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Cattolici e lavoro

La generazione del dopoguerra, quella di mio padre, ha lavorato con speranza e passione, creando una grande ricchezza diffusa per sé e i propri figli.
Poi è arrivata la generazione del baby boom, quella di cui io faccio parte: nata insieme all’individualismo e al consumismo, è cresciuta col benessere, venendo poi investita dal vento forte della globalizzazione neoliberista.
A conti fatti, questa generazione lascia in eredità molti debiti e pochi figli.
E così si arriva alla terza generazione, quella dei miei figli – i Millennials – che oggi hanno l’età per affacciarsi alla vita adulta, ma che sono spesso costretti alla scelta tra emigrare o stare in panchina.
È nel quadro di questo percorso storico – nel quale è cambiato anche il modo di essere presenti nella società e nella politica dei Cattolici – che la questione del lavoro in Italia oggi deve essere posta.
Mauro Magatti
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Non è mai stato il lavoro a generare le grandi ricchezze. Queste sono quasi sempre prodotte dalle rendite, cioè da redditi che nascono da qualche forma di privilegio, di sopruso, di vantaggio. E le rendite generano parassiti, consumo improduttivo, da cui non nasce né lavoro né felicità per nessuno. La ‘sindrome parassitaria’ appare puntuale nei tempi di decadenza morale, quando imprenditori, lavoratori, intere categorie sociali smettono di generare oggi lavoro e flussi di reddito nuovo e investono energie per proteggere i guadagni e i privilegi di ieri.
Luigino Bruni
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La famiglia è “fuori mercato”

Nella logica del liberalismo più spinto, funzionale al consumismo, la stabilità familiare è un ostacolo

Questo fenomeno è il prodotto culturale del cosiddetto “individualismo emancipativo”, secondo cui l’individuo deve essere emancipato e libero da qualunque costrizione. In questo senso lo Stato diventa una fabbrica di diritti, dà diritti agli individui in modo che possano realizzare interessi individuali. Una sorta liberismo spinto particolarmente funzionale al mercato.
Il mercato ha bisogno di gente mobile, che cambia lavoro, che cambia gusto, che cambia casa. E questo con la relazione familiare non è compatibile.
I consumi del singolo e della famiglia non sono uguali.
Pensiamo al lavoro: se uno è single fa determinate scelte, se uno ha famiglia non può, ha altre priorità, altre esigenze. E per questo, dal punto di vista del mercato, la relazione è da condannare.
Pier Paolo Donati, Noi, famiglia e vita, marzo 2016

Amare significa perdonare

I problema di fondo oggi è che perdonare non va di moda. Si fa prima a buttare via tutto, ricominciare con una cosa nuova. È l’illusione del consumismo della quale è caduto vittima anche l’amore, non comprendendo una cosa: che il mistero del nuovo non è sostituire continuamente qualcuno ma renderlo insostituibile.

Il miracolo del perdono, quando accade, ed è sempre l’esito di un lavoro doloroso, faticoso, che esige tempo, è veramente un’esperienza di resurrezione. L’unica esperienza che noi possiamo fare, in questa vita, di fronte ad un amore morto, di fronte ad un amore che ha tradito la promessa con lo spergiuro, la menzogna, è quello di restituirgli vita con il perdono. Questa è la potenza straordinaria del perdono: restituire vita a qualcosa che pareva morto.

