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Babbo Natale e i bambini

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«A me delle feste non importa nulla, non fosse per i bambini mi addormenterei il 24 sera e mi risveglierei il 6 gennaio». «Quest’anno regali? No, no, facciamoli solo ai bambini». «L’albero? L’albero lo volevo lasciare in cantina, ma poi i bambini hanno insistito». Altro che ansia da prestazione, il Natale è tutto sulle loro spalle, quelle dei più piccoli.
A loro deleghiamo la capacità di credere e di meravigliarsi, una responsabilità che si prendono volentieri, ma con qualche turbamento e perplessità. I regali, per esempio, chi li porta esattamente? Babbo Natale o Gesù Bambino? Nella mia immaginazione infantile, incapace di distinguere religione e leggenda, Babbo Natale era Gesù Bambino da vecchio.
Il pensiero di un neonato in giro per le case del mondo, per di più al freddo invernale, mi angosciava moltissimo. Così la lettera la inviavo al barbuto, arzillo omone, di renne munito. Non che un ultraottantenne obeso, dalla preoccupante couperose, evidentemente iperteso, fosse molto più tranquillizzante, ma a cinque anni non fai caso a certi particolari…
Enrica Tesio, La Stampa 23 dicembre 2015
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I figli: bene comune

In Italia calano le nascite, secondo i dati diffusi dall’Istat nel 2015 sono nati 488 mila bambini, quindici mila in meno rispetto al 2014, toccando il minimo storico dalla nascita dello Stato Italiano.
Le cause della crisi demografica sono varie. Le principali sono la difficoltà che incontrano i giovani a conquistare una propria autonomia dalla famiglia di origine, a trovare un lavoro con continuità di reddito e a conciliarlo con la formazione di una nuova famiglia e l’arrivo di figli.
Quello che accade è che via via che crescono e si confrontano con le oggettive difficoltà di conquistare una propria autonomia dalla famiglia di origine, di raggiungere una posizione stabile nel mondo del lavoro, di mettere le basi di una propria famiglia, si trovano progressivamente a rivedere al ribasso i propri progetti. Altro grande tema è quello della scarsa conciliazione in Italia tra lavoro e responsabilità familiari.
Per invertire la tendenza bisogna cambiare soprattutto approccio. Un primo cambiamento consiste nel considerare le spese a sostegno della famiglia un investimento, che si ripaga nel tempo, non un costo. Il secondo è di uscire dalla logica del figlio come bene privato ed assumere, appunto, la prospettiva di una adeguata consistenza e qualità delle nuove generazioni come cruciale interesse pubblico. Considerare i figli come bene comune è laverà rivoluzione di cui abbiamo bisogno.
Alessandro Rosina, L’unità, 20 febbraio 2016
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Asili nido a tempo pieno?

Ho avuto l’opportunità di partecipare ad un interessante convegno internazionale sulla famiglia, tre giorni pieni di incontri e discussioni, una grande occasione di confronto. Quello che però mi ha colpito, in negativo, è stata una forte tendenza, da parte dei ricercatori, ad applicare uno schema ideologico sulla realtà, che catalogava le opinioni espresse come “progressive” o “traditionalist”, giudicandole così buone o cattive non tenendo conto delle scelte delle persone interpellate.
Tipico è il caso della “freedom of choice”, della libertà di scelta, davanti al modo in cui conciliare famiglia e lavoro per le giovani coppie (e le giovani donne). In molti contesti nazionali emergeva che molte famiglie vogliono stare più tempo con i propri bambini piccoli, e i genitori preferiscono congedi, o un uso forte del part-time, proprio per poter fare meglio i genitori, anziché più servizi per tornare al lavoro prima possibile.
Ma questa “libertà di scelta” veniva stigmatizzata, dai ricercatori, come espressione di un modello liberista, mentre invece sarebbe stato più “giusto” (parole dei ricercatori, sia chiaro…) che subito i bambini (tutti i bambini) venissero inseriti in asili nido a tempo pieno. Ad esempio in Finlandia si parlava anche di asili nido con pernottamento. Ma proprio la Finlandia, tra gli altri Paesi del welfare scandinavo, è la nazione dove ci sono meno famiglie che mandano i figli al nido, perché preferiscono stare con i propri figli più a lungo.
Francesco Belletti
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La corsa digitale degli infanti

Lo smartphone (o il tablet) trasformato in baby sitter digitale per bambini dai sei mesi in su è un trend mondiale.
Una volta che il piccolo ha messo le mani sul dispositivo farglielo mollare è complicato. Capricci e proteste anche violente sono all’ordine del giorno. Questione di chimica: studi dimostrano come l’uso delle app pensate per i più giovani stimoli il rilascio di dopamina, un neurotrasmettitore che ha diverse funzioni, tra cui quelle associate al piacere. Un effetto non dissimile da quello che negli adulti producono il sesso, il buon cibo o le droghe.
Prima dell’avvento delle interfacce touch, l’approccio agli strumenti elettronici doveva essere mediato dagli adulti: usare un mouse, una tastiera o un joypad è un’attività pressoché off limits nell’età prescolare, per motivi di manualità e di alfabetizzazione.
Smartphone e tablet, e prima ancora la Nintendo Wii hanno stabilito nuovi paradigmi di accesso, con un’interazione più naturale, intuitiva anche per chi non sa leggere. E in più c’è l’effetto imitazione: come può un figlio non essere interessato a quello strano oggetto che mamma e papà hanno in mano e toccano per decine di minuti al giorno?
Una calamita di attenzione che gli adulti, sempre più spesso, sono ben contenti di concedere (magari in versione tablet da poche decine di euro) alla prole. Una perfetta arma di distrazione di massa. Il 73% dei genitori piazza il pupo davanti al tablet quando è alle prese con le faccende domestiche, il 65% per calmarlo, il 60% mentre fa commissioni e quasi un terzo per farlo addormentare.
Paolo Ottolina, Corsera, 10 novembre 2015
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Prendersi cura degli altri

