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L’epoca delle pretese


Il numero di giugno della rivista Gruppi Famiglia è andato in stampa. Mi auguro che lo possiate ricevere entro fine giugno.
Se non avete mai avuto modo di apprezzarla, fatemi avere tramite formazionefamiglia@libero.it  il vostro indirizzo postale e ve la spedirò.
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Norberto Bobbio, analizzando il Settecento, sosteneva che in quel tempo era avvenuta una svolta epocale di civiltà. Si era passati dai doveri ai diritti, dall’obbligo alla libertà.
Naturalmente, ci si potrebbe chiedere dove nascessero quegli obblighi, e si dovrebbe rispondere che c’erano dei valori a sostenere il comando. Proprio perché tu lo stimi, il valore diventa cogente, obbligatorio.
Ci si potrebbe ancora naturalmente chiedere che cosa si comandasse nel passato, ma altrettanto che cosa si comandi oggi; perché, paradossalmente, anche la libertà è diventata un comando. Quali sono i cogenti comandi della libertà, i cogenti comandi dei diritti?
Più interessante invece è tener conto di un’osservazione fatta dal sociologo delle religioni Bryan Wilson: noi vivremmo ancora di rendita dell’accumulo di capacità di sacrificio e dedizione creati dalla società del passato, la società dell’obbligo.
È alla civiltà dell’obbligo che dobbiamo ancora il deposito a cui attingiamo, mentre noi oggi non saremmo più in grado di costruire un deposito di valori sufficienti a reggere i costi del vivere in società. Dal che scaturisce in Bryan Wilson una domanda in lui persino angosciante: quando sarà finito il deposito accumulato dalla civiltà dei doveri dove attingeremo noi?
Ermes Segatti

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Immigrati. La famiglia, valore comune

 Il numero di marzo 2018 della rivista è disponibile in rete.
Lo potete leggere cliccando qui!
Di seguito un piccolo “assaggio”.

…Da questo breve confronto tra il nostro modello di famiglia e quello degli immigrati può nascere un senso di rimpianto nei confronti della famiglia tradizionale.
Questo modello di famiglia e la scala di valori che lo sostiene non è molto diverso da quello che era presente anche in Italia nell’anteguerra.
Le differenze più forti rispetto a questo modello si riscontrano là dove i matrimoni sono ancora combinati, o è presente la poligamia, o la struttura della società è basata sul concetto di clan.
Per il resto, il tipo di famiglia vissuto dai nostri nonni non era molto diversa dal quella degli immigrati.
Commenta Joany, peruviana: “La nostra società è basata su tante cose buone, tra cui l’affetto e il rispetto per la famiglia, per i più grandi. Adesso che sono in Italia a mia figlia dico che non deve imparare dalle sue amiche.
Gli italiani apprezzano i nostri valori. Infatti molti mi fanno i complimenti per come si comporta mia figlia. Perché non fa chiasso ed è rispettosa verso tutti”.
Quando le viene chiesto cosa potrebbe nascere se la cultura italiana e quella peruviana si incontrassero a metà strada risponde senza esitazione: “La famiglia perfetta!”. E continua: “ci sarebbe l’equilibrio del rapporto uomo-donna che c’è qui, e noi potremmo portare l’educazione dei figli. Verrebbe davvero fuori una bella famiglia”.

Se ne è andata Bea

A sei mesi di distanza dalla sua mamma anche Bea è tornata alla casa del  Padre.
Perché questa notizia? Perché Bea con la sua mamma era stata la protagonista della copertina del numero 86 della nostra rivista.
Vi chiediamo un ricordo nella preghiera.
Per saperne di più clicca qui!

