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Democrazia e giustizia economica

L’economia globalizzata è una macchina potentissima ma fragile e instabile: è questo uno dei messaggi che la crisi che stiamo attraversando ci sta dicendo.
In particolare l’economia globalizzata crea enormi opportunità di ricchezza, ma produce anche nuovi costi, tra cui una radicale incertezza dei sistemi finanziari, e squilibri sociali più forti.
Spesso le conseguenze delle crisi le pagano settori sociali diversi da quelli che la procurano, e normalmente molto più poveri…
E’ mia convinzione che nel mondo sta maturando una crescente intolleranza nei confronti della diseguaglianza, all’interno dei singoli Paesi e tra Paesi, come se l’uomo post-moderno, informato e globale, dopo la democrazia politica oggi inizi seriamente a richiedere anche la democrazia economica, e sembra essersi accorto, con fatica e con ritardo, che la democrazia economica è parte essenziale della democrazia politica.
Infatti il mercato, essendo un ambito della vita in comune retto dalla regola aurea del mutuo vantaggio, non riesce ad assicurare la giustizia distributiva, anzi, in certo senso, se non è accompagnato da altri principi e istituzioni co-essenziali, nel tempo il mercato tende ad aumentare le diseguaglianze.
Il messaggio è semplice e chiaro: l’impresa deve essere innanzitutto uno strumento e un luogo di inclusione e di comunione, che mentre produce ricchezza si occupa anche di redistribuirla, e quindi di giustizia.
Luigino Bruni
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Di questo e di tanto altro parleremo nel numero di settembre della rivista Gruppi Famiglia dedicata a “Un mondo migliore”.

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Divorziati risposati e comunione

Quando ero bambino ho studiato il catechismo per fare la prima comunione. Era il catechismo di un Papa sicuramente antimodernista: san Pio X. Ricordo che spiegava che per ricevere l’eucaristia bisogna che l’anima sia libera dal peccato mortale. E spiegava anche cosa è un peccato mortale. Perché ci sia un peccato mortale sono necessarie tre condizioni. Ci deve essere una azione cattiva, gravemente contraria alla legge morale: una materia grave. Rapporti sessuali al di fuori del matrimonio sono senza dubbio gravemente contrari alla legge morale. Era così prima di Amoris laetitia, continua a essere così in Amoris laetitia e naturalmente anche dopo Amoris laetitia. Il Papa non ha cambiato la dottrina della Chiesa. San Pio X ci dice però anche altro.
Rocco Bottiglione, L’osservatore romano, 20 luglio 2016.
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Convivenza e matrimonio

Il numero di settembre della rivista Gruppi Famiglia sarà dedicata all’Esortazione apostolica Amoris laetitia.
Mi fa piacere condividere con voi un’anticipazione, questa bella risposta di Anna Lazzarini.
Franco Rosada

Mi sembra che AL sia arrivata un po’ in ritardo: ormai i giovani convivono, che senso ha ancora parlare di “per sempre”? Teresa
La verità del sogno di Dio sulla coppia umana non è cambiata dal momento della creazione “Dio creò l’uomo a sua immagine, a immagine di Dio lo creò, maschio e femmina li creò”(Gen 1,27) e “i due saranno una carne sola” (Gen 2,24) non è un prodotto a scadenza, qualunque siano le strade che il peccato indica alla persone.
Se l’immagine di Dio è una comunione di persone è chiaro che l’unione tra uomo e donna potrà rompersi quando si romperà tale comunione, cioè MAI!
Oggi pare che l’affermazione del proprio io sia il percorso verso la felicità: l’esatto opposto di quanto propone il Vangelo che non è mai contro la gioia dell’uomo!
Il ‘per sempre’ non parte da un comando esterno: è un discorso di mistica, non di legge che risponde alla profonda esigenza dell’amore vero, non di quello che, in realtà, è solo un egoismo scambiato a due, dove ognuno, in qualche modo, usa l’altro per stare bene lui.
Pensa a quanta letteratura e musica sono nate dalla sofferenza per un amore perduto: questo ci dice quanto il “per sempre” sia insito nel nostro profondo… poi ci sono le paure, la mode, la scarsa catechesi, spesso l’assenza di testimonianza e di educazione alla Fede.
Temere un impegno riconosciuto e rinunciare al Sacramento sono una perdita, non una ricerca della gioia!
Anna Lazzarini

Il peccato mortale

La Comunione non è un premio per chi è particolarmente virtuoso (chi, in questo caso, potrebbe riceverla senza essere un fariseo?), ma è invece il pane del pellegrino che Dio ci porge in questo mondo, che ci porge dentro la nostra debolezza.
Per la persona che lavora la Comunione domenicale dovrebbe rappresentare la norma, mentre la Confessione, a seconda della disposizione, potrà essere sufficiente praticarla mensilmente o addirittura trimestralmente.
Affermare che non sarebbe possibile per il normale cristiano vivere senza cadere in peccato mortale così a lungo è un’asserzione che significa, a un tempo, avere una considerazione troppo bassa del normale cristiano e una considerazione falsamente elevata del peccato mortale.
Un cristiano che si sforza sinceramente di vivere come cristiano non vive in stato di peccato mortale, peccato questo che non accade incidentalmente e marginalmente: qualcosa che accade incidentalmente, proprio per questo non è peccato mortale.
Credo che, qui dovremmo veramente mostrare più coraggio e più fede.
Joseph Ratzinger, Avvenire 29 maggio 2016.
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Corpus Domini

