Archivi tag: anziani

Culle vuote


Culle vuote e migrazioni mal gestite sono una bomba a orologeria per il Vecchio Continente. L’Europa ha bisogno disperatamente di più bambini e di più persone al lavoro che possano sostenere gli anziani a riposo o bisognosi di cure. Crudamente, ha bisogno di far venire alla luce nuove risorse e di attrarne di già disponibili. Spendere e investire per favorire le nascite purtroppo è una scelta che non piace ai governi in virtù di un banale calcolo statistico, considerato che proprio la tendenza demografica declinante richiede sempre maggiori risorse a favore della parte elettoralmente più rilevante della popolazione. Ma la tentazione della rendita è di per sé un indicatore evidente di declino e sconfitta.
Massimo Calvi
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Meno 250mila posti letto per l’Italia che invecchia


Italiani sempre più vecchi. E un sistema di assistenza che traballa e non è più in grado di rispondere alle esigenze degli over 65.
Nella maggior parte dei casi, dunque, sono figli, nipoti o fratelli minori a farsi carico in casa dell’assistenza e della cura dei loro cari che, in là con gli anni, mostrano limitazioni funzionali o patologie che ne condizionano la vita quotidiana.
Da un’indagine della Bocconi esce un’Italia in forte affanno nel rispondere ai bisogni di una popolazione che invecchia con rapidità. Un altro dato (di fonte Ipsos) è la mancanza di circa 250mila posti letto nelle strutture di accoglienza.
«La situazione delle politiche sanitarie per gli anziani in Italia è grave» commenta Roberto Bernabei, direttore del dipartimento geriatria dell’Università Cattolica di Roma. «Bisogna chiedersi perché il fenomeno delle badanti è presente in modo così massiccio e diffuso solo in Italia – dice Bernabei – e perché da noi l’assistenza domiciliare riguarda solo l’1% dei casi mentre negli altri Paesi europei la media è del 20%, così come le Residenze socio-assistenziali interessano il 2,5% degli anziani mentre nel resto del continente nessuna nazione è sotto il 7%».
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No bambini, no futuro


Dietro al continuo calo della natalità in Italia, vi sono i numerosi ostacoli che i giovani incontrano lungo il percorso che li porta alla vita di coppia e quindi alla genitorialità.
Ostacoli che spesso, strada facendo, modificano al ribasso i modelli e le aspettative. Perché i figli costano e in molti casi condizionano le scelte e la stessa qualità della vita dei genitori (il lavoro, la casa, il tempo libero), senza che questi ultimi possano contare su un adeguato sostegno da parte della società, sia in termini di aiuti concreti (in denaro o sotto forma di servizi), sia attraverso un clima culturale amichevole e gratificante.
Mancano forme di aiuto da parte di quella stessa società alla quale gli “eroici” genitori – primi fra tutti quelli che osano spingersi oltre il secondo figlio – contribuiscono a garantire continuità ed equilibrio producendo il necessario capitale umano.
Non è dunque sorprendente prendere atto della progressiva caduta tra il modello ideale dei due figli per coppia, che ancora sembra mediamente presente nell’immaginario dei giovani italiani, e la realtà degli 1,3 figli pro capite che essi poi mettono effettivamente al mondo alle condizioni attuali.
Accanto a questi dati c’è l’altra grande problematica emergente (e diretta conseguenza del calo della natalità): l’invecchiamento della popolazione.
Per quanto riguarda i “grandi vecchi” gli scenari dell’Istat prospettano per il 2037 oltre mezzo milione di ultranovantenni in più (rispetto agli attuali 700 mila circa) ed evidenziano persino un incremento di 30 mila unità tra gli ultracentenari (oggi 17 mila).
Dobbiamo pertanto convincerci che la crisi demografica che stiamo attraversando è importante e pericolosa per gli equilibri del nostro Paese almeno quanto la crisi economica (se non di più), e come tale va attentamente seguita e adeguatamente contrastata tanto con gli strumenti della politica, quanto sul piano della cultura e della difesa dei valori e dei principi che ne sono il fondamento.
Gian Carlo Blangiardo
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Una storia d’amore


Come sarà la nostra vita insieme? Cosa ne sarà dei nostri progetti?
Sapremo superare le delusioni della vita?
Provate a guardare questo breve filmato in coppia cliccando qui e poi ragionateci su…

 

