Eutanasia e delirio di onnipotenza


Per il suicidio assistito si dovrebbe parlare di una fine pilotata, resa più soft dal progresso della medicina, che però rischia di diventare un’arte di morire piuttosto che di vivere. L’ambivalenza di questo progresso non può essere trascurata né sottovalutata. Chi può non condannare l’accanimento terapeutico? E le terapie artificiali che costringono il malato a non morire? Questa tecnicizzazione estrema, che prolunga a dismisura la fase finale della vita, è l’effetto di quella smania di onnipotenza che contraddistingue l’epoca in cui siamo entrati. Diventa inaccettabile qualsiasi limite-anche, e tanto più, il limite estremo della morte. Ma questa stessa onnipotenza guida anche il gesto eutanasico, e la rivendicazione paradossale di far rientrare la propria morte in un programma calcolabile.
Donatella Di Cesare, La Stampa, 26 novembre 2021

Una risposta a “Eutanasia e delirio di onnipotenza

  1. In effetti, consapevoli che la vita non è un bene “disponibile”, è difficile sia schierarsi per il suicidio assistito, sia per il tenere in vita ad ogni costo. Come scegliere tra due ipotesi che contraddicono, entrambe, il primo assunto? È vero che la scelta eutanasica per i medici lede il giuramento di Ippocrate ed è spesso la sconfitta di una assistenza gravosa e non sostenuta a sufficienza, ma di fronte all’invasività delle tecniche di rianimazione si deve per forza tacere?

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