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Trasmettere la fede


Prima che studiata, la fede va trasmessa, e questo è un lavoro che tocca a voi genitori. E questo si fa a casa. Perché la fede sempre va trasmessa “in dialetto”: il dialetto della famiglia, il dialetto della casa, nel clima della casa.
Questo è il vostro compito: trasmettere la fede con l’esempio, con le parole, insegnando a fare il segno della Croce. Questo è importante. Vedete, ci sono bambini che non sanno farsi il segno della Croce. “Fai il segno della Croce”: e fanno una cosa così, che non si capisce cosa sia. Per prima cosa, insegnate loro questo.
Ma l’importante è trasmettere la fede con la vostra vita di fede: che vedano l’amore dei coniugi, che vedano la pace della casa, che vedano che Gesù è lì. E mi permetto un consiglio – scusatemi, ma io vi consiglio questo –: non litigate mai davanti ai bambini, mai. È normale che gli sposi litighino, è normale. Sarebbe strano il contrario. Fatelo, ma che loro non sentano, che loro non vedano. Voi non sapete l’angoscia che riceve un bambino quando vede litigare i genitori. Questo, mi permetto, è un consiglio che vi aiuterà a trasmettere la fede. È brutto litigare? Non sempre, ma è normale, è normale. Però che i bambini non vedano, non sentano, per l’angoscia.
Papa Francesco, 13 gennaio 2019

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Dio a modo mio

Vi era un mondo nel quale era naturale battezzare i figli, andare a Messa la domenica, sposarsi in chiesa, dire il Rosario nel mese di maggio…
Allora poteva sembrare sufficiente rendere consapevole ciò che si viveva per tradizione, e a questo scopo assolveva il catechismo, spesso chiamato ‘scuoletta’.
Oggi, i giovani che non si sposano più (in Chiesa), che si chiedono se valga la pena dare i sacramenti ai figli, che disertano le celebrazioni religiose, dicono che quel mondo non c’è più.
Osservando i comportamenti religiosi dei Millennials – e spesso anche dei loro genitori – si potrebbe concludere che la fede di un tempo ha lasciato il posto all’incredulità o quanto meno a un’indifferenza diffusa e tranquilla: senza polemica e senza conflitto.
Eppure l’ascolto della generazione giovanile dice altro: rivela una sensibilità religiosa che non si è spenta e che si esprime attraverso forme così diverse dal passato da risultare irriconoscibili a chi è cresciuto e vissuto nella tradizione cattolica: incerte, confuse, solitarie, eppure profonde e sensibili.
Paola Bignardi, Avvenire, 24 maggio 2016
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Il feto imperfetto

Emanuele, affetto da Trisomia 13, è nato con travaglio spontaneo, è stato battezzato, abbracciato e accolto dai suoi genitori, ed è morto dopo mezz’ora.
Solo mezz’ora: ma quanta pace nel cuore dei genitori.
In un periodo in cui si respira sempre di più l’aria della sindrome da feto perfetto, impegnando energie e risorse economiche della scienza prenatale solo sulla diagnosi delle malattie e non altrettanto vigore sulle possibilità di cura e di terapia, si consegna alle coppie una medicina senza speranza, aumentando il carico di solitudine e di individualismo.
Mentre tutto questo avviene 13 medici discutono per due ore sulla nascita di un bambino con Trisomia 13, sulla nascita di un feto imperfetto sul piano cromosomico e quindi incompatibile con la vita ma non così per Dio: «Ti ho fatto come un prodigio, e prima che le tue viscere fossero formate io già ti conoscevo».
Riscoprire la preziosità della vita umana è una difesa ineludibile per ogni coscienza. Ho pensato alla frase di san Giovanni Paolo II: «Se vuoi scoprire la sorgente, devi andare contro corrente».
L’impegno di noi medici è andare contro corrente, la corrente dell’indifferenza e della solitudine del cuore, per permettere la vita – anche solo per mezz’ora – a un bambino incompatibile con essa, e donare la pace ai suoi genitori. Questo servizio non è inutile: è solo una goccia, sicuramente, ma come dice Madre Teresa «metti la tua goccia per fare arrivare l’oceano di Dio». No, nessuna vita è inutile.
Giuseppe Noia, presidente Aigoc, Associazione ginecologi ostetrici cattolici
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L’importanza del battesimo