Prendersi cura degli altri

Calcolare il tasso di rendimento di un’obbligazione è davvero più importante che rispondere alle domande di un bambino o tenere la mano di una persona che muore?
Così sembrerebbe, almeno stando alla considerazione sociale di cui nel nostro mondo gode un analista finanziario in confronto a una maestra d’asilo o una badante. Rispetto e timore reverenziale per chi si occupa dei nostri soldi (o delle nostre cause legali, o dei nostri prodotti), condiscendenza e senso di superiorità verso chi cresce i nostri figli o accudisce i nostri genitori anziani…
Il punto, per tornare alla domanda iniziale, è che in realtà sappiamo benissimo quanto sia più difficile allevare un bambino o accudire un malato che vendere una qualsiasi merce. Così difficile che preferiamo farlo fare a qualcun altro, possibilmente più debole di noi…
Raffaella Silipo, La Stampa, 23 aprile 2016
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Il relativismo pratico

Quando l’essere umano pone sé stesso al centro, finisce per dare priorità assoluta ai suoi interessi contingenti, e tutto il resto diventa relativo.
Perciò non dovrebbe meravigliare il fatto che, insieme all’omnipresenza del paradigma tecnocratico e all’adorazione del potere umano senza limiti, si sviluppi nei soggetti questo relativismo, in cui tutto diventa irrilevante se non serve ai propri interessi immediati.
Vi è in questo una logica che permette di comprendere come si alimentino a vicenda diversi atteggiamenti che provocano al tempo stesso il degrado ambientale e il degrado sociale.
La cultura del relativismo è la stessa patologia che spinge una persona ad approfittare di un’altra e a trattarla come un mero oggetto, obbligandola a lavori forzati, o riducendola in schiavitù a causa di un debito.
È la stessa logica che porta a sfruttare sessualmente i bambini, o ad abbandonare gli anziani che non servono ai propri interessi.
È anche la logica interna di chi afferma: “lasciamo che le forze invisibili del mercato regolino l’economia, perché i loro effetti sulla società e sulla natura sono danni inevitabili”.
Se non ci sono verità oggettive né principi stabili, al di fuori della soddisfazione delle proprie aspirazioni e delle necessità immediate, che limiti possono avere la tratta degli esseri umani, la criminalità organizzata, il narcotraffico, il commercio di diamanti insanguinati e di pelli di animali in via di estinzione?
Non è la stessa logica relativista quella che giustifica l’acquisto di organi dei poveri allo scopo di venderli o di utilizzarli per la sperimentazione, o lo scarto di bambini perché non rispondono al desiderio dei loro genitori?
Papa Francesco, Laudato sì, n. 122-123

Narcisismo e denatalità

…Se viene meno l’interesse del passato e quello del futuro, come anche una capacità effettiva di relazioni con l’altro e il diverso, una della prime conseguenze è l’appannarsi e lo scomparire della spinta a generare.
«È interessante osservare che il venir meno della propensione alla generatività costituisce proprio un aspetto tipico del narcisista. Egli, infatti, non sente il dovere di essere grato nei confronti di chi lo ha generato e, in quanto concentrato sul presente, non sente il bisogno di proiettarsi nel futuro tramite la prole» (Cesareo).
Nella cultura occidentale, ormai prevalente, «il legame monogamico in un breve lasso di tempo storico è diventato residuale, mentre si sono diffusi i legami in serie (le coppie ricostruite) e quelli delle coppie di fatto che, in nome dell’autodeterminazione, rifiutano il riconoscimento e la testimonianza sociale.
È però il divorzio a fare della cultura dell’Occidente un unicum; le varie culture lo riconoscono come possibilità, ma nessuna di esse ne conosce una simile diffusione, tanto che potremo parlare di epidemia sociale, o di “società del divorzio”» (Cigoli – Facchin).
Cresce l’angoscia e la paura per gli anni che avanzano, non a causa del culto della giovinezza, ma a causa del culto di sé.
Vi è indifferenza se non disprezzo «nei confronti degli anziani ormai incapaci di nascondere gli anni e la loro fragilità, come pure nei confronti delle generazioni future» (Belardinelli).
L’esercizio della sessualità (“fare sesso”) diventa espressione suprema dell’emancipazione e implode nella costatazione assai comune: «in fondo non succede nulla».
La denatalità non vista e non risolta in Europa non è solo un problema sociale, ma propriamente una tragedia simbolica, il segnale dell’incapacità di una concezione forte di storia, di un mito politico propulsivo, di un progetto capace di coinvolgere gli animi e le menti in un’impresa comune.
«Il risultato complessivo di questo deficit di elaborazione simbolica è sotto gli occhi di tutti: una tonalità piatta e grigia che ottunde tutte le distinzioni di valore, genera quella sfiducia, quel senso paralizzante di impotenza nei confronti del futuro, quella depressione, che definiscono la tonalità psico-affettiva dell’europeo-tipo contemporaneo» (Vaccarini).
Lorenzo Prezzi, Settimana, n.24 2014