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Conflitto di inciviltà

Dopo gli attentati di Parigi si è detto che il nostro “stile di vita” è sotto attacco.
Ma si tratta di uno stile davvero comune e condiviso?
Chi lo minaccia: singoli, cellule, gruppi, o tutto un sistema che crediamo in guerra permanente contro di noi?
Questo stile di vita all’occidentale può davvero rappresentare una minaccia grave per stili di vita alternativi e talvolta intolleranti?
Davvero questi attentati sono stati diretti contro simboli e forme di quello stile di vita che rappresenterebbe il “nostro” specchio identitario? E se quello specchio non riflettesse altro che il vuoto?
Oggi si vive “green”, di lavora “smart”, si studia “easy”, si mangia “light”. Tutto è lecito, perché tutto è “scelto”. Anzi: tutto è lecito se e solo se scelto. Ma chi sceglie cosa o chi? Questa “scelta” non ci porta a nient’altro che alla scelta successiva e, via di questo passo, verso il baratro. L’inferno è lastricato di scelte, non solo di buone intenzioni.
In quest’ottica, anche la vita terrorista sarebbe una scelta. Una scelta irresponsabile, violenta, ma pur sempre una scelta: è questo il rimosso che non vogliamo dire o capire.
In un certo senso, lo stile di vita non chiede altro che adesione individuale, un modo di stare al mondo che nulla dice del mondo. Lo prende così com’è e, alla lunga, lo priva di ogni valore, di ogni conflitto. Finché, da sotto la cenere, il conflitto riappare in forme esplosive.
Solitamente, uno stile di vita non è altro che adesione a un modello di un consumo: si compra un vestito nuovo, si acquista il biglietto d’ingresso a una fiera e, come supplemento, si chiede o si concede la firma su un documento che chiede “più diritti”, ma mai “più giustizia” …
Una stile di vita “vero”, al contrario, pur preservando la singolarità, insiste e manifesta uno spirito connettivo, un “interessere” e chiede al soggetto e alla sua singolarità irriducibile, non ridotto a monade, una partecipazione aperta a qualcosa ben di più esplicito e profondo: qualcosa che possiamo chiamare un senso (e forse anche un bene) comune. Qualcosa che dà, appunto, forma a una modalità di relazione, non di mera adesione e prende a sua volta forma da quella relazione.
Forse è proprio questo che gli atti terroristici – che provengono dal cuore dell’Europa e dai suoi “figli integrati” – ci svelano: la nuda impotenza degli stili di vita attuali rispetto ad altri che non abbiamo più e dinanzi a altri stili di vita che, brutalmente, avanzano e ci gettano nello sgomento.
Marco Dotti, Vita.it, 23 novembre 2015
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La non violenza

Forse la non violenza si capisce meglio precisando quello che non è e non fa.
Non si limita a rigettare le armi proprie e improprie, sa rifiutare l’odio e cerca di trasmettere al nemico questo talento.
Non rinuncia ai conflitti, li apre, ma prova a affrontarli in modo evoluto, con soluzioni in cui nessuno sia danneggiato, umiliato, battuto, soluzioni “win-win”, come insegna la teoria dei giochi.
Non vive negli interstizi lasciati liberi dal potere: lo sfida.
Non dipende dalla sua benevolenza, lo costringe semmai a essere più benevolo. Molti pensano che Gandhi potesse agire perché il governo britannico glielo consentiva; certo la Gran Bretagna non è il Terzo Reich, ma se approda a una certa tolleranza è perché il movimento non le lascia scelta fra il massacro e la trattativa.
Non è solo una pratica politica: è un modello per le relazioni fra gruppi e fra singoli.
Non è equidistante di fronte alle disparità sociali. Gandhi avversava il sistema delle caste, e se caldeggiava l’adozione di un unico tipo di abito per gli indiani, lo faceva sia per boicottare i tessuti inglesi sia per testimoniare l’uguaglianza di tutti.
Non è un dogma: visto che qualsiasi attività umana comporta una sia pur minima distruzione di vita, l’obiettivo, constata Gandhi, è limitare quanto più possibile la violenza nel mondo; lo stesso principio del non uccidere prevede delle eccezioni se uccidere è l’unico modo di salvare gli indifesi da un pericolo mortale.
Non è pavidità né remissività: richiede pazienza, mitezza, e coraggio davanti alla ferocia altrui – esiste una combattività non violenta molto temuta da chi è al potere.
Non è spontaneismo ingenuo: inventa tattiche nuove.
Non è una pratica per anime belle, capeggiata da esotici visionari, riservata a realtà con tasso minimo di tensioni interne. L’India era un paese gremito di contraddizioni, e Gandhi un leader sperimentato, abile nel negoziare e nell’organizzare grandi scene di teatro politico da esporre agli occhi del mondo. Quanto alla tipologia degli Stati, si da vita a lotte non violente persino nell’Europa sotto dominio nazista.
Non è un’esclusiva delle fedi religiose, anche se può trarne una forza straordinaria.
Non è “cosa da donne”, è universale, anzi ridefinisce i modelli di genere, valorizzando la compassione negli uomini, e nelle donne la fiducia in se stesse.
Anna Bravo; La conta dei salvati, Laterza 2013
Tratto da La Stampa, 31 maggio 2013

La grande guerra

Questo titolo è stato ricavato dalla prima pagina di “Avvenire” del 29 gennaio 2012. Aveva come occhiello: “da quattro anni un conflitto dai costi umani e sociali altissimi”.
Oggi, a commento dell’imminente summit  di Bruxelles, un giornalista RAI ha chiosato: “Se andasse male, domenica Monti convocherà una sorta di consiglio  di guerra”.
Questa lettura della crisi, anche se un po’ forte,  credo sia più che pertinente.
Ne parleremo ampiamente nel numero di dicembre della rivista, che onestamente faccio fatica ad impostare, vista la mutevolezza di ciò che accade al “fronte”.
Franco Rosada