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Mortali e peccatori


Questo cesto è un particolare di un dipinto del Caravaggio: Cena in Emmaus.
Questo cesto ha una particolarità: sporge dal tavolo, è in bilico. Il cesto di frutta è simbolo della vita intera. Qui rappresentata in bilico. Basta un nulla a far cadere quel cesto. Perché così è la vita degli umani. Sempre sospesa…
Siamo sempre in bilico, sempre in bilico tra la vita e la morte. Non abbiamo la vita nelle mani, non siamo in grado di autofondarci. Ma se davvero il Signore è Risorto allora sappiamo che il nulla, il male e la morte non sono l’ultima parola. Possiamo giocarci con fiducia la vita, guardare con fiducia il futuro. Perché Gesù Cristo è il Signore, il Vincitore…
In secondo luogo la frutta del dipinto porta i segni della caducità: la mela è bacata, le foglie dell’uva sono ingiallite, il fico è spaccato. Infatti nessuno è perfetto, siamo tutti un po’ bacati.
Ogni volta che ci sediamo a tavola dobbiamo riconoscere che nella giornata trascorsa abbiamo ceduto spesso al male: una parola mal detta, un gesto scortese, momenti di pigrizia, scelte egoiste, giudizi avventati, insincerità. Oppure a tavola troviamo persone “bacate”, che ci hanno offeso, sono state sgarbate con noi, non ci sono state vicine. La tavola diventa un’ottima occasione per riconciliarci: chiedere scusa e donare perdono. E ripartire.
Derio Olivero, Vescovo di Pinerolo (TO)
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Tutti a tavola! E la preghiera?

Oggi siamo abituati ai 4 salti in padella, per dire: “non perdete tempo a cucinare, dimezzate i minuti, ottimizzate i tempi, fate in fretta”.
Non di rado si assiste che in quella mezz’ora dedicata alla cena la Tv sia l’unica parola, che l’attenzione sia tutta rivolta a lei, che qualcuno si alzi prima che il pasto sia concluso per ritirarsi in camera ad ascoltare musica, che il telefono squilli tra una portata e l’altra e che il cellulare di tutti regni incontrastato sulla tavola e lampeggi continuamente.
Invece la cena dovrebbe essere un momento d’incontro, di scambio, d’ascolto. Potrebbe diventare un momento in cui anche il nostro cuore, i nostri rapporti, possano ricevere nutrimento. Radunarsi intorno all’altare domestico insieme, senza quella fretta che caratterizza ormai le nostre giornate, sarebbe fondamentale e potrebbe diventare una preziosa opportunità per pregare insieme.
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Non tirarsi indietro

Quante volte, alla fine del week-end, ci sentiamo più stanchi del venerdì sera? A noi capita quasi tutte le domeniche. Il sabato mattina la scuola dei bambini ha organizzato l’incontro con le famiglie, la vendemmia, il giorno della caldarrosta o la recita di Natale; il sabato pomeriggio ci sono le feste di compleanno di qualcuno dei compagnetti di classe dei nostri tre bimbi o di qualche cuginetto e il concomitante impegno settimanale in parrocchia; a seguire, se ci stiamo con i tempi, la santa messa, che altrimenti seguiremo l’indomani mattina, quando i bambini sono ancora “freschi” e meno irrequieti. La cena del sabato è l’occasione per incontrarsi con gli amici che spesso trascuriamo; così, escluso il momento della celebrazione eucaristica, anche la domenica è dedicata agli “obblighi sociali”. Vediamo i nonni, incontriamo gli amici che hanno avuto dei bimbi, facciamo le visite di condoglianza, siamo a pranzo o a cena da questo o quell’amico che non vediamo da molto. Da qualche tempo si è aggiunta la necessità di condividere il dolore e la solitudine di un crescente numero di amici che sta patendo la sofferenza della separazione coniugale. La sera del giorno del Signore arriva senza che abbiamo avuto il tempo di concederci il tanto agognato riposo fisico.
Ci domandiamo spesso se questo sia giusto o se, forse, sarebbe meglio chiudersi in casa, staccare il telefono, spegnere il computer e goderci casa e bimbi (oltre che riposare). Ma, ogni volta che ci interroghiamo sul punto, giungiamo sempre alla medesima conclusione: ci sembra giusto fare ciò che facciamo.
Come esempio abbiamo Maria: Lei non si è tirata indietro…
Dorotea e Alberto Pistone