Al centro la famiglia

Le sfide che ci lancia la cultura attuale sono cruciali per i destini di quella che noi e definiamo come “famiglia”, sfide quindi che non possiamo certamente ignorare. Non possiamo infatti, di fronte alle provocazioni che ci giungono dalla società, assumere una visione complottista, ritenendo queste sfide una “macchinazione” contro una famiglia cosiddetta “tradizionale”. Un simile atteggiamento è errato: teorizzare un ritorno alla (mitica) famiglia tradizionale è un’operazione storicamente scorretta e perdente, che può essere facilmente smentita e messa in crisi.
La famiglia in realtà, in tutte le epoche, ha sempre cambiato le sue forme, in una parola la sua pelle, pur mantenendo il suo valore di entità imprescindibile per la crescita e l’umanizzazione delle persone.
Ecco perché soffermarsi sulla forma assunta dalla famiglia in un determinato periodo storico come se fosse l’unica vera e possibile significa in realtà svuotarla del suo significato più profondo, quello di “universale culturale”, con il risultato di non riconoscere le caratteristiche che la rendono tale e ci consentono di distinguerla da ciò che famiglia non è.
Questo non significa evitare la (doverosa) critica agli stereotipi della cultura odierna, con i quali il confronto dialettico può e deve essere serrato.
Piero Boffi, Centro Internazionale Studi Famiglia
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L’anno sacerdotale

Guardando alle crisi nelle coppie e nelle famiglie, anche noi sacerdoti dobbiamo imparare la necessità della sofferenza, della crisi…
Dobbiamo accettare, sia da sacerdoti sia da sposati, la necessità di sopportare la crisi dell’alterità, dell’altro, la crisi in cui sembra che non si possa più stare insieme.
Gli sposi devono imparare insieme ad andare avanti, anche per amore dei bambini, e così conoscersi di nuovo, amarsi di nuovo, in un amore molto più profondo, molto più vero…
Mi sembra, che noi sacerdoti possiamo anche imparare dagli sposi, proprio dalle loro sofferenze e dai loro sacrifici. Spesso pensiamo che solo il celibato sia un sacrificio.
Ma, conoscendo i sacrifici delle persone sposate – pensiamo ai loro bambini, ai problemi che nascono, alle paure, alle sofferenze, alle malattie, alla ribellione, e anche ai problemi dei primi anni, quando le notti trascorrono quasi sempre insonni a causa dei pianti dei piccoli figli – dobbiamo imparare da loro, dai loro sacrifici, il nostro sacrificio.
E, insieme, imparare che è bello maturare nei sacrifici e così lavorare per la salvezza degli altri.
Benedetto XVI
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Siamo tutti “sacerdoti”

Dopo il Concilio Vaticano I da molti si riteneva che un nuovo concilio non fosse né possibile, né necessario.
Con queste premesse, il Vaticano II apparve, 50 anni fa, un vero miracolo come anche lo è stata la genesi del suo documento più importante: la costituzione dogmatica Lumen gentium.
Le bozze iniziali furono respinte, il documento venne profondamente rivisto e nacque, tra gli altri, il secondo capitolo sul popolo di Dio.
Il valore di questo capitolo è enorme perché la Chiesa, dopo essersi riconosciuta, per secoli società perfetta, cambia completamente registro.
La metafora del popolo di Dio serve a superare la dualità clero-laici, non per favorire una sorta di populismo laico, ma per far risaltare la dignità di ogni membro della Chiesa.
Questo nuovo popolo non è più fondato sulla “carne” ma sullo Spirito ed è un popolo sacerdotale.
Franco Rosada
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Noi e gli altri

Siamo di fronte a un fenomeno sociale di natura epocale, che richiede una forte e lungimirante politica di cooperazione internazionale per essere adeguatamente affrontato. Tale politica va sviluppata a partire da una stretta collaborazione tra i Paesi da cui partono i migranti e i Paesi in cui arrivano; va accompagnata da adeguate normative internazionali in grado di armonizzare i diversi assetti legislativi, nella prospettiva di salvaguardare le esigenze e i diritti delle persone e delle famiglie emigrate e, al tempo stesso, quelli delle società di approdo degli stessi emigrati […] Tutti siamo testimoni del carico di sofferenza, di disagio e di aspirazioni che accompagna i flussi migratori […]
I lavoratori stranieri, nonostante le difficoltà connesse con la loro integrazione, recano un contributo significativo allo sviluppo economico del Paese ospite con il loro lavoro, oltre che a quello del Paese d’origine grazie alle rimesse finanziarie.
Questi lavoratori […] non devono essere trattati come qualsiasi altro fattore di produzione. Ogni migrante è una persona umana che, in quanto tale, possiede diritti fondamentali inalienabili che vanno rispettati da tutti e in ogni situazione.
Benedetto XVI, Caritas in veritate, n. 62
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