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Una Chiesa solo di NO?

Molti tendono a rappresentare la Chiesa come un grande ‘no’: a libertà, uguaglianza, amore, giustizia, parità; agiscono da filtro e impediscono di vedere il grande ‘si’ che invece la Chiesa dice a tutti questi valori.
La buona notizia è che, per quanto secolarizzata, la società occidentale è fortemente – sebbene spesso inconsapevolmente – intrisa di valori cristiani: pertanto ripartire dal valore cristiano che, credenti e non, abbiamo in comune, per mostrare che non abitiamo pianeti diversi ma che in gran parte abbiamo aspirazioni simili, è il primo passo per ridurre le distanze e riaprire quel dialogo che oggi sembra così difficile.
Ottenuto l’ascolto, potremo introdurre una prospettiva morale più ampia e riflettere insieme in un’ottica di bene comune. In fondo, chi cambia idea su un determinato argomento lo fa quando un pregiudizio viene smontato, se non perfino rovesciato, da qualcosa – o più facilmente da qualcuno – che l’ha contraddetto. Ecco, noi dobbiamo cercare di essere quella contraddizione quando spieghiamo la causa della Chiesa.
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10 consigli per i papà

Il primo dovere di un padre verso i suoi figli è amare la madre. La famiglia è un sistema che si regge sull’amore. Non quello presupposto, ma quello reale, effettivo. Senza amore è impossibile sostenere a lungo le sollecitazioni della vita familiare. Non si può fare i genitori “per dovere”. E l’educazione è sempre un “gioco di squadra”. Nella coppia, come con i figli che crescono, un accordo profondo, un’intima unione danno piacere e promuovono la crescita, perché rappresentano una base sicura. Un papà può proteggere la mamma dandole in “cambio”, il tempo di riprendersi, di riposare e ritrovare un po’ di spazio per sé.
Il padre deve soprattutto esserci. Una presenza che significa “voi siete il primo interesse della mia vita”. Affermano le statistiche che, in media, un papà trascorre meno di cinque minuti al giorno in modo autenticamente educativo con i propri figli. Esistono ricerche che hanno riscontrato un nesso tra l’assenza del padre e lo scarso profitto scolastico, il basso quoziente di intelligenza, la delinquenza e l’aggressività. Non è questione di tempo, ma di effettiva comunicazione. Esserci, per un papà vuol dire parlare con i figli, discorrere del lavoro e dei problemi, farli partecipare il più possibile alla sua vita. E’ anche imparare a notare tutti quei piccoli e grandi segnali che i ragazzi inviano continuamente.
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Famiglia e comunicazione

«Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: “Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo!”» (vv. 41-42).
Anzitutto, questo episodio ci mostra la comunicazione come un dialogo che si intreccia con il linguaggio del corpo. La prima risposta al saluto di Maria la dà infatti il bambino, sussultando gioiosamente nel grembo di Elisabetta. Esultare per la gioia dell’incontro è in un certo senso l’archetipo e il simbolo di ogni altra comunicazione, che impariamo ancora prima di venire al mondo.
Il grembo che ci ospita è la prima “scuola” di comunicazione, fatta di ascolto e di contatto corporeo, dove cominciamo a familiarizzare col mondo esterno in un ambiente protetto e al suono rassicurante del battito del cuore della mamma. Questo incontro tra due esseri insieme così intimi e ancora così estranei l’uno all’altra, un incontro pieno di promesse, è la nostra prima esperienza di comunicazione. Ed è un’esperienza che ci accomuna tutti, perché ciascuno di noi è nato da una madre.
Anche dopo essere venuti al mondo restiamo in un certo senso in un “grembo”, che è la famiglia. Un grembo fatto di persone diverse, in relazione: la famiglia è il «luogo dove si impara a convivere nella differenza» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 66). Differenze di generi e di generazioni, che comunicano prima di tutto perché si accolgono a vicenda, perché tra loro esiste un vincolo. E più largo è il ventaglio di queste relazioni, più sono diverse le età, e più ricco è il nostro ambiente di vita. È il legame che sta a fondamento della parola, che a sua volta rinsalda il legame.
Le parole non le inventiamo: le possiamo usare perché le abbiamo ricevute. E’ in famiglia che si impara a parlare nella “lingua materna”, cioè la lingua dei nostri antenati (cfr 2 Mac 7,25.27). In famiglia si percepisce che altri ci hanno preceduto, ci hanno messo nella condizione di esistere e di potere a nostra volta generare vita e fare qualcosa di buono e di bello. Possiamo dare perché abbiamo ricevuto, e questo circuito virtuoso sta al cuore della capacità della famiglia di comunicarsi e di comunicare; e, più in generale, è il paradigma di ogni comunicazione.
Papa Francesco
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Giovani mogli felici

