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Qualcosa potrebbe cambiare


Ci siamo ripetuti sino alla nausea che “tutto cambierà” a causa della pandemia. E che la sfida, d’ora in poi, è quella di cambiare le cose in meglio: più salute, più giustizia, più rispetto.
C’ qualcosa, qui in Italia, che si può mettere in cantiere subito e non richiede investimenti miliardari, ma solo onesta volontà di sgombrare un bel po’ di ombre dalla vita e dalle attività del Paese.
Si tratta di riconoscere che persone e lavoratori di origine straniera ora, appunto, ridotti legalmente a ombre hanno invece volto e corpo, chiari diritti e chiari doveri. Si tratta, insomma, di dare regole e status, controlli e garanzie a chi vive e lavora nell’irregolarità. Parliamo di circa 600 mila donne e uomini (metto le donne per prime non solo e non tanto per cortesia, ma perché sono la maggioranza delle persone di cui stiamo parlando).
Qualcuno già parla di “sanatoria”, magari storcendo naso e bocca come se si stesse confezionando un regalo per personaggi che non lo meritano.
Ma stiamo parlando di braccianti agricoli necessari ai nostri campi, di autotrasportatori che portano le mostre merci, di muratori e manovali impegnati nei nostri cantieri. Stiamo parlando di un vero esercito di badanti e collaboratrici familiari, donne che abitano e servono l’intimità delle nostre famiglie.
Per davvero qualcuno ritiene che di loro si possa fare a meno?
Marco Tarquinio, Avvenire, 19 aprile 2020
P.S. Nel 2002 il Governo Berlusconi II (in carica dal 2001 al 2005), in parallelo all’approvazione della legge Bossi-Fini regolarizzò 200.000 immigrati.

I poveri che non vediamo


La povertà è intorno a noi, ci circonda ma non la vediamo. Non abitiamo nei posti “giusti” e non abbiamo nessuna viglia di andarla a cercare.
Poi andiamo al cinema, a vedere un film libanese, e ci ritroviamo immersi fino al collo in questa povertà.
Ci possiamo illudere che sia così solo in Libano ma sappiamo che non è vero.
La storia che ci propone Nadine Labaki è universale: si è poveri perché profughi, perché immigrati clandestini, perché nati in una famiglia povera, perché semplicemente si è disgraziati (per colpa nostra o di altri).
Andate a vedere Cafarnao al cinema, e poi ne riparliamo.
Franco Rosada

Bare galleggianti

L’attore Johnny Depp ha cercato di far entrare, illegalmente, in Australia i suoi due cani, aggirando la quarantena per gli animali domestici. Il governo ha reagito «o li porti via o li abbattiamo», la star di Hollywood ha noleggiato un aereo e salvato i cuccioli. Se la sono cavata meglio di migliaia di migranti che provano a sfuggire alla miseria dall’Asia e che la tolleranza zero dell’Australia contro i clandestini costringe all’Odissea nel Pacifico. Sulla rivista The New Republic la commentatrice australiana Chloe Angyal nota il paradosso, un Paese che si vanta nell’inno nazionale di «aprire la terra a chi viene dal mare». E invece, con il premier Tony Abbott, allontana i disperati dal Bangladesh e Myanmar dopo 2800 chilometri di terribile navigazione nell’Oceano Pacifico. Le carrette rispedite indietro dalle cannoniere affondano, chi non muore langue in campi di raccolta, tra stupri, sevizie, malattie, racket.
È questo il «modello Australia», linea dura sull’emigrazione, che la leader populista francese Marine Le Pen introdurrà se eletta all’Eliseo. Ieri il premier britannico David Cameron ha pagato il pegno della rielezione, attaccando l’emigrazione clandestina, lamentando l’aumento degli ingressi nel Regno Unito del 52%, tra il 2013-2014 318.000 emigranti, e assicurando che taglierà le quote anche per «i cervelli» specializzati a meno di 20.700 l’anno.
Indonesia e Malesia imitano l’Australia e chiudono ai «dannati della terra» di Bangladesh e Myanmar, soprattutto i poverissimi della minoranza Rohingya. L’Onu ottiene una tregua di 12 mesi per soccorrere i naufraghi, dalle navi sbarcano scheletri. Ad Auschwitz liberata 70 anni fa il grido «Mai più», guardate invece i blog dal Pacifico…
Gianni Riotta, la Stampa, 22 maggio 2015
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