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L’amore coniugale secondo la Chiesa


Il pensiero di sant’Agostino sul matrimonio, che fu determinante per le prime riflessioni teologiche, è stato condizionato dalla difficoltà di apprezzare totalmente la positività dell’amore corporeo nuziale sacramentale, essendo l’anima “caduta” in un corpo mortale, e si è concentrato soprattutto sui “fini” dell’istituzione, ponendo al centro la procreazione e tenendo in ombra il “senso”.
La stessa vivacissima controversia che per secoli ha contrapposto fra loro i sostenitori della “unione carnale” oppure del “consenso” come elemento strutturalmente costitutivo del matrimonio è sempre rimasta prigioniera della logica dei fini.
Nella storia della Chiesa l’amore coniugale è stato come un fiume carsico, che è emerso solo in alcuni momenti particolari.
Solo con il diffondersi dell’amore romantico, l’amore diventa elemento centrale del matrimonio. Ma questo cambiamento di prospettiva non si verifica nella Chiesa ma altrove, nell’ambito della cultura laica.
Solo con il Concilio Vaticano II l’amore viene “inserito” all’interno del matrimonio, divenendone la struttura portante, “comunità di vita e di amore” (GS 48).
Tratto da Gruppi Famiglia, n.101
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I 5 anni di papa Francesco


La fatica più grande cui ci chiama Francesco non è su un contenuto o su un obiettivo, ma sulla nostra immagine di battezzati.
Avete presente quel «balzo innanzi, verso una formazione delle coscienze» profetizzato da Giovanni XXIII e deciso a Vaticano II? E stato annunciato, è stato studiato, ora tocca praticarlo. Francesco fa la sua parte. II problema è che così ci smaschera tutti.
Quando il cattolicesimo si sentì minacciato nella sua esistenza, il Papa «infallibile» divenne una pietra cui reggersi, uno scudo alle intemperie. Il cattolico sapeva di essere prima di qualsiasi altra definizione «l’obbediente al Papa» e pazienza se il prezzo era diventare nemici della libertà (di religione, di stampa…) oltre che del mondo.
In un’epoca come l’attuale che costringe a ripensare ciò che sembrava immutabile, un Papa severo con idee chiare disincaglierebbe i suoi dalle lentezze dei dubbi e offrirebbe obiettivi chiari cui uniformare la vita: alla sua ombra si riceverebbe un’identità sicura e pazienza se si sacrificherebbe la complessità del reale, ad esempio nelle sfere della sessualità o della politica.
Francesco, Invece, ha ribadito che non è compito del magistero decidere tutto (Amoris laetitia 3) e che la Chiesa si dà in un poliedro, non in un’uniformità (Evangelii gaudium 236). Ora, se il Papa non ha tutte lo risposte, tocca cercarle insieme e reggere la fatica di trovarne plurali.
Siamo pur sempre battezzati! Per questo Francesco tratta i collaboratori come adulti con cui scontrarsi e decidere, non come bambini cui dire «bravo» o dare bacchettate.
Così facendo, però, ci costringe a guardare cosa ci aspettiamo dai nostri fratelli, come viviamo i conflitti, come ci vestiamo e salutiamo, di cosa siamo capaci di scusarci. La fatica cui ci chiama Francesco è quella della conversione. E faticoso, certo, ma perché invece il Vangelo no?
Marco Ronconi, Jesus, marzo 2018

Siamo tutti “sacerdoti”

Dopo il Concilio Vaticano I da molti si riteneva che un nuovo concilio non fosse né possibile, né necessario.
Con queste premesse, il Vaticano II apparve, 50 anni fa, un vero miracolo come anche lo è stata la genesi del suo documento più importante: la costituzione dogmatica Lumen gentium.
Le bozze iniziali furono respinte, il documento venne profondamente rivisto e nacque, tra gli altri, il secondo capitolo sul popolo di Dio.
Il valore di questo capitolo è enorme perché la Chiesa, dopo essersi riconosciuta, per secoli società perfetta, cambia completamente registro.
La metafora del popolo di Dio serve a superare la dualità clero-laici, non per favorire una sorta di populismo laico, ma per far risaltare la dignità di ogni membro della Chiesa.
Questo nuovo popolo non è più fondato sulla “carne” ma sullo Spirito ed è un popolo sacerdotale.
Franco Rosada
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Una Chiesa per i poveri