A proposito dell’importanza del Battesimo per il Popolo di Dio, è esemplare la storia della comunità cristiana in Giappone. Essa subì una dura persecuzione agli inizi del secolo XVII. Vi furono numerosi martiri, i membri del clero furono espulsi e migliaia di fedeli furono uccisi. Non è rimasto in Giappone nessun prete, tutti sono stati espulsi. Allora la comunità si ritirò nella clandestinità, conservando la fede e la preghiera nel nascondimento. E quando nasceva un bambino, il papà o la mamma lo battezzavano, perché tutti i fedeli possono battezzare in particolari circostanze. Quando, dopo circa due secoli e mezzo, 250 anni dopo, i missionari ritornarono in Giappone, migliaia di cristiani uscirono allo scoperto e la Chiesa poté rifiorire. Erano sopravvissuti con la grazia del loro Battesimo! Questo è grande: il Popolo di Dio trasmette la fede, battezza i suoi figli e va avanti. E avevano mantenuto, pur nel segreto, un forte spirito comunitario, perché il Battesimo li aveva fatti diventare un solo corpo in Cristo: erano isolati e nascosti, ma erano sempre membra del Popolo di Dio, membra della Chiesa. Possiamo tanto imparare da questa storia!
Papa Francesco
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Se battezzare è un reato

Una violenza su un bambino, indifeso e «giuridicamente in­ capace».
Di quale violenza orribile, perpetrata ai danni dei più piccoli, si tratta?
Su cosa è intervenuta con forza la Corte europea dei diritti umani? Si tratta del battesimo…
«L’Italia permettendo il battesimo ai neonati, viola l’articolo 9 della Convenzione Europea in combinato disposto con l’articolo 14, in quanto i neonati non sono ancora in grado di intendere e di volere o emettere un atto personale e cosciente e, nella fattispecie, sono obbligati e far parte di un associazione religiosa per tutta la vita», si legge nella sentenza.
Non solo. La Corte ha deciso che fosse suo dovere intervenire proprio sull’istituto del battesimo: «L’imposizione del rito chiamato sacramento tradisce il carattere di una dottrina che considera le persone come oggetti, il cui destino è deciso a loro insaputa da un’organizzazione religiosa. Infatti, il battesimo impone al battezzato un sigillo indelebile, facendolo diventare a tutti gli effetti un iscritto e membro a sua insaputa e volontà e assoggettandolo ai suoi regolamenti e alla sua autorità»…
L’Italia, entro sei mesi, dovrà dare esecuzione alla sentenza e adottare le misure necessarie per sanare la violazione.
Caterina Maniaci, Libero 20 aprile 2014
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ATTENZIONE: secondo il commento questo articolo è una della classiche bufale di Internet! Conoscendo l’autrice del commento sono propenso a darle ragione. Franco Rosada

Vegliare nella notte

La giornata del Sabato santo è aliturgica (senza Eucaristia) come il Venerdì santo. La chiesa spoglia, col suo silenzio e con l’assenza di qualsiasi rito liturgico, pare che sia discesa con Gesù, suo sposo, nel sepolcro. La sua vedovanza durerà poco.
L’atmosfera sta in una trepida attesa, in una speranza che presto si trasmuterà in gioia, la gioia della Risurrezione. La riforma liturgica ha messo in luce questa certezza con la restaurazione della Veglia pasquale.
Così come la viviamo oggi, essa è sorta per celebrare la risurrezione di Gesù e per portare a termine il cammino dei catecumeni con la ricezione dei sacramenti dell’iniziazione cristiana.
Il cero pasquale, dalla cui luce tutte le altre si accendono e prendono splendore, è simbolo di Cristo che risorge glorioso, che vince e disperde le tenebre del male.
La veglia pasquale deve quindi segnare per ogni cristiano una vera rinascita spirituale; bisogna passare dall’uomo vecchio all’uomo nuovo che in Cristo trova la sua perfezione.
Don Joseph Ndoum

Ecumenismo e martirio

«Per me l’ecumenismo è prioritario. Oggi esiste l’ecumenismo del sangue. In alcuni paesi ammazzano i cristiani perché portano una croce o hanno una Bibbia, e prima di ammazzarli non gli domandano se sono anglicani, luterani, cattolici o ortodossi. Il sangue è mischiato. Per coloro che uccidono, siamo cristiani. Uniti nel sangue, anche se tra noi non riusciamo ancora a fare i passi necessari verso l’unità e forse non è ancora arrivato il tempo. L’unità è una grazia, che si deve chiedere. Conoscevo ad Amburgo un parroco che seguiva la causa di beatificazione di un prete cattolico ghigliottinato dai nazisti perché insegnava il catechismo ai bambini. Dopo di lui, nella fila dei condannati, c’era un pastore luterano, ucciso per lo stesso motivo. Il loro sangue si è mescolato. Quel parroco mi raccontava di essere andato dal vescovo e di avergli detto: “Continuo a seguire la causa, ma di tutti e due, non solo del cattolico”. Questo è l’ecumenismo del sangue. Esiste anche oggi, basta leggere i giornali. Quelli che ammazzano i cristiani non ti chiedono la carta d’identità per sapere in quale Chiesa tu sia stato battezzato. Dobbiamo prendere in considerazione questa realtà».
Papa Francesco, intervista ad Andrea Tornielli, La Stampa, 15 dicembre 2013
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