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La manna, le quaglie e la polenta


Ascoltando la prima lettura della XVIII Domenica del Tempo Ordinario (Anno B) ho pensato che gli Israeliti, nonostante la condizione di schiavitù, non se la passavano poi così male circa 3270 anni fa se, durante l’Esodo, rimpiangevano la pentola della carne e il  pane a sazietà  (cfr Es 16,3b) che avevano avuto a disposizione in Egitto.
E allora mi è venuto a mente un brano di un articolo che ho letto mentre preparavo il numero di settembre della rivista di collegamento dedicata a: Un mondo migliore.
“Fino agli anni ’50 del secolo scorso c’erano tante persone che si saziavano di polenta e dopo un po’ si ammalavano. Sentivano le forze abbandonarli e poi comparivano sulla pelle arrossamenti e infiammazioni e la pelle diventava ruvida, agra. Fu per questo che la malattia venne chiamata «pellagra», una malattia che, se non curata, poteva portare alla demenza e alla morte. Nessuno riusciva a spiegarsene le origini, finché alcuni scienziati scoprirono che non era vero che si ammalassero di pellagra coloro che mangiavano polenta di mais. Si ammalavano coloro che mangiavano solo polenta di mais”. (Franco Quarta, Famiglia Domani, n. 2 2018).
Abbiamo molti motivi per lamentarci oggi, tra cui la consapevolezza che i nostri figli e nipoti potrebbero avere una vita meno facile della nostra.
Non dimentichiamoci però di quando si stava peggio, e non mi riferisco a 3270 anni fa.
Franco Rosada

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La realtà supera la fantasia


La presenza diffusa della tecnologia nella vita di ogni uomo, e non solo nei Paesi ritenuti ricchi, segni una vistosa differenza non solo con il modo di vivere di qualche decennio fa, ma anche con quel che allora si poteva semplicemente immaginare in termini di miglioramento futuro delle condizioni di vita. Soprattutto, oggi, sperimentiamo una percezione nuova del tempo e dello spazio, un’inedita realtà duale caratterizzata da una forte presenza della dimensione virtuale, una compenetrazione sempre maggiore di naturale e artificiale.
L’eccitazione è tale che talvolta sembriamo dimenticare di essere fatti di carne, di essere immersi in un cosmo e in una biosfera che pure ci connotano. Addirittura, si assiste al fenomeno per il quale molti – anche a livelli elevati – dichiarano di credere alle cose più inverosimili, indipendentemente da ogni evidenza e anzi talora contro ogni evidenza, magari rinchiudendosi in circoli online del tutto autoreferenziali.
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I doni dello Spirito

La “carne” ha ormai le sue vetrine ovunque, ci assedia dentro e fuori casa. Non bastano più le piccole difese, occorrono mezzi grandi, “risolutivi”. Io vedo indicato uno di questi mezzi risolutivi nelle parole dell’Apostolo: “O non sapete che chi si unisce alla prostituta forma con essa un corpo solo? Ma chi si unisce al Signore forma con lui un solo Spirito” (1 Cor 6, 16-17).
C’è una segreta forza in quest’ultima frase. Non la si ripete mai dentro di sé nei momenti di difficoltà senza sperimentarne l’efficacia. Dio ha disposto per la nostra proclività verso la materia e i corpi, un rimedio degno della sua sapienza: il corpo risorto del Signore. Esso è il luogo dove è stata definitivamente superata la tensione tra carne e spirito, dove il corpo ha già raggiunto quella “liberazione dalla schiavitù della corruzione”, cui l’intera creazione anela.
Esso è come un’ancora di salvezza, gettata oltre il campo di battaglia. E tuttavia è un vero corpo, anche se “spirituale”; con esso possiamo unirci, intenzionalmente, con la fede e, realmente, nell’Eucaristia. Egli ci comunica la sua stessa purezza. Gli ebrei, morsi nel deserto dai serpenti, guarivano guardando il serpente di bronzo; noi guariamo dai morsi della sensualità correndo a guardare colui che, proprio a questo scopo, fu elevato per noi sulla croce (cf. Gv 3, 14-15).
Per questa via non c’è bisogno di disprezzare la bellezza dei corpi o avvilire la sessualità umana, perché la via è piuttosto “dalla bellezza alla Bellezza”. Diceva un antico Padre: “Sappia l’uomo che il suo cuore è giunto alla purezza, quando vede ogni bellezza e nulla gli appare più impuro”. Una risoluzione pratica che si potrebbe prendere, dopo aver meditato sul dono dell’intelletto, è quello di consacrare la nostra mente al Paraclito. Consacrare significa affidare, cedere, riservare. Decidere di non voler usare, d’ora in poi, la nostra mente se non per la conoscenza del vero e per la gloria di Dio. Nonostante tutto, essa resta quello che abbiamo di migliore e di più nobile, il riflesso più vicino dell’intelligenza divina, la cosa a cui Dio tiene di più al mondo.
È utile ripetere questa consacrazione di primo mattino. Un antico Padre diceva che la nostra mente è come un mulino: il primo grano che vi viene messo dentro al mattino, è quello che continuerà a macinare per tutto il giorno. Bisogna affrettarsi a mettervi subito il buon grano di Dio -pensieri buoni, parole di Dio-, altrimenti il demonio vi metterà la sua zizzania. A me piace farlo ripetendo la prima strofa del Veni creator: “Veni, creator Spiritus, mentes tuorum visita; imple superna gratia quae tu creasti pectora”: Vieni, o Spirito creatore, visita le nostre menti; riempi di grazia celeste i cuori che hai creato”.
P. Raniero Cantalamessa

Unire le fragilità

La pagina della Genesi che racconta con linguaggio poetico la creazione della coppia umana ci rivela, a leggerla bene, un aspetto inquietante.
La retorica cattolica ha esaltato il racconto della creazione della donna.
Non è così: il testo rivela uno degli errori più comuni fra gli innamorati.
L’umano è infelice: non gli basta conoscere la realtà (questo il significato del dare il nome agli animali). Dio ammette il proprio sbaglio (splendido!) e decide di ricorrere ai ripari: farà all’umano un altro da sé, che lo contrapponga (nel termine ebraico è sottesa una vena di conflittualità). L’umano dorme, Dio crea la donna, non dalla costola, come erroneamente tradotto, ma dividendolo a metà.
Il termine usato indica lo stipite della porta: l’umano ermafrodita è scisso in due parti, in due stipiti che sorreggono l’architrave.
E che fanno entrare nella dimensione di Dio, aggiungo io.
Ma l’uomo, destatosi, non ammette la diversità: non ammette che la donna arriva da Dio, pensa di conoscerla, la chiama “questa qui” e dice che è un pezzo di sé, una proiezione del suo ego. Terribile.
Non è forse il dipinto dell’amore di fusione così decantato dai media e inseguito dalle nostre fragili generazioni di adolescenti? Credere che l’altro sia il mio specchio? Esaltare l’intesa che, alla fine dei conti, è una sottomissione mascherata? Eliminare la diversità del maschile e del femminile?
La soluzione al pasticcio la offre il redattore del testo: perciò l’uomo lascerà la sua famiglia e diventeranno una carne sola.
Per costruire veramente una relazione occorre abbandonare la propria idea di famiglia e unire la carne. Nulla a che vedere col sesso: la “carne”, nell’antropologia biblica, indica la parte debole.
Solo unendo le fragilità possiamo diventare coppia, cercando non in noi ma in un Altro il senso della nostra vita. Siamo compagni di viaggio.
Paolo Curtaz www.tiraccontolaparola.it