Archivi tag: Conciliazione famiglia-lavoro

Non è un paese per donne

Questo non è un Paese per donne. Una su due non lavora (in Sicilia questo dato scende al 27%). L’Italia è uno dei peggiori Paesi per essere una donna lavoratrice. E non ci voleva una ricerca (Ocse) per capirlo. Basta chiedere alle tante italiane che devono conciliare lavoro, amore, cura della famiglia. È un problema di cultura ma anche di politica.
In sostanza ti dicono: hai voluto la bicicletta, adesso pedala. E bisogna pedalare tanto di più di un uomo per avvicinarsi a quel tetto di cristallo che ancora impedisce le pari opportunità. E mentre pedali con fatica devi affrontare salite ripide, come quella dell’amore. Perché ancora pochi uomini sono disposti a fare il tifo per una campionessa. Scatta la competizione che mina la freschezza di un rapporto e anche l’egoismo e l’educazione che impediscono a lui di accettare una equa distribuzione della fatica in questa corsa a due.
In pratica mentre tu pedali in salita lui non rinuncia al motorino. È sempre l’Osce che rivela come le donne in Italia dedichino 36 ore la settimana ai lavori domestici, mentre gli uomini non vanno oltre le 14, il divario maggiore tra tutti i Paesi industrializzati.
Maria Corbi, La Stampa 29 gennaio 2017
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Asili nido a tempo pieno?

Ho avuto l’opportunità di partecipare ad un interessante convegno internazionale sulla famiglia, tre giorni pieni di incontri e discussioni, una grande occasione di confronto. Quello che però mi ha colpito, in negativo, è stata una forte tendenza, da parte dei ricercatori, ad applicare uno schema ideologico sulla realtà, che catalogava le opinioni espresse come “progressive” o “traditionalist”, giudicandole così buone o cattive non tenendo conto delle scelte delle persone interpellate.
Tipico è il caso della “freedom of choice”, della libertà di scelta, davanti al modo in cui conciliare famiglia e lavoro per le giovani coppie (e le giovani donne). In molti contesti nazionali emergeva che molte famiglie vogliono stare più tempo con i propri bambini piccoli, e i genitori preferiscono congedi, o un uso forte del part-time, proprio per poter fare meglio i genitori, anziché più servizi per tornare al lavoro prima possibile.
Ma questa “libertà di scelta” veniva stigmatizzata, dai ricercatori, come espressione di un modello liberista, mentre invece sarebbe stato più “giusto” (parole dei ricercatori, sia chiaro…) che subito i bambini (tutti i bambini) venissero inseriti in asili nido a tempo pieno. Ad esempio in Finlandia si parlava anche di asili nido con pernottamento. Ma proprio la Finlandia, tra gli altri Paesi del welfare scandinavo, è la nazione dove ci sono meno famiglie che mandano i figli al nido, perché preferiscono stare con i propri figli più a lungo.
Francesco Belletti
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Quanto valgono le donne

L’organizzazione del lavoro e le imprese considerano ogni richiesta di adattamento dell’organizzazione del lavoro alle necessità famigliari una prova di scarso impegno e scarsa professionalità.
Part time reversibile, lavorare a distanza o fare orari diversi nel corso della settimana o del mese sono spesso considerati impossibili per principio.
A fronte di questa rigidità un po’ ottusa i lavoratori e le lavoratrici ricadono nella divisione del lavoro tra uomini e donne tradizionale, anche se un po’ aggiornata.
Gli uomini continuano a dedicarsi alla carriera, mentre le donne, se non abbandonano del tutto il lavoro professionale, spesso imboccano quello che anni fa qualche studiosa definì il “mommy track”, una traiettoria professionale laterale.
Ovviamente una disponibilità maggiore di servizi, orari e vacanze scolastiche non basati sulla presunzione che ci sia sempre qualcuno (una mamma) a casa, servizi di cura domiciliare per le persone non autosufficienti, sono uno strumento indispensabile per chi voglia conciliare lavoro professionale e responsabilità (ma anche relazioni) famigliari.
Così come è indispensabile che gli uomini smettano di delegare gran parte di queste responsabilità alle donne e di ritenere che la questione della conciliazione non li riguardi.
Chiara Saraceno, La Repubblica 24 settembre 2015
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Il valore della maternità

La maternità non è solo una scelta individuale: costituisce un servizio sociale di valore incommensurabile, un oggettivo investimento sul futuro che un Paese deve valorizzare. Il nucleo profondo della nostra organizzazione sociale deve “sentire” la centralità e la priorità di questa scelta facendo sì che le donne non siano più costrette a scegliere tra il lavoro e un bambino, tra la carriera professionale e la maternità. Avere fatto un bambino dovrebbe fare avanzare la carriera non ostacolarla, dovrebbe costituire punteggio nei concorsi per il contributo offerto alla crescita sociale. La maternità dovrebbe essere remunerata e sostenuta comunque, anche per chi non ha un impiego.
Eleonora Porcu; La Repubblica 1° giugno 2015
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Perché le donne non possono (ancora) avere tutto

Qualsiasi madre che lavora lo sa: c’è una non-scelta all’origine dei tanti, troppi, passi indietro professionali delle donne. Quando tutto, a cominciare dalla struttura del tempo del lavoro, ti gioca contro ti è anche fin troppo chiaro il perché “non puoi avere tutto”.
“A un certo punto ho capito: avevo passato una vita dall’altra parte della barricata a far sentire in colpa, sia pure involontariamente, milioni di donne, se non riuscivano a farsi strada nel lavoro come gli uomini e in più essere madri presenti e in gamba. Mantenendosi, è ovvio, sempre magre e belle”, scrive Anne-Marie Slaughter, giurista, che ha lasciato dopo due anni il lavoro dei suoi sogni a Washington – è stata la prima donna a capo del “Policy Plannig” del dipartimento Usa degli affari esteri – per tornare a Princeton dalla famiglia.
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Quote rosa

Viviamo in una cultura che è contro la vita in ogni suo aspetto, anche nel lavoro: il lavoro manca per gli uomini, e quanto alle donne, quando si parla di conciliazione famiglia-lavoro si parla solo di asili nido, di quote rosa, perché in nome della balla del tempo di qualità, o dell’altra balla, che i bambini di tre mesi socializzano al nido (chi l’ha detta non ha mai visto un bambino di tre mesi neanche in foto), le donne vengono incoraggiate, spinte, spesso costrette a tornare al lavoro col bambino ancora attaccato al seno.
Quando si parla di donne e lavoro si parla solo, poi, di incentivi alle industrie che assumono donne, e di quote rosa (io personalmente se mi mettono in qualche cda , evenienza per fortuna estremamente remota, mi suicido). Non si parla mai di rendere i tempi e i modi del lavoro adatti alle madri, di dare loro la possibilità di scegliere se e quanto a lungo stare a casa, per esempio con abbondanti assegni familiari, ricordando che una mamma che segue i suoi figli è un vantaggio per tutta la società.
Costanza Miriano
http://costanzamiriano.wordpress.com/2012/05/16/ripartire-dalla-bellezza/