Calcolare il tasso di rendimento di un’obbligazione è davvero più importante che rispondere alle domande di un bambino o tenere la mano di una persona che muore?
Così sembrerebbe, almeno stando alla considerazione sociale di cui nel nostro mondo gode un analista finanziario in confronto a una maestra d’asilo o una badante. Rispetto e timore reverenziale per chi si occupa dei nostri soldi (o delle nostre cause legali, o dei nostri prodotti), condiscendenza e senso di superiorità verso chi cresce i nostri figli o accudisce i nostri genitori anziani…
Il punto, per tornare alla domanda iniziale, è che in realtà sappiamo benissimo quanto sia più difficile allevare un bambino o accudire un malato che vendere una qualsiasi merce. Così difficile che preferiamo farlo fare a qualcun altro, possibilmente più debole di noi…
Raffaella Silipo, La Stampa, 23 aprile 2016
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I più deboli: i bambini

Dobbiamo avere sempre un’attenzione particolare ai più deboli, cioè ai bambini. Questo principio vale anche quando parliamo di separazioni e divorzi: spesso infatti ci dimentichiamo che a pagare il prezzo più alto sono proprio i figli della coppia.
Il recente Sinodo dei vescovi sulla famiglia l’ha ricordato. Ebbene, proprio da questo criterio e da questa preoccupazione viene il nostro no alle adozioni per le coppie omosessuali.
Non basta dire che l’utero “in affitto”, pratica degradante per la donna ridotta a incubatrice dei desideri altrui, non è prevista nella nostra legislazione. Se passa la stepchild adoption, chi impedirà di andare all’estero, dove questa pratica è legale, per avere un bambino e poi tornare in Italia facendolo adottare anche al partner?
Noi crediamo che il figlio non sia un “diritto”, perché così diventerebbe in qualche modo un figlio-proprietà. E allo stesso tempo, con Papa Francesco ripetiamo che ogni bambino che viene al mondo ha il diritto di crescere in una famiglia con un papà e una mamma.
Mi hanno colpito positivamente le reazioni di alcune esponenti del movimento femminista su questo argomento, contrarie alla stepchild adoption e all’utero in affitto in nome della dignità della donna. Quando si toccano certi temi non dovrebbero esistere steccati o posizioni pregiudiziali.
Edoardo Menichelli
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La parola dei bambini

La parola dei bambini trova la sua matrice prima nel grido. Lo sappiamo: la vita viene alla vita attraverso un grido, un grido perduto nella notte. Questo grido è una invocazione rivolta all’Altro affinché l’Altro risponda. È questa la prima responsabilità (il cui etimo deriva appunto da “risposta”) che l’esistenza di un bambino attribuisce alla vita di coloro che si occupano di lui.
È questa, se volete, una definizione primaria della genitorialità ma, più in generale, della funzione di chi deve promuovere l’umanizzazione della vita: non lasciare la vita sola, persa, ma rispondere al grido.
L’accesso alla lingua sposta i bambini dall’universo chiuso della famiglia a quello aperto del mondo. La lingua per loro non è solo uno strumento che devono imparare ad usare, ma un incontro generativo che apre a mondi sconosciuti prima; la lingua dei bambini sa essere incantevole perché fa risorgere ogni volta l’atto mitico della prima nominazione quando fu la parola a fare esistere le cose…
Il loro sguardo non è teoretico. Si posa semplicemente sulle cose del mondo con meraviglia. Per questo le parole dei bambini assomigliano a quelle dei grandi mistici…
I bambini trasfigurano costantemente la realtà perché hanno una necessità vitale dell’illusione. Non solo di pane vive, infatti, l’essere umano, ma di parole, segni, gesti, desideri. L’illusione è come un secondo pane, un altro alimento, un lievito che separa la vita umana da quella meramente animale. Il bambino si nutre di fantasia per non restare ustionato dal carattere osceno del reale. La scoperta del mondo, della vita e della morte, del reale, del sesso, della violenza e dell’amore, deve poter avvenire attraverso il velo dell’illusione. Altrimenti la luce senza schermi del reale potrebbe bruciare le fragili pupille dei bambini…
Il sapere dei bambini mostra che c’è un limite al sapere, che non si può sapere tutto il sapere. È il mistero stesso della loro esistenza fa risuonare questo limite.
C’è un impossibile da sapere che i bambini sanno custodire con cura perché sanno di essere figli, cioè di non poter bastare a se stessi.
Loro sanno che senza l’Altro sprofonderebbero nella notte più fredda. Sanno bene che solo l’amore dell’Altro può dare fondamento al carattere infondato del mondo. Per questo la parola evangelica affida proprio a loro il destino del Regno.
Massimo Recalcati, La Repubblica, 5 novembre 2015
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