Papa Francesco rivela le ragioni della scelta del suo nome. Racconta che al Conclave sedeva vicino a lui il cardinale Hummes che, una volta raggiunto il numero di voti necessari per essere eletto e dopo l’applauso degli altri cardinali, si è accostato al nuovo Papa e gli ha sussurrato: “Non dimenticare i poveri”.
“’Non dimenticarti dei poveri!’. E quella parola è entrata qui: i poveri, i poveri! Poi, subito in relazione ai poveri ho pensato a Francesco d’Assisi. Poi, ho pensato alle guerre, mentre lo scrutinio proseguiva, fino a tutti i voti.
E Francesco è l’uomo della pace. E così, è venuto il nome, nel mio cuore: Francesco d’Assisi. L’uomo della povertà, l’uomo della pace, l’uomo che ama e custodisce il Creato, in questo momento in cui noi abbiamo con il Creato una relazione non tanto buona, no? È l’uomo che ci dà questo spirito di pace, l’uomo povero…  (2013-03-16 Radio Vaticana).
Papa Francesco fa risuonare l’idea profetica di p. Yves Congar -“La Chiesa deve essere povera e serva” – così presente nei testi del Concilio Ecumenico Vaticano II! Una Chiesa povera, una Chiesa che dialoga con gli uomini senza mondanizzarsi, sempre mantenendo la differenza cristiana (E. Bianchi, La Stampa, domenica 17 marzo 2013).
La profezia di p. Congar e di Mons. Helder Camara sulla bocca di un Papa!
Carlo Miglietta

Politica e carità

C’è – ormai da qualche tempo tra la gente – molta sfiducia nei confronti dei partiti politici e delle prossime elezioni. Si ha la sensazione che sia impossibile un cambiamento sociale della nostra nazione, un vero rinnovamento.
Questo stato d’animo pessimistico è diffuso anche in tanti cristiani, che si sentono confusi e disorientati. 
Mi pare quindi utile ricordare quanto diceva il cardinale Carlo Maria Martini. Che scriveva: «La vita politica è la più alta tra le attività umane, quella che cerca di porre in atto le condizioni per il vero bene comune e il vero progresso di tutti». 
E Paolo VI affermava: «La politica è la più alta forma di carità». E’ utile ricordare a tutti quanto il Concilio Vaticano II, con grande forza profetica, ha detto: «Tutti i cristiani devono prendere coscienza della propria speciale vocazione nella comunità politica; essi devono essere d’esempio sviluppando in se stessi il senso, la responsabilità, e la dedizione al bene comune, così da mostrare con i fatti come possano armonizzarsi l’autorità e la libertà, l’iniziativa personale e la solidarietà di tutto il corpo sociale, la opportuna unità e la proficua diversità. Devono ammettere la legittima molteplicità e diversità di opzioni temporali e rispettare i cittadini, che, anche in gruppo, difendono in maniera onesta il loro punto di vista». (Gaudium et spes n. 75)
Occorre un «sussulto di responsabilità e di speranza» da parte di tutti i credenti e laici, affinché la nostra nazione ritrovi l’indispensabile speranza per la costruzione di una società più equa e giusta per tutti.
don Mario Foradini, parroco di San Secondo, Torino 

Per un futuro ecumenico del Vaticano II

Dal convegno del 19 marzo 2012 promosso dall’Istituto Studi Ecumenici San Bernardino di Venezia
Mons. Luigi Bettazzi porta nel convegno l’esperienza diretta di un protagonista del Vaticano II. Era arrivato al Concilio nella seconda sessione, essendo stato ordinato vescovo il 4 ottobre del 1964.
La prima rivelazione – afferma – è stata quella di una Chiesa ampia e di un Concilio ‘antropologicamente’ ecumenico, con vescovi provenienti da tutte le parti del mondo, che portavano la sensibilità dei loro popoli. Dice mons. Bettazzi: “ci siamo resi conto che noi abbiamo votato, a stragrande maggioranza, delle cose a cui, quando siamo entrati, non pensavamo. Mica che fossero cose balzane! Ma nel Concilio c’era chi prima aveva pensato: la Bibbia bisogna…, la liturgia, i grandi monasteri benedettini, l’ecumenismo… I primi convertiti dal Concilio siamo stati noi vescovi. Questo ci fa capire l’importanza della Chiesa, della chiesa che matura, insieme”. E poi ancora: “Papa Giovanni aveva detto che il Concilio non doveva essere dogmatico, ma pastorale: il che sembrerebbe una diminuzione; invece, non è un meno, ma un più. Il Concilio non voleva dire delle nuove verità, ma voleva disporre gli uomini di oggi ad accogliere le verità di sempre”.
Mons. Bettazzi commenta, poi, con vivacità le quattro Costituzioni del Concilio, spiegando che nulla sui dogmi è stato cambiato, ma tutto è diverso sul piano pastorale. Così si può parlare di Continuità dogmatica e di discontinuità pastorale.
La Chiesa e la Gerarchia, che è importante e ha l’ultima parola, – ma dopo molte altre parole, non l’unica -, devono essere al servizio degli uomini per aiutarli a stare insieme nell’amore e a camminare verso Dio; nella ‘convivialità delle differenze’ come diceva don Tonino Bello. Questo è lo spirito del Concilio.