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Scisma

La parola scisma e la sua realtà sono fra le più pesanti nell’esperienza ecclesiale.
Il termine viene usato con molta cautela sia nel difficile caso cinese, davanti alle ordinazioni illegittime di alcuni vescovi (dagli anni ’50 in poi), sia nel caso del movimento lefebvriano, nonostante il suo rifiuto di sottoscrivere il preambolo dottrinale nel 2012.
Altri vi ricorrono con qualche disinvoltura. Come A. Socci, che ritiene papa Francesco un abusivo, o V. Messori, che lo evoca nel caso di una sconfessione delle apparizioni di Medjugorje.
Nel cammino della Chiesa conciliare si è fatto il possibile per superare le fratture storiche con ortodossi, anglicani, protestanti ed evangelicali.
Sorprende che l’evocazione di un possibile scisma venga fatta in rapporto ai sinodi sulla famiglia (2014-2015). E sorprende ancora di più che a farlo sia il card. Gerhard Ludwig Müller, prefetto della Congregazione della dottrina della fede, in un intervento a Regensburg il 1° settembre scorso.
È un esempio di «strutturazione teologica al pontificato»?
Settimana, n. 31 anno 2015 

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Il vangelo dei divorziati

La dottrina non può essere cambiata – afferma Kasper – ma è soggetta anche a uno sviluppo: può essere espressa con parole nuove, può essere compresa più profondamente, può essere declinata in disciplina attraverso modalità diverse, perché è nella storia umana che il vangelo va predicato, creduto e vissuto: non cambia, ma può essere compreso meglio. Tutti sono convinti che la forma e l’identità della famiglia, mutata a più riprese nel corso dei secoli, ha conosciuto in questi ultimi decenni un profondo cambiamento legato ai nuovi approcci antropologici e alle diverse realtà sociali. E il vangelo della famiglia non può essere proposto con il linguaggio, l’intransigenza e la durezza dei tempi post-tridentini…
Fino a prima del concilio i divorziati erano ritenuti ‘pubblici peccatori’, esclusi dalla comunità cristiana, a volte persino scomunicati. Ma la Chiesa, a partire dagli anni dell’assise conciliare, ha cambiato rotta fino a renderli destinatari di una pastorale attenta, piena di cure, amorevole che non li esclude dalla comunità cristiana ma li invita a partecipare intensamente alla vita ecclesiale. È in questo cammino che vanno comprese le proposte del cardinale Kasper che si domanda se l’eucaristia – il sacramento della comunione con Cristo e con la Chiesa – non possa essere a certe condizioni per alcuni divorziati risposati un viatico per la remissione dei peccati e la viva appartenenza al corpo di Cristo…
Enzo Bianchi
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Chiesa e misericordia

Ci vengano riferite le voci di alcuni che, sebbene accesi di zelo per la religione, valutano però i fatti senza sufficiente obiettività né prudente giudizio. Nelle attuali condizioni della società umana essi non sono capaci di vedere altro che rovine e guai; vanno dicendo che i nostri tempi, se si confrontano con i secoli passati, risultano del tutto peggiori; e arrivano fino al punto di comportarsi come se non avessero nulla da imparare dalla storia, che è maestra di vita, e come se ai tempi dei precedenti Concili tutto procedesse felicemente quanto alla dottrina cristiana, alla morale, alla giusta libertà della Chiesa. A Noi sembra di dover risolutamente dissentire da codesti profeti di sventura, che annunziano sempre il peggio, quasi incombesse la fine del mondo […] Quanto al tempo presente, la Sposa di Cristo preferisce usare la medicina della misericordia invece di imbracciare le armi del rigore; pensa che si debba andare incontro alle necessità odierne, esponendo più chiaramente il valore del suo insegnamento piuttosto che condannando.
Giovanni XXIII (Gaudet Mater Ecclesia, 11 ottobre 1962)
Fonte: Agenzia Zenit, 28 ottobre 2013, Verso il Sinodo sulla famiglia 2014

Una Chiesa per i poveri

Papa Francesco rivela le ragioni della scelta del suo nome. Racconta che al Conclave sedeva vicino a lui il cardinale Hummes che, una volta raggiunto il numero di voti necessari per essere eletto e dopo l’applauso degli altri cardinali, si è accostato al nuovo Papa e gli ha sussurrato: “Non dimenticare i poveri”.
“’Non dimenticarti dei poveri!’. E quella parola è entrata qui: i poveri, i poveri! Poi, subito in relazione ai poveri ho pensato a Francesco d’Assisi. Poi, ho pensato alle guerre, mentre lo scrutinio proseguiva, fino a tutti i voti.
E Francesco è l’uomo della pace. E così, è venuto il nome, nel mio cuore: Francesco d’Assisi. L’uomo della povertà, l’uomo della pace, l’uomo che ama e custodisce il Creato, in questo momento in cui noi abbiamo con il Creato una relazione non tanto buona, no? È l’uomo che ci dà questo spirito di pace, l’uomo povero…  (2013-03-16 Radio Vaticana).
Papa Francesco fa risuonare l’idea profetica di p. Yves Congar -“La Chiesa deve essere povera e serva” – così presente nei testi del Concilio Ecumenico Vaticano II! Una Chiesa povera, una Chiesa che dialoga con gli uomini senza mondanizzarsi, sempre mantenendo la differenza cristiana (E. Bianchi, La Stampa, domenica 17 marzo 2013).
La profezia di p. Congar e di Mons. Helder Camara sulla bocca di un Papa!
Carlo Miglietta

Per un futuro ecumenico del Vaticano II

Dal convegno del 19 marzo 2012 promosso dall’Istituto Studi Ecumenici San Bernardino di Venezia
Mons. Luigi Bettazzi porta nel convegno l’esperienza diretta di un protagonista del Vaticano II. Era arrivato al Concilio nella seconda sessione, essendo stato ordinato vescovo il 4 ottobre del 1964.
La prima rivelazione – afferma – è stata quella di una Chiesa ampia e di un Concilio ‘antropologicamente’ ecumenico, con vescovi provenienti da tutte le parti del mondo, che portavano la sensibilità dei loro popoli. Dice mons. Bettazzi: “ci siamo resi conto che noi abbiamo votato, a stragrande maggioranza, delle cose a cui, quando siamo entrati, non pensavamo. Mica che fossero cose balzane! Ma nel Concilio c’era chi prima aveva pensato: la Bibbia bisogna…, la liturgia, i grandi monasteri benedettini, l’ecumenismo… I primi convertiti dal Concilio siamo stati noi vescovi. Questo ci fa capire l’importanza della Chiesa, della chiesa che matura, insieme”. E poi ancora: “Papa Giovanni aveva detto che il Concilio non doveva essere dogmatico, ma pastorale: il che sembrerebbe una diminuzione; invece, non è un meno, ma un più. Il Concilio non voleva dire delle nuove verità, ma voleva disporre gli uomini di oggi ad accogliere le verità di sempre”.
Mons. Bettazzi commenta, poi, con vivacità le quattro Costituzioni del Concilio, spiegando che nulla sui dogmi è stato cambiato, ma tutto è diverso sul piano pastorale. Così si può parlare di Continuità dogmatica e di discontinuità pastorale.
La Chiesa e la Gerarchia, che è importante e ha l’ultima parola, – ma dopo molte altre parole, non l’unica -, devono essere al servizio degli uomini per aiutarli a stare insieme nell’amore e a camminare verso Dio; nella ‘convivialità delle differenze’ come diceva don Tonino Bello. Questo è lo spirito del Concilio.