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Chiesa e post-pandemia


La pandemia ha svelato il nostro modo di essere Chiesa. E ha sì mostrato germogli di novità – le preghiere e le liturgie familiari e la capacità della ‘Chiesa col grembiule’ di essere attraente più che le Messe in streaming – ma anche modelli ecclesiali che non reggono più. Ha sottolineato la crisi dei vecchi automatismi nella trasmissione della fede.
E quando la nuova crisi economica post-Covid produrrà più poveri di quelli che già ci sono, quando i disoccupati busseranno alla porta delle parrocchie, che parola diremo loro? Gli parleremo dell’orario della Messa di mezzanotte? O sapremo ricordarci delle madri e dei padri? Di Dorothy Day, che negli Stati Uniti della Grande Crisi s’inventò un’accoglienza davvero ‘benedettina’ per migliaia di disoccupati… O di Alberto Hurtado, il santo gesuita che nel Cile degli anni Quaranta del Novecento aprì una miriade di Hogar de Cristo, ambienti familiari per quanti non avevano più lavoro, né casa né famiglia.
Alberto Guasco, Avvenire, 13 dicembre 2020

R.I.P.


Le Chiese primitive hanno la coscienza di essere delle comunità tra loro in Comunione (koinonia).
Concepiscono la Pace come appartenenza alla comunità cristiana. Infatti sulle tombe la scritta “Riposa in Pace” aveva il senso che questo tale riposa unito alla comunità cristiana. Avevano, infine, la coscienza di essere delle comunità di Amore, di Agape.
Con questo vocabolario le Chiese dicono a tutti che i cristiani sono in comunione tra loro e membri di un’unica comunità superiore e che tra loro fanno comunione.
Fonte: https://digilander.libero.it/longi48/Chiesa%20Antica.html

 

Oltre la dottrina sociale della Chiesa


Il venire meno della classica razionalità politica moderna, unito all’imperiosa egemonia delle potenze tecno-finanziarie, con la conseguente estinzione del cosiddetto «stato sociale» e la produzione sistemica di disuguaglianze e ingiustizie a livello globale e locale, chiedeva obiettivamente alla Chiesa cattolica lo sforzo di una riconfigurazione di quella che fino a prima di questa enciclica si chiamava la dottrina sociale della Chiesa.
Termine che, appunto, non compare nel testo Fratelli tutti di Francesco – e questo non per allergia personale dell’attuale pontefice verso tutto ciò che sa di dottrinario. Non compare perché il sistema di riferimento che ne permetteva l’articolazione è imploso, scomponendosi in un rivolo di frammenti disgiunti che sembrano essere impossibili da governare.
L’enciclica assume, cordialmente e con coraggio, la sfida di proporre una nuova architettura del mondo e delle relazioni umane, superando l’inerzia cinica che afferma l’impossibilità di ogni ordinamento alternativo a quello attualmente imperante: “Desidero tanto che, in questo tempo che ci è dato di vivere, riconoscendo la dignità di ogni persona umpana, possiamo far rinascere tra tutti un’aspirazione mondiale alla fraternità”.
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Gente di poca fede


Negli anni Novanta poco meno della metà dei cittadini del Belpaese ogni giorno ricavava qualche minuto per una preghiera personale: nel 2017 a malapena uno su quattro. Uno su venti pensava che in Dio credessero solo le persone più ingenue e illuse; oggi è l’idea del 23%. Il trend di chi non si riconosce in alcuna fede è un più 30%, che equivale a un quarto della popolazione, mentre è diminuita dall’80% al 65% la percentuale di chi ritiene che la religione sia determinante per trovare il senso della vita. Dio esiste? Oggi risponde no un terzo degli italiani, alla fine del secolo scorso era il 10%, la cifra è triplicata. Il motivo principale? «Se davvero esistesse un dio, non permetterebbe la diffusione del male, delle tragedie, delle calamità e delle ingiustizie nel mondo». E poi ancora altri dati, superiori al recente passato, che evidenziano una certa paura del futuro e un ritorno al pensiero di una presenza del maligno nelle pieghe della storia e dell’esistenza contemporanea.
Luca Rolandi
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Un piccolo resto


Avremo presto preti ridotti al ruolo di assistenti sociali e il messaggio di fede ridotto a visione politica. Tutto sembrerà perduto, ma al momento opportuno, proprio nella fase più drammatica della crisi, la Chiesa rinascerà. Sarà più piccola, più povera, quasi catacombale, ma anche più santa. Perché non sarà più la Chiesa di chi cerca di piacere al mondo, ma la Chiesa dei fedeli a Dio e alla sua legge eterna. La rinascita sarà opera di un piccolo resto, apparentemente insignificante eppure indomito, passato attraverso un processo di purificazione. Perché è così che opera Dio. Contro il male, resiste un piccolo gregge.
Joseph Ratzinger
(citazione dall’ultimo di cinque discorsi radiofonici dell’autore, andato in onda il giorno di Natale del 1969 per la “Hessian Rundfunk. I discorsi sono stati pubblicati dalla Ignatius Press nel volume “Faith and the Future”, nel 2009)

Una “nuova” Chiesa


Premetto che io alla messa ci tengo tantissimo, è “culmen et fons”. È dal 19 marzo non celebro e mi manca. La messa per me è gioia e rigenerazione. Detto questo osservo che per molti il sogno è tornare alla chiesa di prima. È un atteggiamento che rispetto, ma questa epidemia è talmente enorme che non può essere considerata come una parentesi. Non si può tornare come prima.

