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Aborto senza limiti


È passata quasi sotto silenzio nei media italiani – eccezion fatta per Avvenire e poco altro – una notizia agghiacciante: l’approvazione a New York di un testo di legge che permette l’aborto oltre la 24esima settimana, senza limite alcuno di tempo. Personalmente ho fatto fatica a leggere la notizia fino in fondo, perché, da medico, non posso far finta di non sapere ciò che questo significa. A quell’età di sviluppo, infatti, molti bambini sono in grado di sopravvivere se nascono prematuramente, e dunque “aborto” non è più la parola corretta: si
tratta invece di uccidere attivamente il bambino, quando il suo corpo è pienamente formato, quando con tutta certezza i suoi sensi percepiscono in
modo complesso ciò che accade, quando, se non ucciso, saprebbe sopravvivere anche da solo.
Certo, chi difende il diritto alla vita ha sempre affermato che già nelle prime settimane l’embrione è persona; ma la sua dipendenza vitale dalla madre e la sua impossibilità di vivere fuori del corpo di lei, permettevano a molti una sorta di nebulosa incoscienza: si poteva ancora cercare di immaginare il bambino come una parte della madre, quasi un suo organo, sul quale persino accettare, anche se con disagio, che fosse lei ad avere priorità di decisione.
Ora, con questo ultimo passaggio che porta il tema dell’aborto alle sue estreme ma naturali conseguenze, il gioco è per sempre scoperto. Forse proprio per questo la notizia non ha avuto la risonanza che avrebbe meritato: prenderne coscienza piena, infatti, non potrebbe provocare altro che una sensazione di terribile sgomento, certamente non limitato al mondo cattolico.
Con questo ultimo passo non è più possibile negare l’evidenza: il luogo che tutti abbiamo sempre rappresentato come quello del massimo rifugio e
della massima sicurezza – il ventre della madre – è diventato ormai, nella generale indifferenza, il luogo del massimo terrore, quello di trovarsi esposti del tutto inermi e senza alcuna tutela all’annientamento, per decisione della persona che dovrebbe amarci e proteggerci.
Povera cosa è dunque oggi più che mai un figlio: povera cosa, ridotta ad oggetto, privata di ogni identità personale e di ogni difesa. E povera cosa
diventano le madri, se possono assumere nei confronti dei loro figli questo terribile diritto di vita e di morte, senza essere aiutate a capire in
modo inequivocabile ciò di cui si stanno facendo protagoniste.
Mariolina Ceriotti Migliarese, Avvenire, 30 gennaio 2019

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I nostri giovani


I due tredicenni pistoiesi che hanno confessato di essere stati gli autori degli insulti e degli spari (a salve) esplosi contro il giovane gambiano giovedì scorso nei pressi della parrocchia di Vicofaro, raccontano molto di noi: ci spiegano dove stiamo sbagliando e tutto ciò che non dovremmo mai fare.
Questi discoli, chiamiamoli così, in quanto non ancora quattordicenni, sono stati riconsegnati alle rispettive famiglie, ma noi ci dovremmo mettere in testa che la non punibilità giuridica dei piccoli monelli ci riguarda nel profondo, assai più di quanto sarebbe se i responsabili fossero adulti già in galera. Penso alle reazioni che, dopo certi fatti accaduti negli ultimi tempi, abbiamo registrato.
Ci siamo invischiati in surreali discussioni su razzismo sì o razzismo no, come se tali distinzioni aggiungessero elementi essenziali al dibattito, senza renderci conto del mostro che stiamo allevando: un coacervo di individualismo, indifferenza, ipocrisia, egoismo, stupidità camuffato, nemmeno troppo bene, da vitalismo euforico e consumistico.
Ecco perché il Sinodo dei giovani è così importante…
Eraldo Affinati, Avvenire 10 agosto 2018
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Strade di felicità