A cosa serve il pane nella vita quotidiana? La risposta è facile: è un alimento.
Dunque non è da guardare, ma da mangiare.
Cristo è restato non per essere adorato, ma soprattutto per essere ricevuto.
Nella normale alimentazione, l’uomo è più forte del cibo. Nell’Eucaristia, il nutrimento, vale a dire Cristo, è più forte ed è più di noi, così che possiamo uscire da noi stessi, giungere oltre noi e divenire come Cristo.
Il senso primario della Comunione non è l’incontro del singolo con il suo Dio – per questo ci sarebbero anche altre vie – ma proprio la fusione dei singoli tra loro per mezzo di Cristo.
la Chiesa non è un partito e non è un apparato politico, ma è comunità nel Corpo del Signore.
Joseph Ratzinger, Avvenire 29 maggio 2016.
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Quei corsi per sposarsi

…La domanda della giornalista [sull’aereo nel viaggio di ritorno dal Messico] è provocatoria: “La Chiesa misericordiosa ha più facilità a perdonare un assassino che non un divorziato?”. Francesco, apprezzando la domanda “plastica”, annuncia che l’argomento è approfondito nel documento post-sinodale “che uscirà forse prima di Pasqua”. Poi ribadisce che “la pastorale delle famiglie ferite” è una delle più forti “preoccupazioni” della Chiesa, come lo è pure una adeguata preparazione al matrimonio. “Pensi che per diventare prete ci sono 8 anni di studio, di preparazione e poi, dopo un certo tempo, se non ce la fai chiedi la dispensa, te ne vai ed è tutto a posto. Invece per fare un sacramento che è per tutta la vita servono 3 o 4 conferenze…”. I “matrimoni riparatori tante volte sono nulli”, aggiunge il Pontefice, ricordando che a Buenos Aires “come vescovo ho proibito ai sacerdoti di fare questo. Che nasca il bambino e che rimangano fidanzati. Quando si sentono di sposarsi per tutta la vita che vadano avanti”.
Sull’accesso ai sacramenti per i divorziati risposati – incontrati nell’appuntamento a Tuxtla Gutierrez – il Papa precisa che “integrare nella Chiesa queste famiglie non significa fare la comunione”. “Io – sottolinea – conosco cattolici risposati che vanno in chiesa tre o quattro volte all’anno. ‘Eh, ma io voglio fare la comunione’, come se la comunione fosse una onorificenza… Un lavoro di integrazione: tutte le porte sono aperte, ma non si può dire più possono fare la comunione, questo sarebbe una ferita anche ai matrimoni, perché non gli farà fare, alla coppia, quella strada di integrazione”.
Zenit, 18 febbraio 2016
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La famiglia che esce dal Sinodo

Il Sinodo ha discusso di famiglie e relazioni: ma ha visto accadere due cose immensamente più importanti.
Restituendo ai vescovi il giudizio sulla nullità Bergoglio non ha cambiato lo status dei divorziati, ma ha fatto un silenzioso, enorme atto di riforma del papato. Dal secolo XI il Pontefice ha sempre sottratto potestà dei vescovi e invocando motivi solidi o meno. Paolo VI restituì qualche facoltà in ossequio al Vaticano II. Mai da mille anni un Papa aveva ceduto poteri di sua volontà. Facendolo, Francesco ha detto a padri e madri sinodali che il loro compito non è spingere il Papa a destra o a sinistra, ma fare un «balzo innanzi» nella propria fedeltà al Vangelo.
Inoltre, semplicemente restando seduto in Sinodo, ha compiuto un altro atto di riforma enorme riguardante la sinodalità della Chiesa. Il progressismo teologico invocava negli anni Settanta la «democratizzazione» della Chiesa: dimenticando che la sinodalità è molto più della democrazia: perché fa appello non alla sovranità, ma alla comunione.
La sinodalità è rimasta un tabù nella Chiesa cattolica per decenni. La Chiesa di cui il Papa è primate, quella italiana, un Sinodo non l’ha mai fatto, per ora. Lo stesso Sinodo dei vescovi, nonostante il nome, non è mai stato altro che organo consultivo, che consegnava al Papa i propri antagonismi perché lui mediasse. Francesco ha agito sul Sinodo facendone, a norme invariate, un organo di collegialità effettiva e di rango quasi-conciliare.
La collegialità (realtà di diritto divino per il cattolicesimo) si esprime nel concilio, ma non solo. Francesco sa per esperienza che le assemblee episcopali esprimono un intuito autorevole di fede; e sa che la sinodalità si può esprimere solo in un clima di «parresia» (la franchezza nell’esprimersi, ndr). E ha scoperto che basta che il Papa sieda in un organo perché il sub Petro e il cum Petro cessino di essere cautele limitative e diventino garanzia di comunione.
Riformando il papato e restaurando la sinodalità ecclesiologica il Papa ha mostrato che almeno una famiglia esce da questo Sinodo più libera e più forte: la famiglia della Chiesa. Le altre di conseguenza.
Alberto Melloni, Corsera, 23 ottobre 2015
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