Massimo Recalcati

Testo tratto dalla trasmissione: Il pane quotidiano, puntata del 14 aprile 2014

La vocazione oggi

La vocazione è la naturale evoluzione di un’identità battesimale.
Non esiste una bipartizione fra quelli che hanno la vocazione e quelli che non la hanno: a tutti spetta seguire il Signore Gesù in una forma concreta. E dunque il discernimento vocazionale non è altro se non il raggiungimento della maturità che qualsiasi cristiano deve raggiungere.
Quello che è mancato in questi decenni è stata la formazione cristiana. Abbiamo centrato il nostro impegno su aspetti secondari, come le tecniche della comunicazione e gli approfondimenti psicologici, trascurando quello primario: la questione vocazionale è essenzialmente spirituale. Lo afferma anche il tema di questa cinquantesima Giornata: “Le vocazioni segno della speranza fondata sulla fede”.
La vocazione è un rapporto con Dio: non dobbiamo pensare di attirare ragazzi per realizzare semplicemente delle cose belle ed efficaci, ma per valorizzare la loro relazione con il Padre celeste».
All’origine di questa carenza di informazione c’è il fatto che, a partire da una quarantina d’anni fa, si sono indebolite due istanze formative fondamentali: da una parte la famiglia (che rimase intrappolata nel delirio del consumismo e della secolarizzazione e che non si è più ripresa la sua statura piena di luogo virtuoso formativo), dall’altra noi sacerdoti (che abbiamo continuato a parlare presupponendo la fede, e con una autorità che nessuno dava più per scontata).
Di concerto a questo vuoto, negli ultimi cinquant’anni la cultura cristiana si è sgretolata e la colpa è nostra, poiché abbiamo scelto di lasciare l’ambito culturale ad altri, cosicché le nozioni cristiane sono state svuotate e banalizzate dal di dentro.
Questa non è una crisi irreversibile perché ogni momento di crisi è anche un punto di partenza e di cambiamento. L’importante è continuare ad annunciare il Vangelo senza sconti o compromessi, evitando di cadere in due istanze estreme: da un lato, una difesa rigida della posizione, senza capacità di spiegare il dato della fede; dall’altro, l’atteggiamento di chi è disposto a trattare su tutto pur di avere ascolto.
Il nostro interlocutore d’oggi, soprattutto se giovane, è spesso più alfabetizzato di noi a livello mediatico e informatico ed è capace di porre domande sostanziali.
Questa è una potenzialità, non un problema. Le risposte che attende devono essere nitide e esplicite, riproponendo con coraggio e allegria la vita cristiana come un viaggio verso cose grandi, che ha per meta il cielo.
Don Fabio Rosini, Servizio alle vocazioni del vicariato di Roma
Tratto dal settimanale Credere, San Paolo Edizioni, n. 3 2013

La voce del silenzio

È timido, è semplice, è piemontese, anche se parla come Maradona. Chissà se gli basterà essersi chiamato Francesco per seppellire la pompa della Chiesa e la società dei consumi, entrambe degenerate a livelli insostenibili. Di sicuro uno che al suo primo affaccio dal balcone si mette in ginocchio e riesce a fare tacere per quasi mezzo minuto la folla di Roma può essere capace di qualsiasi impresa. Mezzo minuto di silenzio, cioè di spiritualità, qualcosa di molto più ampio della religiosità… per continuare la lettura
Articolo proposto da Giuliana Berardo

Rose e libri

Nel primo capitolo del libro: Il mondo nuovo di A. Huxley (1932) viene descritto il modo in cui i bambini vengono educati nel nuovo sistema di controllo che garantisce l’equilibrio – basato sui consumi – del Nuovo Mondo. I bambini, che non nascono più nelle famiglie ma nelle provette con una selezione adeguata, sono educati in gruppo e obbligati ad odiare due cose che minano il consumo continuo di beni.
Introdotti in stanze piene di rose e libri colorati, non appena cominciano a sfogliare pagine e petali, attivano assordanti allarmi dal soffitto e dolorose scariche elettriche dal pavimento. Urlano impazziti, allontanandosi da rose e libri, apparente causa del dolore. Tutto ciò è ripetuto più volte. Una volta cresciuti, in modo puramente istintivo si terranno alla larga dalla natura e dai libri. Cioè dalla realtà, perché – spiega il direttore del Centro di Incubazione e Condizionamento – stare nella natura o leggere libri è un’abitudine che non genera consumi.
Alessandro D’Avenia
La Stampa, 10 settembre 2012