Matrimoni in caduta libera, natalità a picco, separazioni e divorzi in crescita, conflittualità coniugale che dalle giovani coppie si sta estendendo in modo sempre più rilevante anche alle unioni più mature.
Ma se si apre Amoris laetitia(n.38) si legge che è ora di smetterla con il pessimismo, gli atteggiamenti difensivi, gli «attacchi al mondo decadente». Continuare su questa strada, «con poca capacità propositiva per indicare strade di felicità» vuol dire non aver compreso come il messaggio della Chiesa sul matrimonio e sulla famiglia «sia stato un chiaro riflesso della predicazione e degli atteggiamenti di Gesù». E cioè «ideale esigente», ma allo stesso tempo, «vicinanza compassionevole alle persone fragili».
Ecco, tra i tanti passaggi difficili, controcorrente e spiazzanti dell’Esortazione postsinodale questo richiamo al dovere da parte delle famiglie di indicare “strade di felicità” è sicuramente tra i più sorprendenti.
Luciano Moia, Avvenire, 29 aprile 2018
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Humanae vitae, 50 anni dopo

La difesa a oltranza dei metodi naturali dev’essere considerato criterio assoluto e intangibile per la regolazione delle nascite?
È vero che il presunto obbligo non discende né da principi scientifici concordemente accettati né da dichiarazioni magisteriali che hanno il sigillo dell’infallibilità e dell’immutabilità?
Sono domande che tornano con frequenza in questi giorni, in vista di un anniversario atteso e temuto, quello del cinquantenario dell’Humanae vitae, l’enciclica che, mentre apre al concetto di paternità e di maternità responsabile, vieta l’uso della contraccezione chimica e indica come unica prassi legittima per la regolazione delle nascite, i metodi naturali.
Luciano Moia, Avvenire 20 ottobre 2017
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Su questo tema Noi, famiglia & vita, supplemento mensile di Avvenire, dedica da novembre 2017 un articolo di approfondimento mentre continua la riflessione su Amoris laetitia.

 

Tutti italiani, non ancora cittadini

Come in tanti altri ambiti della vita del nostro Paese, ma forse in questo in maniera particolare, si avverte sempre più forte l’incidenza sulla società italiana di campagne di disinformazione e di tentativi di manipolazione della realtà che per ragioni ideologiche – o, peggio, per scopi tristemente strumentali – sfruttano la paura e il senso di smarrimento che è legittimo provare di fronte ai grandi cambiamenti della nostra epoca. E così diventa facile confondere le acque, mischiando notizie di cronaca nera e numeri sugli sbarchi, appelli all’identità nazionale e accuse di buonismo perbenista, eruditi discorsi sul concetto di cittadinanza e primordiali affermazioni sul diritto all’egoismo.
Quando invece, anche se sembra paradossale dirlo, per poter capire cosa c’è in ballo quando parliamo di ius culturae e di ius soli temperato basterebbe che ci aiutassimo tutti insieme a fare una cosa semplice: guardare la realtà che abbiamo attorno, cercando di leggerla con semplicità, profondità e sincerità. Sono tre caratteristiche, queste ultime, che come tutti sappiamo appartengono in maniera esemplare ai bambini, e che troppo spesso perdiamo diventando adulti.
Matteo Truffelli, Avvenire, martedì 19 settembre 2017
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Leggi anche: Perché anche tanti cattolici contro lo ius soli?

Anniversari di “matrimonio”

Domenica 8 ottobre è la festa della nostra parrocchia. In quell’occasione la nostra comunità festeggerà, tra l’altro, gli anniversari di matrimonio.
Il parroco ha invitato le coppie lo desiderano a “iscriversi”, non importa se vogliono festeggiare 2, 5, 7, 21, 52 anni di matrimonio, che può essere religioso, civile o semplice convivenza.
Per prevenire obiezioni ha invitato i fedeli a leggersi Amoris laetitia.
Proprio oggi, 17 settembre, è uscito il supplemento mensile di Avvenire: Noi, famiglia e vita, dedicato a “Famiglia e coscienza, teologi a confronto”.
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Un’ombra scura su noi tutti?

Stamattina il mio parroco, prima della benedizione finale, ci ha invitato ad informarci per farci un opinione sul caso di Charlie Gard.
Ho già pubblicato su questo tema un articolo il 30 giugno.
L’ho fatto perché mi ha convinto il valore della testata (Avvenire) e dell’autrice (Marina Corradi) anche se ho trattenuto per me un dubbio: “perché i medici hanno portato avanti, per giustificarsi, l’argomento dell’accanimento terapeutico?”.
A questo dubbio prova a dare una risposta un medico cattolico che lavora nel reparto pediatrico del San Raffaele, offrendo un altro punto di vista, senza la pretesa di avere ragione. Se interessa cliccate qui!
Franco Rosada