Io credo ai segni dei tempi. Ovviamente questa malattia non è stata mandata da Dio, ma anche in questa pandemia Dio parla e dobbiamo capire che cosa ci dice.

Ho visto, ad esempio, preti che mandano pensieri di riflessione ai fedeli, molti hanno trasmesso la messa in streaming, seguita in famiglia anche da gente che in chiesa non ci andava più. La gente ha ripreso a pregare in famiglia. L’avevo già visto all’inizio della quaresima con l’appuntamento in streaming “Prepariamo cena con il vescovo” seguito da moltissime persone. L’anno prossimo, anche se non ci saranno restrizioni, lo rifarò: che bello che la gente faccia un momento di preghiera prima di cena.

E poi in tanti, ogni giorno, seguono la messa del papa. Sono piccoli segni, dobbiamo lavorarci su, accentuando la dimensione famigliare e domestica.

La messa della domenica da sola rischia di diventare una parentesi nella settimana. Una comunità che prima della pandemia aveva solo la messa è finita. Nelle comunità deve crescere la dimensione famigliare, ritornare a fare Lectio divina e meditare sulla Parola di Dio.

Basta formalismi! Ci ricordiamo che ci lamentavamo che la gente non veniva più a messa? Quella è la chiesa vecchia. Io combatterò quella chiesa lì che non è la chiesa dell’Evangelii gaudium. Voglio dare una contributo perché la chiesa diventi quella sognata da Papa Francesco.

vescovo Derio Olivero, Pinerolo, 12-5-2020

Noi e il mistero


Questa epidemia è volere di Dio e a Lui dobbiamo rivolgerci? Oppure non serve pregare ma solo praticare la carità e confidare nelle nostre forze?
Di fronte ai nostri limiti è la dimensione misterica che siamo chiamati a riscoprire in questi giorni.
Un dimensione presente in noi, divisi come siamo tra la tensione verso l’Alto e la presunzione di bastare a noi stessi, tra fiducia nella scienza e la paura inconfessabile annidata in fondo al cuore.
Una dimensione presente nella Chiesa, che non è solo rito, carità, devozione ma è anche luogo del disvelamento del mistero di Dio; che non è solo certezze, dogmi, ma anche dubbio, oscurità.
Il mistero della Chiesa è Cristo e il suo Vangelo, mai capito, mai fatto nostro del tutto, quando non ignorato o sottovalutato.
Franco Rosada

Le tre nascite di Cristo


Fin dai tempi degli antichi padri d’oriente e d’occidente, la tradizione della chiesa cattolica ha meditato su queste tre nascite o venute del Signore. Sulla base di esse, i sacramentari gelasiano e gregoriano introdussero le tre messe di Natale: notte, aurora e giorno.
A Natale il cristiano ricorda la nascita del Signore a Betlemme, attende la Sua venuta nella gloria e accoglie la Sua nascita in sé. Angelo Silesio, mistico del Seicento, affermava: «Nascesse mille volte Gesù a Betlemme, se non nasce in te, tutto è inutile».
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La Chiesa è donna, sposa, madre


«Ascoltando la dottoressa Ghisoni ho sentito la Chiesa parlare di se stessa. Cioè – spiega Bergoglio – tutti noi abbiamo parlato sulla Chiesa. In tutti gli interventi. Ma questa volta era la Chiesa stessa che parlava».
Non è solo una questione di stile, è «il genio femminile che si rispecchia nella Chiesa che è donna». E poi il Papa precisa: «Invitare a parlare una donna non è entrare nella modalità di un femminismo ecclesiastico, perché alla fine ogni femminismo finisce con l’essere un machismo con la gonna». No. Ascoltare una donna che riflette «sulle ferite della Chiesa è invitare la Chiesa a parlare su se stessa, sulle ferite che ha». E questo per il Papa è il passo da «fare con molta forza: la donna è l’immagine della Chiesa che è donna, è sposa, è madre. Uno stile». Senza il quale «parleremmo del popolo di Dio ma come organizzazione, forse sindacale, ma non come famiglia partorita dalla madre Chiesa».
Fonte: https://www.lastampa.it/2019/02/23/esteri/la-scossa-di-francesco-la-chiesa-donna-e-ha-il-genio-femminile-SNHOzod9M7ZlJSe8ZOYFPO/pagina.html

L’amore coniugale secondo la Chiesa


Il pensiero di sant’Agostino sul matrimonio, che fu determinante per le prime riflessioni teologiche, è stato condizionato dalla difficoltà di apprezzare totalmente la positività dell’amore corporeo nuziale sacramentale, essendo l’anima “caduta” in un corpo mortale, e si è concentrato soprattutto sui “fini” dell’istituzione, ponendo al centro la procreazione e tenendo in ombra il “senso”.
La stessa vivacissima controversia che per secoli ha contrapposto fra loro i sostenitori della “unione carnale” oppure del “consenso” come elemento strutturalmente costitutivo del matrimonio è sempre rimasta prigioniera della logica dei fini.
Nella storia della Chiesa l’amore coniugale è stato come un fiume carsico, che è emerso solo in alcuni momenti particolari.
Solo con il diffondersi dell’amore romantico, l’amore diventa elemento centrale del matrimonio. Ma questo cambiamento di prospettiva non si verifica nella Chiesa ma altrove, nell’ambito della cultura laica.
Solo con il Concilio Vaticano II l’amore viene “inserito” all’interno del matrimonio, divenendone la struttura portante, “comunità di vita e di amore” (GS 48).
Tratto da Gruppi Famiglia, n.101
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