Archivi tag: bene comune

La vita buona


La società è antecedente all’individuo, come l’unità del corpo è antecedente alle membra che lo compongono: perciò il bene di ciascuno abbisogna del bene comune che lo precede e che gli consente di definirsi.
Oggi vediamo dominante la concezione utilitaristica della società e pensiamo che l’organizzazione della città debba garantire ai suoi membri i diritti individuali, ma in questo modo riduciamo l’interesse generale alla semplice somma degli interessi individuali e tralasciamo il bene comune.
È proprio vero che l’economia è il fondamento della società e che l’utile ne è la sola ragion d’essere? È proprio vero che ciascuno debba perseguire il proprio interesse e che nessuno possa intervenire a disturbare il gioco? La vita buona riguarda solo la vita degli individui oppure i diritti individuali devono essere contemperati con i diritti degli altri, nella ricerca del bene comune?
Ecco perché la vita buona non può essere dettata solo dall’economia e dalla capacità di consumo.
Enzo Bianchi. Tratto da: Jesus 
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Il numero di giugno 2018 della rivista Gruppi Famiglia è on-line.
La potete sfogliare cliccando qui!

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Jus soli

Lo jus soli non è, come qualcuno continua a dire, un “regalo” ingiustificato e immeritato. Basta leggere il disposto di legge, per rendersene conto.
Ma …leggere e informarsi costa!
Più che politiche di contrasto, il fenomeno dell’immigrazione chiede politiche di inclusione sociale e di dialogo che aiutino a non far leggere l’incontro e il rapporto con persone e popoli nuovi ingenuamente e semplicemente con “orgoglio e rabbia”, ma con attenzione alla verità dei fatti.
Mi sento di fare un appello a tutti i cittadini. Riappropriamoci del diritto di informarci, di giudicare e decidere sulla base di informazioni veritiere. Sottraiamoci al tifo da stadio che continuano a inculcarci presunte rubriche di informazione, soprattutto televisiva.
Non lasciamoci rubare il diritto e scippare la gioia di impegnarci e di decidere per il “bene comune”.
Il “bene comune” è molto di più dell’interesse dei singoli che, guarda caso, è il tornaconto dei soliti noti, anche se sotto etichette differenti!
Sì! La gioia e la fatica di lasciarci guidare dalla consapevolezza di spenderci per il “bene comune”, che è il bene anche di chi proprio non ce la fa!
+ Nunzio Galantino
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I figli: bene comune

In Italia calano le nascite, secondo i dati diffusi dall’Istat nel 2015 sono nati 488 mila bambini, quindici mila in meno rispetto al 2014, toccando il minimo storico dalla nascita dello Stato Italiano.
Le cause della crisi demografica sono varie. Le principali sono la difficoltà che incontrano i giovani a conquistare una propria autonomia dalla famiglia di origine, a trovare un lavoro con continuità di reddito e a conciliarlo con la formazione di una nuova famiglia e l’arrivo di figli.
Quello che accade è che via via che crescono e si confrontano con le oggettive difficoltà di conquistare una propria autonomia dalla famiglia di origine, di raggiungere una posizione stabile nel mondo del lavoro, di mettere le basi di una propria famiglia, si trovano progressivamente a rivedere al ribasso i propri progetti. Altro grande tema è quello della scarsa conciliazione in Italia tra lavoro e responsabilità familiari.
Per invertire la tendenza bisogna cambiare soprattutto approccio. Un primo cambiamento consiste nel considerare le spese a sostegno della famiglia un investimento, che si ripaga nel tempo, non un costo. Il secondo è di uscire dalla logica del figlio come bene privato ed assumere, appunto, la prospettiva di una adeguata consistenza e qualità delle nuove generazioni come cruciale interesse pubblico. Considerare i figli come bene comune è laverà rivoluzione di cui abbiamo bisogno.
Alessandro Rosina, L’unità, 20 febbraio 2016
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Conflitto di inciviltà

