo sulla nostra unione non ci interessa, anzi ci sembra un’intollerabile intromissione dello Stato nella nostra sfera privatissima e inviolabile. Volete il matrimonio? Tenetevelo.
Costanza Miriano
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Schiavitù, divorzio e legge naturale

Così scriveva nel 1853 Civiltà Cattolica commentando il libro “La capanna della zio Tom”: «Lo schiavo negro è una razza, diciamo, che, collocata nell’infimo grado dell’umana specie, nella carnagione nera, nel crine lanoso e velluto, nella faccia schiacciata e stranamente ottusa, nell’occhio che, quando non è stupido, o è feroce o ti rivela un’astuzia volpina, nelle facoltà intellettuali lente, circoscritte, inertissime… Or vede ognuno che somiglianti differenze non si tolgono via cogli articoli dei codici. Sia in uno Stato della Confederazione ammessa o no legalmente la schiavitù, sarà sempre vero che un Bianco non si assiderà in eterno alla stessa mensa con un uom di colore, non vorrà con esso lui entrare nel medesimo cocchio od avere comune il banco, non che nel teatro, ma fino nel tempio…».
Allo stesso modo, un’istruzione della Congregazione per il Sant’Uffizio di tredici anni dopo (1866), stabiliva quanto segue: «la schiavitù, di per sé, non ripugna affatto né al diritto naturale né al diritto divino, e possono esserci molti giusti motivi di essa, secondo l’opinione di provati teologi e interpreti dei sacri canoni”.
150 anni dopo queste gravissime affermazioni, nel sinodo dei vescovi che si sta preparando, occorrerà evitare di ricorrere a questi argomenti rozzi, applicati non più alla schiavitù, ma a famiglie ferite, a famiglie allargate e a convivenze. A chi userà simili argomenti potrà capitare, tra 150 anni, di essere citato come un uomo – non importa se laico o chierico, filosofo o teologo – che viveva in tempi ormai del tutto incomprensibili. Ma non è detto che tutta l’inadeguatezza di questo approccio non possa balzare agli occhi già oggi, 150 anni prima…
Andrea Grillo, Settimana, n. 8 2105
Sintesi della redazione

Unioni di fatto

Nel silenzio più totale il 14 maggio è ripresa in Commissione Giustizia del Senato il dibattito sulla regolamentazione delle unioni di fatto partendo dal testo base, predisposto dalla relatrice, Cirinnà.
«La cosa più grave è che in questo testo si equipara giuridicamente la convivenza, etero o omo che sia, alla famiglia fondata sul matrimonio» commenta Francesco Belletti, presidente del Forum. «Si tradisce così la Costituzione che distingue il matrimonio tra uomo e donna dalle altre forme di unione affettiva. Perfino in materia di successione e di reversibilità della pensione non ci saranno più differenze. È evidente che lo scopo principale è quello di destrutturare l’istituto del matrimonio…
Tutti questi problemi sarebbero superati se da un lato si confermasse la specificità della famiglia fondata sul matrimonio tra uomo e donna e, dall’altro, si risolvesse con interventi mirati la questione del ritenuto mancato riconoscimento di alcuni diritti individuali ai componenti delle convivenze, diritti individuali peraltro mai delineati con precisione da chi rivendica la necessità di regolamentare le unioni civili o da chi chiede l’introduzione di un matrimonio multiforme e aperto a tante situazioni molto diverse tra loro.
Forum Famiglie Nazionale
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