Otto punti cruciali che dopo 15 anni di matrimonio vorrei dire a me stessa se dovessi sposarmi oggi
1. Il matrimonio non è una bacchetta magica. Il matrimonio non risolverà tutti i problemi irrisolti che avevi prima di sposarsi.Quelle piccole cose che ti stavano sui nervi prima del matrimonio e su cui non hai mai detto niente, potranno solo aumentare. Non scompaiono magicamente. Quindi inizia ad esprimerti apertamente e onestamente, ma soprattutto, con amore.Qualsiasi problema hai, lo puoi risolvere con l’amore e la comunicazione, usati insieme.
2.Tutti i matrimoni non sono stati creati uguali. Non ce n’è di un solo tipo. Chiedi consigli sul matrimonio a coloro che sono più saggi e più esperti (e soprattutto sono felici).Ma non provare a copiare ogni cosa, in modo pedestre. Prendi consigli ed esempi, ma adattali per rendere il tuo matrimonio unico.
3.I tuoi giorni egocentrici sono finiti (o almeno, stanno per finire). L’egocentrismo non si abbina al matrimonio.Il matrimonio è dare e avere e se ti concentri solo sull’avere, puoi mettere il tuo matrimonio in una brutta situazione. Smetti di essere viziata, e impara a migliorare e perseverare, soprattutto quando sai di essere nel torto.
4.Avere bambini cambia le cose. Prima di avere figli, si può andare e venire come pare e senza pensarci due volte.È possibile fare quello che vuoi e dormire fin che ne hai voglia. Avere figli dopo il matrimonio è la cosa più bella del mondo. Ma è necessario essere preparati al fatto che le cose cambieranno… per il meglio. I bambini fanno crescere un po’ e fanno tirare su i “pantaloni”. Improvvisamente, ti curi più dei bambini che del tempo dedicato a dormire o a fare i fatti tuoi.
5.Concentrarsi sulle cose che contano. Dopo nove anni di matrimonio ho (quasi) dimenticato che parte della mia torta nuziale cadde per terra e che non era la torta quattro livelli che avevo sognato (e pagato ). Ho anche (quasi) dimenticato che abbiamo dovuto rimettere in scena il nostro matrimonio sei mesi dopo, per poter avere tutte le foto non siamo riusciti a fare il giorno del vero matrimonio.Col senno di poi, ho avuto modo di indossare il mio vestito con il mio lunghissimo velo ben due volte in meno di un anno, quando la maggior parte delle spose li indossa una volta sola.
6. Impara a parlare tuo marito, non lui. Quando capirai questo le vostre conversazioni e discussioni saranno molto più fruttuose. Anche se alcuni suoi comportamenti possono sembrare quelli di un bambino, ricordati che non è tuo figlio né dovrebbe essere trattato come se lo fosse.L’umiltà e il rispetto permettono un lungo cammino insieme.
7.Non puoi dire tutto alle tue amiche. Il tuo compito è di proteggere la reputazione di tuo marito.Quindi stai attenta a ciò che condividi con altre persone, anche se sono le tue amiche più intime. Devi avere il massimo impegno e stima nei confronti del tuo sposo.
8. Il matrimonio ti cambierà. E questo va bene. Ma non è più possibile stare fuori tutta la notte con le tue amiche regolarmente, o partecipare a pigiama party in cui si alza il gomito (anche se a volte è necessario). Potresti trovarti meglio trovando nuove amiche, amiche sposate che possono capire e parlare la tua nuova lingua.
Christine St. Vil, June 1, 2014
http://www.happywivesclub.com/

Il silenzio e la parola

La frase del pastore e teologo Dietrich Bonhoeffer “Facciamo silenzio solo per amore della Parola” sintetizza più di ogni altra considerazione il messaggio di Benedetto XVI, inviato a gennaio per la giornata delle comunicazioni sociali del 20 maggio, alla chiesa universale e a tutti coloro che desiderano confrontarsi, con serietà, responsabilità e libertà sul tema dell’informazione. La parola non sempre ci fa pensare a ciò che diciamo o fingiamo di ascoltare. La relazione tra persone, la ricerca di una sintesi nella complessa babele di parole che ci travolgono a tutti i livelli è necessaria per vivere e non sopravvivere all’urto dell’immanente flusso presente di fatti e vicende.
L’anima e la mente hanno bisogno di silenzi e riflessioni, individuali e comunitarie, anche nell’ambito di ciò che di più prezioso abbiamo ricevuto in dono. A causa delle attuali dinamiche della comunicazione siamo sommersi da un flusso continuo di domande e risposte, spesso anzi di risposte non richieste, che vorrebbero anticipare e indurre questioni di nessuna utilità…
Luca Rolandi
Per continuare la lettura: www.rivistamissioniconsolata.it numero 5, maggio 2012, p.27