Dopo gli attentati di Parigi si è detto che il nostro “stile di vita” è sotto attacco.
Ma si tratta di uno stile davvero comune e condiviso?
Chi lo minaccia: singoli, cellule, gruppi, o tutto un sistema che crediamo in guerra permanente contro di noi?
Questo stile di vita all’occidentale può davvero rappresentare una minaccia grave per stili di vita alternativi e talvolta intolleranti?
Davvero questi attentati sono stati diretti contro simboli e forme di quello stile di vita che rappresenterebbe il “nostro” specchio identitario? E se quello specchio non riflettesse altro che il vuoto?
Oggi si vive “green”, di lavora “smart”, si studia “easy”, si mangia “light”. Tutto è lecito, perché tutto è “scelto”. Anzi: tutto è lecito se e solo se scelto. Ma chi sceglie cosa o chi? Questa “scelta” non ci porta a nient’altro che alla scelta successiva e, via di questo passo, verso il baratro. L’inferno è lastricato di scelte, non solo di buone intenzioni.
In quest’ottica, anche la vita terrorista sarebbe una scelta. Una scelta irresponsabile, violenta, ma pur sempre una scelta: è questo il rimosso che non vogliamo dire o capire.
In un certo senso, lo stile di vita non chiede altro che adesione individuale, un modo di stare al mondo che nulla dice del mondo. Lo prende così com’è e, alla lunga, lo priva di ogni valore, di ogni conflitto. Finché, da sotto la cenere, il conflitto riappare in forme esplosive.
Solitamente, uno stile di vita non è altro che adesione a un modello di un consumo: si compra un vestito nuovo, si acquista il biglietto d’ingresso a una fiera e, come supplemento, si chiede o si concede la firma su un documento che chiede “più diritti”, ma mai “più giustizia” …
Una stile di vita “vero”, al contrario, pur preservando la singolarità, insiste e manifesta uno spirito connettivo, un “interessere” e chiede al soggetto e alla sua singolarità irriducibile, non ridotto a monade, una partecipazione aperta a qualcosa ben di più esplicito e profondo: qualcosa che possiamo chiamare un senso (e forse anche un bene) comune. Qualcosa che dà, appunto, forma a una modalità di relazione, non di mera adesione e prende a sua volta forma da quella relazione.
Forse è proprio questo che gli atti terroristici – che provengono dal cuore dell’Europa e dai suoi “figli integrati” – ci svelano: la nuda impotenza degli stili di vita attuali rispetto ad altri che non abbiamo più e dinanzi a altri stili di vita che, brutalmente, avanzano e ci gettano nello sgomento.
Marco Dotti, Vita.it, 23 novembre 2015
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Una Chiesa solo di NO?

Molti tendono a rappresentare la Chiesa come un grande ‘no’: a libertà, uguaglianza, amore, giustizia, parità; agiscono da filtro e impediscono di vedere il grande ‘si’ che invece la Chiesa dice a tutti questi valori.
La buona notizia è che, per quanto secolarizzata, la società occidentale è fortemente – sebbene spesso inconsapevolmente – intrisa di valori cristiani: pertanto ripartire dal valore cristiano che, credenti e non, abbiamo in comune, per mostrare che non abitiamo pianeti diversi ma che in gran parte abbiamo aspirazioni simili, è il primo passo per ridurre le distanze e riaprire quel dialogo che oggi sembra così difficile.
Ottenuto l’ascolto, potremo introdurre una prospettiva morale più ampia e riflettere insieme in un’ottica di bene comune. In fondo, chi cambia idea su un determinato argomento lo fa quando un pregiudizio viene smontato, se non perfino rovesciato, da qualcosa – o più facilmente da qualcuno – che l’ha contraddetto. Ecco, noi dobbiamo cercare di essere quella contraddizione quando spieghiamo la causa della Chiesa.
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Volete il matrimonio? Tenetevelo!

Faccio una proposta: separiamoci tutti. Se lo Stato dovesse dare una valenza pubblica alle unioni di persone dello stesso sesso, se addirittura dovesse passare il ddl Cirinnà, che non solo dà un riconoscimento alle convivenze di persone indipendentemente dal sesso, ma le equipara in tutto tranne che nel nome al matrimonio, ritengo che noi che investiamo nella famiglia ci dovremmo separare civilmente. Tanto, adesso, col divorzio breve è un attimo, si fa prima a rompere un matrimonio che a cambiare gestore telefonico. Se la Cirinnà dovesse diventare una legge il matrimonio non sarebbe più il riconoscimento pubblico di qualcosa che costruisce un beneficio comune – cioè essere disposti a mettere al mondo persone e a farsene carico in modo stabile fino a quando loro a loro volta non saranno in grado di provvedere a sé e alla società – ma sarebbe solo un sigillo su un sentimento. Io e mio marito siamo d’accordo (per la precisione, l’idea è sua): per i sentimenti non abbiamo bisogno dello Stato. È una cosa che ci vediamo tra noi. Più profondamente tra noi e Dio. Quel tipo di sigillo sulla nostra unione non ci interessa, anzi ci sembra un’intollerabile intromissione dello Stato nella nostra sfera privatissima e inviolabile. Volete il matrimonio? Tenetevelo.
Costanza Miriano
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